La scorsa settimana abbiamo letto la prima parte di un importante contributo scritto dal Sociologo Lamberti. Un’analisi utile a comprendere quali sono le caratteristiche dei giovani e quali elementi determinano un mancato sviluppo culturale(II parte).
La scorsa settimana abbiamo trattato il valore metaforico del nuovo simbolo dell’Associazione Amato Lamberti, specificando l’importanza di incentivare tutte le opportunità possibili per i giovani. Sappiamo, come già precedentemente scritto, che il Sociologo Lamberti poneva spesso al centro delle proprie analisi scientifiche il valore insostituibile che i giovani possono dare contribuendo al cambiamento di un territorio fin troppo compromesso dal malaffare e dal vittimismo. In uno Stato coerente e in una comunità sana, è impensabile non realizzare politiche per lo sviluppo e la crescita dei ragazzi. La prima parte del pezzo proposto la settimana scorsa, scritto da Amato Lamberti, pone le basi per una riflessione sulla “crisi di legalità” e i suoi effetti sulla cultura e il benessere del territorio (http://www.ilmediano.it/apz/vs_art.aspx?id=9940).
Dopo aver letto questo primo pezzo, ecco di seguito proposta la seconda parte di questa lucida nonché attualissima analisi di Amato Lamberti: Una crisi della legalità che vede le norme come intralcio alla propria affermazione e ai propri interessi e che trova alimento nell’idea diffusa che le regole “sono per gli stupidi, o meglio per i deboli o per gli inetti”, mentre per l’uomo forte la vera norma è il disprezzo per le regole. Le modalità concrete in cui questo diffuso atteggiamento culturale si traduce in azione varierà in funzione di condizioni, occasioni, stimoli, sentimenti. Utilizzando la classica (e per molti versi schematica) distinzione tra reati “strumentali” e reati “espressivi”, possiamo vedere chiaramente come il relativismo morale si intrecci con altri due tratti culturalmente diffusi e cogenti: l’esaltazione dell’individualismo consumatore, da un lato; la percezione della violenza come forma di regolazione normale dei conflitti, dall’altro.
Non può sfuggire che molta della devianza strumentale, finalizzata all’ottenimento di vantaggi o beni di consumo, sia correlata a quella che Barcellona, parlando dell’individuo contemporaneo, definisce una “nuova antropologia”: sottesa dalla concezione dell’individuo come “consumatore”, essa delinea un uomo connotato da perenni sentimenti di mancanza, da un desiderio insaziabile, illimitato, cui il sistema risponde con la proposta (o l’illusione) di una possibilità di accesso illimitato al sistema degli oggetti. Un uomo guidato da una “autoreferenzialità circolare”, fondata su una razionalità strumentale e calcolante, per il quale bene, bello e vero sono scomparsi dall’orizzonte. Di questa antropologia è aspetto costitutivo il “desiderio di liberarsi dagli oneri della soggettività e della individualità concepita come una autonomia e responsabilità dell’uomo, e si avverte invece l’esaltazione di un nuovo io, libidico, amorfo, decentrato.
Al posto dell’Io razionale si viene ponendo sempre più il narcisistico desiderio di un’immediata gratificazione”. Si afferma un “individualismo possessivo – l’individualismo proprietario”, svincolato “da ogni legame di scopo, da ogni funzione sociale”, liberato “dal dominio di ogni trascendenza e di ogni vincolo sociale”. La connessione con le forme di devianza orientate al soddisfacimento di bisogni e desideri appare evidente, se si pensa a due elementi che sono corollario all’orientamento al consumo: l’importanza di consumi che offrano sensazioni e piaceri e la questione dei tempi della loro soddisfazione. Da un lato, l’individuo moderno “assume il ruolo di collezionista di piaceri, o più precisamente di cercatore di sensazioni”; dall’altro appare di grande importanza “l’abitudine a sequenze causa-effetto senza tempi di attesa, a riscontri immediati e soddisfazioni istantanee di bisogni e desideri”.
