Su richiesta di alcuni ex alunni del Liceo “Evangelista Torricelli” di Somma mi accingo a mettere su carta delle brevi note sulla mia permanenza nel Liceo di via Aldo Moro come docente di Italiano e Latino.
“Devi trasferirti al liceo di Somma e insegnare ai giovani del tuo paese”. Furono queste le parole con cui il mio amato maestro mi invitava a lasciare, dopo oltre dieci anni di insegnamento, i prestigiosi licei napoletani per “entrare” nei primi anni ’80 come docente al Liceo scientifico “Evangelista Torricelli” di Somma Vesuviana.
L’invito, tante volte reiterato, del professor Guadagni aveva il sapore della stima e dell’affetto che risaliva agli anni della quarta e quinta elementare. Le mie iniziali perplessità furono superate dalla considerazione che “nei licei della provincia i ragazzi studiano di più e meglio” e che sarebbe stato per me “più esaltante educare i giovani sommesi alla cultura umanistica”. Un po’ per “amor di patria” e un po’ per convinzione (o pigrizia?) chiesi il trasferimento e lo ottenni, anche se con un certo rammarico.
L’impatto con il liceo scientifico “Evangelista Torricelli”, che distava cento metri da casa mia, fu alleviato dalla presenza del preside Gabriele Perillo, prima docente tanto apprezzato dai suoi alunni nel glorioso liceo classico della mia adolescenza, il “Diaz” di Ottaviano, poi stimato collega di italiano e latino al liceo scientifico “Filippo Silvestri” di Portici.
Dopo il lungo rodaggio nei vari istituti cittadini, al Torricelli si respirava un’aria sicuramente più dimessa, ma più densa di responsabilità e di produttività. Gli studenti, provenienti dai vari paesi vesuviani, erano vivaci e brillanti e riuscivano a creare un clima goliardico ma intensamente costruttivo, simpatico e nello stesso tempo esaltante. Ho iniziato dal biennio il mio appassionato “viaggio culturale” con ragazzi e ragazze che, incuriositi dal mio fare scanzonato ed anticonformista, mi seguivano a ruota, tranne alcuni casi che suscitavano quotidianamente le mie ire e, non poche volte, attiravano cassini imbiancati e portachiavi volteggianti nelle aule meno sorde che grigie .
Gli sguardi timorosi e sognanti delle alunne e le risate sonore e malandrine dei ragazzi, tutti nel fiore dell’adolescenza, al di là delle sgridate e delle continue rampogne, facevano nascere in me, a volte ”ragazzo” ancor più di loro, una sorta di tacita complicità e di forte solidarietà sempre malcelata.
I ricordi più vivi riguardano, è ovvio, gli alunni migliori e più brillanti, alcuni dei quali esercitano oggi attività di grande livello professionale. Ma mi restano impressi nella mente anche i volti e i nomi di quelli che mi hanno fatto letteralmente penare per il loro disinteresse nei confronti dello studio e che, prima di essere immancabilmente rimandati a settembre, spesse volte tornavano a casa con qualche sonoro ceffone per non aver portato i libri o con un calcio ben assestato nel sedere per aver sostituito maldestramente nel cassetto dei compiti una versione di latino orrendamente “sgarrupata” con un’altra fatta comodamente a casa propria con l’aiuto di qualche angelo custode.
Altri tempi, si dirà, ma sta di fatto che una certa, per così dire, passionalità, sollecitata e apprezzata quasi sempre dalle famiglie, ha sempre contraddistinto il mio fare scuola soprattutto con gli alunni più difficili che, dopo gli inevitabili malumori dovuti agli esiti negativi dell’anno scolastico, mi avvicinavano o mi telefonavano dopo un congruo periodo di lutto con la classica coda tra le gambe.
Passato al triennio dopo alcuni anni, ho maturato esperienze ancor più significative incontrando volti e personalità spiccatissime, che mi hanno coinvolto emotivamente e professionalmente. Fuor di retorica, posso sicuramente dire che, se è vero che un buon maestro impara dai suoi alunni, tutti indistintamente mi hanno insegnato qualcosa con le loro incertezze, le loro spavalderie, i loro sogni, le loro emozioni, la loro paura di affrontare la vita. Devo a tutti i miei alunni del “Silvestri”, dell’”Orazio Flacco”, del “Vittorio Emanuele II”, del “Calamandrei”, ma soprattutto del “Torricelli”, dove sono rimasto per circa quindici anni, la carica di entusiasmo e di passione che mi ha stimolato moltissimo nel mio lavoro quotidiano. Sono ancora in contatto, purtroppo episodico, con una parte di essi, la cui creatività spazia in vari campi professionali ed artistici. Nella folta schiera sono da annoverare un regista teatrale di livello nazionale, un’oceanografa di alto spessore che vive e lavora in quel di Roma, ricercatori universitari al Pasteur di Parigi e a Boston, avvocati, ingegneri, imprenditori nel campo della moda e della nautica, medici ed informatori scientifici, docenti di liceo, qualche notaio e alcuni magistrati e dirigenti d’azienda. Retorica a parte, figli dell’anima e del cuore, con cui ho diviso speranze e illusioni, pensieri e parole, sogni e aspettative.
