In vista degli 800 anni della morte di san Francesco d’Assisi, patrono d’Italia, è stata presentata una proposta di legge (poi confermata) per ristabilire il 4 ottobre giorno di festa nazionale. Nella proposta di legge del 6 febbraio 2025, si legge: “Un vero e proprio «ambasciatore di pace», emblema e propulsore del dialogo tra le grandi culture e religioni, generatore di opere sociali a sostegno dei più deboli, capace di riconciliare l’uomo con il creato, promotore di contributi letterari e culturali che hanno riempito i cuori e le menti di intere generazioni lungo i secoli fino al presente.”
Siamo sicuri che Francesco sia tutto questo?
La lettura “laica” che se ne fa di quest’uomo purtroppo sminuisce in maniera considerevole tutta la sua vita e le sue opere. Quale san Francesco noi celebriamo come festa nazionale?
Innanzitutto Francesco non aveva alcuna intenzione di fondare un ordine né tantomeno una congregazione che rispondesse ad un’opera sociale. Nel suo testamento scrive: “Il Signore dette a me, frate Francesco, di incominciare a fare penitenza così: quando ero nei peccati mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi, e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. E allontanandomi da loro, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza di animo e di corpo. E in seguito, stetti un poco e uscii dal secolo.”
Il suo “stare” in mezzo ai lebbrosi era una forma di penitenza che il Signore gli aveva concesso per la sua conversione umana e spirituale, per cui dopo l’incontro con loro, Francesco decise di consacrare la sua vita al Signore, vivendo la condizione di povertà non come categoria sociale, ma come conformazione a Gesù che ha scelto di vivere povero e di stare in mezzo agli ultimi.
È celebre il suo “Cantico di frate sole”, nel quale Francesco loda il Signore per le creature, per cui il suo amore per le cose create rimandava direttamente all’origine, al Creatore. Francesco ha cercato di riconciliare l’uomo con il Creatore. La questione “ecologica” non era contemplata, non esisteva assolutamente né Francesco guardava alla natura fine a se stessa.
C’è poi l’argomento più controverso, una forzatura che noi uomini del terzo millennio vogliamo imporre a Francesco, uomo del medioevo e cristiano convinto. Il dialogo interreligioso non era l’obiettivo del frate di Assisi, in visita al sultano in Egitto. Il suo desiderio era di morire martire in Terra santa, spinto dalla volontà di convertire “gli infedeli”.
L’incontro di Francesco col sultano non è stato all’insegna della fratellanza e del dialogo. Il buon frate era lì per convertire Malik al Kalim alla “vera fede” in Gesù Cristo; non si sarebbe mai sognato di andare dal sultano per una semplice visita “inter-religiosa”. Nella Chiesa, il dialogo con le altre religioni ha avuto la sua origine dal Concilio Vaticano II (1963-65), per cui anche questa categoria religiosa non era nelle corde del buon Francesco. Nella Regola non bollata, Francesco scrive infatti: “I frati poi che vanno fra gli infedeli, possono comportarsi spiritualmente in mezzo a loro in due modi. Un modo è che non facciano liti o dispute, ma siano soggetti ad ogni creatura umana per amore di Dio a e confessino di essere cristiani. L’altro modo è che quando vedranno che piace al Signore, annunzino la parola di Dio perché essi credano in Dio onnipotente Padre e Figlio e Spirito Santo, Creatore di tutte le cose, e nel Figlio Redentore e Salvatore, e siano battezzati, e si facciano cristiani, poiché, se uno non sarà rinato per acqua e Spirito Santo non può entrare nel regno di Dio” (XVI, 43).
Anche un testo non francescano, la Cronaca di Ernoul, coeva di Francesco, così racconta: “Allora i due chierici attraversarono il campo cristiano, dirigendosi verso quello dei Saraceni. Quando le sentinelle del campo saraceno li scorsero che si avvicinavano, congetturarono che certo venivano o come portatori di qualche messaggio o perché avevano intenzione di rinnegare la loro fede. Si fecero incontro, li presero e li condussero dal Sultano. Introdotti alla presenza del Sultano, lo salutarono. Il Sultano rispose al saluto e poi domandò loro se intendevano farsi saraceni oppure portavano qualche messaggio. Essi risposero che giammai si sarebbero fatti musulmani, ma piuttosto erano venuti a lui portatori di un messaggio da parte del Signore Iddio, per la salvezza della sua anima. E proseguirono: “Se tu, sire, vorrai credere alle nostre parole, noi consegneremo la tua anima a Dio, perché ti diciamo in verità che se tu morrai in questa legge che ora professi, sarai perduto né mai Dio avrà la tua anima. Proprio per questo noi siamo venuti. Ma se ci darai ascolto e vorrai comprendere, noi ti mostreremo con argomenti irrefutabili, alla presenza dei più saggi dottori del regno, se li vorrai convocare, che la vostra legge è falsa”. (XXXVII)
Questo non significa che Francesco voleva colpire i saraceni con la spada, ma certamente avrebbe avuto il desiderio di convertirli al cristianesimo in maniera pacifica, senza spargimento di sangue.
Il poverello d’Assisi, dunque, andrebbe celebrato per quello che è, non per quello in cui lo vogliamo trasformare. Il nostro più grande errore resta quello di calarlo nelle nostre categorie culturali e sociali, estirpandolo violentemente dal suo mondo. La gravità maggiore sta nel separare san Francesco da Gesù. Non sarebbe stato tale quest’uomo senza il cristianesimo. L’origine della sua vita, dei suoi gesti, dei suoi scritti è l’amore per il Signore, la sua ferma volontà di vivere “secondo la forma del santo vangelo”. Non è un caso che alla fine della sua vita, Francesco è stato segnato nel corpo dai segni della passione di Gesù, per testimoniare la sua piena conformazione al Cristo. Senza il Signore e senza la Chiesa, di cui Francesco si sentiva figlio obbediente, parleremmo di una caricatura francescana. Toglieremmo al giovane d’Assisi l’unica sua vera ricchezza: la fede. Questo può far storcere il naso alla cultura atea o a-confessionale, ma è intellettualmente onesto dover fare questa precisazione. Anzi, sarebbe importante nei prossimi anni, in cui secondo la legge devono sorgere manifestazione per san Francesco, imparare a conoscerlo attraverso i suoi pochi scritti e attraverso una lettura critica di Tommaso da Celano, il suo primo biografo, colui che non si allontana molto dalla verità dei fatti, come testimoniano illustri studiosi del francescanesimo.
Intanto celebriamo oggi Francesco d’Assisi, ad 800 anni dalla sua morte. Un uomo capace di far parlare ancora di sé, una figura che unisce una nazione già fin troppo divisa e sfilacciata.
Francesco resta un santo per noi cristiani, un uomo straordinario per i non credenti o per le altre religioni.
Tutto ciò sarà dovuto al fatto che lui ha vissuto la sua esistenza sulla falsariga di Gesù, per questo la sua figura, come quella del Messia di Nazareth, riesce ad unire e a portare un annuncio di speranza a questo mondo “disperato”.
Nicola De Sena