Gran parte della produzione di beni, servizi e messaggi, d’altra parte, ha proprio l’obiettivo di indurre desideri, continuando a riprodursi incessantemente, senza limiti e – soprattutto – senza che il consumatore perda tempo in attesa tra formulazione del desiderio e sua soddisfazione, in modo da far spazio a nuovi desideri, in una sequenza infinita. Dal momento che a bambini e giovani è consegnata una “normalità” permeata da un paradigma economico, che li contiene solo in veste di consumatori, l’orizzonte di senso delle giovani generazioni viene a restringersi e a coincidere con la gratificazione personale, gratificazione che sembra alimentarsi solamente da sentimenti e fantasie quali “l’ubiquità, la comunicazione continua, la perdita del limite, l’onnipotenza individuale”.
L’isolamento nei consumi e il bisogno di annullare i tempi di attesa abbattendo ogni ostacolo che si frapponga al piacere hanno due conseguenze importanti per il discorso sui percorsi di devianza: la perdita di capitale sociale, cioè delle relazioni interpersonali come risorse, e la predisposizione al conflitto. Da un lato, “lo scambio di idee, informazioni e sentimenti è penalizzato da tempi serrati, inadeguati alla reciproca conoscenza”, d’altro lato, l’isolamento del consumo “predispone anche al conflitto, perché disumanizza l’altro”. Non deve stupire più di tanto la constatazione che la violenza sia da molti razionalmente considerata (o, il più delle volte, irrazionalmente agita) come forma di regolazione “normale” dei conflitti. Si trova qui, forse, la chiave di lettura dei comportamenti espressivi quali sono i reati contro la persona (soprattutto se si tratta di una persona con cui si hanno relazioni e legami).
Infatti, se si osservano i comportamenti violenti che molto preoccupano gli adulti e le istituzioni (tipico esempio è il bullismo, ma naturalmente il discorso vale anche per situazioni ben più gravi ed estese), è facile osservare i nessi tra questi comportamenti e alcuni diffusi orientamenti: – il frequente ricorso alla regolazione violenta dei conflitti (ovviamente con forme diverse di violenza, di cui quella fisica non è certamente la più usata), siano essi nel campo economico, in quello politico dei rapporti tra Stati, nelle relazioni di vicinato, tra gruppi, famiglie o individui; – la conseguente diffusa rappresentazione della violenza come mezzo “normale” di relazione, come strumento di soluzione di problemi e difficoltà; – il venire meno o l’assenza di investimento nel valore di riferimenti normativi condivisi, percepiti solamente come vincoli e ostacoli alla libertà individuale; – la diffusione di modelli di rappresentazione del sé come “io onnipotente”, titolare di diritti privi di limiti, oltremodo estesi, e di doveri sociali e relazionali accettabili solamente in una logica di massimizzazione dei profitti individuali; – la contestuale percezione dell’altro come strumentale ai propri fini, ma essenzialmente assente come persona titolare di diritti meritevoli di tutela e rispetto, allorquando i due piani non coincidono.
Sono, quelle qui accennate, tendenze che si percepiscono in crescita, anche se sono ancora poco registrate dai dati ufficiali, per il semplice motivo che trattandosi di minori italiani e di comportamenti che si consumano per lo più in contesti familiari, scolastici, aggregativi, prevale ancora l’orientamento a evitare di qualificarli come veri e propri reati e a ricorrere al sistema istituzionale per trattarli. D’altra parte, quei pochi che giungono all’attenzione delle istituzioni della giustizia minorile in genere sono trattati, in maniera tale da farli diventare occasione di maggiore attenzione verso il disagio che esprimono i loro autori, piuttosto che momento di rinforzo della loro identità deviante. Per i minori italiani, nel primo decennio di applicazione, il nuovo codice di procedura penale ha sostanzialmente mantenuto le sue promesse; ha dimostrato, cioè, la fondatezza delle premesse teoriche su cui era costruito, rendendo di fatto marginali le recidive e relativamente pochi i percorsi inesorabilmente segnati da derive sociali e penali.
