Prima di uccidersi, ha dipinto una Croce grondante di sangue. Quel sangue ricade sulla corruzione e sulla viltà di un’ Italia di facce e di parole svergognate.
“Qui le più fragili mie foglie, eppure sono quelle che dureranno più a lungo”.
Walt Whitman
Caro Carmine,
i giornali di carta, quelli importanti, non hanno fatto molto rumore intorno alla tua morte. Entra, la tua morte, nella statistica: le crisi catastrofiche del capitalismo provocano anche un certo numero di suicidi: è previsto dai tecnici. Il 3 novembre “la Repubblica“ titolando “Artista senza lavoro si toglie la vita“ ha dimostrato, ancora una volta, che le apparenze quasi mai corrispondono alla verità delle intenzioni. I tuoi amici hanno detto che sei un suicida di Stato: due condizioni, l’essere suicida e l’essere vittima dello Stato, che rendono fioca anche la voce della Chiesa: nessun prete lancerà anatemi contro chi ti ha sollecitato a prendere l’ultima decisione.
Davanti al tuo corpo chiuso nella bara un parroco ha detto che la tua morte lo rattristava, e lo induceva “a interrogarsi“. Non sappiamo quali risposte si è dato, non sappiamo nemmeno che domande si è posto. La Chiesa non è benevola con i suicidi: pensa che solo Dio possa togliere la vita che Egli ha donato. Ma tu sapevi che la vita è solo nostra: è nostra perché il dono diventa proprietà di chi lo riceve, perché è solo nostra la pena di viverla, nostri sono i progetti, nostre sono le illusioni, e dunque solo noi abbiamo il diritto di dire: basta.
Qualcuno ha scritto da qualche parte che ti sei arreso. Avevi messo in conto anche questo, che anche chi ti voleva bene non capisse che il tuo suicidio non è una dichiarazione di resa, non è una fuga. É, al contrario, l’ultima disperata battaglia che hai coraggiosamente combattuto per difendere i tuoi ideali, per proclamare la pienezza di senso della tua vita in faccia a uno Stato che condannava la tua storia di cittadino ad essere la storia di un precario. Tu, invece, credevi nella speranza, hai creduto nella energia purificatrice del bello, ti sei chiesto perché la Scuola italiana cancelli l’arte dai programmi: e invece dovrebbe farne il perno della sua azione, dal primo all’ultimo anno, in tutte le classi di ogni tipo di Istituto.
Leggevo la notizia della tua morte, e mi sono lasciato sorprendere da certi ricordi che avevo relegato nel buio della memoria: docenti di storia dell’arte per cui Van Dyck poteva essere anche un ciclista fiammingo, docenti di storia greca e romana che non avevano mai visitato Ercolano, e che di Pompei conoscevano solo il Santuario. Docenti severi, che rimandavano e bocciavano, perfino; docenti rigorosamente di ruolo, in fronte portavano l’etichetta “Io sono di ruolo“, e lo erano diventati in quella devastante stagione della nostra storia in cui si entrava in ruolo collezionando punti, come si collezionavano le figurine della Mira Lanza. Li hai incontrati anche tu, nel tuo girovagare da precario, e forse ti hanno dato la misura esatta della mostruosa ingiustizia con cui lo Stato ti stava schiacciando. Ti piangono anche certi sindacalisti, che non ti meritano come bandiera.
Poi hai capito che questo Stato ha paura del bello e della sua energia rivoluzionaria, perché ha paura della verità. Hai capito di essere capitato in un’Italia in cui la precarietà di molti serve a garantire il diritto all’arbitrio della casta di oggi e della casta di domani, e serve ai figli di papà e di mammà, nati già con la sedia incollata al culo, perché possano rivolgere a un figlio di onesti lavoratori che osa credere nei valori dell’arte e dell’insegnamento un sorriso di sufficienza, e fargli la predica, e dirgli di non essere schizzinoso – i precari non hanno il diritto di esserlo -. A quel punto hai avuto paura che lo Stato ti infliggesse l’ultima umiliazione, ti costringesse a diventare un mediocre, come tutti noi, piccoli vigliacchi – piccoli e vigliacchi -, che solo con le chiacchiere protestiamo contro l’alluvione quotidiana di notizie di atti svergognati, e contro le svergognate facce che invadono e occupano il nostro spazio vitale.
Hai temuto che il loro fetore, che appesta l’aria e ammorba il cielo, ti contaminasse, e che la disperazione del tempo che passa implacabile, e le mute domande dei tuoi figli ti portassero un giorno o l’altro a chiedere non più il rispetto di cui lo Stato ti è debitore, ma la comprensione, e forse la pietà, di un mariuolo pubblico, a cui l’abitudine al furto e l’impunità concedono l’arroganza di esibire con orgoglio la sua faccia di merda. Non hai sopportato che il tuo amore per l’arte – che è l’amore più puro e più drammatico – venisse soffocato dalla volgarità del risentimento. Allora hai deciso di esercitare il tuo diritto alla libertà.
Hai dipinto una Croce che gronda di sangue, e ti sei sgozzato, perché fosse chiaro che il sangue che gronda da quella Croce è il tuo sangue, e che esso ricade sulla nostra viltà. Chi ha la responsabilità della tua morte non dormirà sonni tranquilli; il sangue degli uomini liberi e innocenti grida vendetta, e non c’è acqua che possa purgare le mani che ne sono macchiate. La terra sia lieve su di te, che sei un martire della coscienza civile.
(Quadro: Gaetano Pesce, L’ Italia in croce, 2009-2011)