Ricordo con infinita nostalgia, ma anche con sottile piacere, le ore rubate ai colleghi di altre materie per completare la lettura di un passo dell’antologia o per far terminare un tema e il rammarico della scolaresca nel vedermi sostituire, dopo tre ore consecutive di lezione con me, un collega assente. Ma devo anche ricordare la gioia di molti e il disappunto dei soliti noti, quando dopo la fine dell’anno scolastico, nell’imminenza dell’esame di maturità, in incontri carbonari di mezza estate, fine giugno e inizio luglio, si ricapitolava il programma da portare all’esame con raccapriccio dei bidelli che ci guardavano con aria denigratoria e che ripetutamentee minacciosamente ad una certa ora facevano risuonare la campanella.
Devo anche ricordare con una certa tenerezza l’iniziale delusione provata quando, a metà anno scolastico, ad una prima ricognizione venni a conoscenza che solo una decina di alunni su un totale di venticinque avrebbero scelto l’italiano come materia d’esame alla maturità. La ragione neanche troppo implicita di questa vera e propria defezione era dovuta al fatto che, essendo io stato designato come membro interno in una commissione formata quasi interamente da docenti esterni, costituivo un potenziale pericolo soprattutto per quel che riguardava la lettura e il commento analitico dei passi dell’antologia sia in italiano che in latino. Superai la delusione con un escamotage che si rivelò provvidenziale: cominciammo a costruire mappe concettuali di letteratura italiana, che a poco a poco divennero mappe tematiche e poi testuali. La costruzione di tali mappe su Foscolo, Leopardi, Manzoni coinvolse a tal punto gli alunni che decisi di farle presentare dagli stessi in un seminario nazionale sulla metacognizione, a Napoli, presso l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici a Palazzo Serra di Cassano. Riuscii così a raccattare un’altra decina di alunni per quello che fu per me l’ultimo esame di Stato come docente e come commissario interno con un carniere di cinque o sei sessanta (la valutazione, a quei tempi, era in sessantesimi).
Il “Torricelli” mi ha dato anche la possibilità di conoscere e di lavorare con uno stuolo di ottimi e valenti colleghi, alcuni dei quali da anni si sobbarcavano e si sobbarcano ad un viaggio quotidiano da Napoli a Somma e ritorno per non interrompere quell’affiatamento e quel clima collaborativo e sereno che spero regni ancora nel liceo del mio paese. Con molti di questi amici ho organizzato vari seminari interni di aggiornamento e di formazione, il primo dei quali nel 1984 con la presenza di vari illustri esperti nazionali, tra cui Francesco Sabatini, attuale presidente onorario dell’Accademia italiana della Crusca e eminente storico della lingua italiana all’Università di Roma. Nel 1987 a Francesco Sabatini si affiancarono altri studiosi di grande spessore, come Maria Elena Cariani del Liceo “Ariosto” di Ferrara, Ciro Senofonte dell’Università di Napoli, Annarosa Guerriero, allora presidente del Giscel di Napoli e membro della commissione ministeriale dei nuovi programmi di lingua e letteratura italiana.
La mia permanenza al “Torricelli” è continuata ininterrottamente fino al 31 agosto 1997, quando, raggiunto a metà luglio da una inattesa comunicazione del Ministero della Pubblica Istruzione con l’invito a confermare l’accettazione della prima nomina di preside, sono partito per la Sardegna come per un esilio, portandomi nel cuore i volti e l’allegria, le emozioni, i pensieri e le parole di tutti i miei alunni. Dopo qualche mese sono stato trasferito a Borgomanero (Novara) nel bellissimo liceo classico della ricca cittadina, poi al classico di Meta di Sorrento e Capri e definitivamente al Liceo scientifico “Mazzini” di Napoli.
Prof Pasquale Malva
