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Due rari aggettivi napoletani per indicare certe qualità particolari del migliaccio. Le oscure origini di “ceniero”. L’esultanza eccessiva per una vittoria può rivelare il disagio di un complesso di inferiorità. La “cazzimma” della percezione e la “cazzimma” dell’azione. La complicata storia della vergine Atalanta, troppo ingenua, o troppo furba.

Non sono tifoso del Napoli, ma è di antica data, e di solide fondamenta, la mia avversione all’ Atalanta. Sabato sera, dopo la partita, non riuscivo a trovare una qualche accettabile spiegazione di ciò che era successo, della doppia metamorfosi, del Napoli svilito in squadretta e dei bergamaschi che parevano il Santos di Pelè. Stamattina, mentre facevo colazione con una cospicua fetta di un fantastico migliaccio, ho visto in Tv la scena dell’accoglienza trionfale che i tifosi bergamaschi hanno riservato ai giocatori e all’allenatore nell’aeroporto di Orio, anzi di Orio al Serio: nei nomi ci sono sempre dei segni. Ho visto e ho capito. Il Napoli ha voluto perdere, perché  i 5000 tifosi bergamaschi esprimessero e manifestassero, con il loro crepitante entusiasmo, tutto il bilioso disagio del complesso di inferiorità di cui essi soffrono nei confronti di Napoli e del Napoli e che li ha indotti a scegliere la città del Vesuvio e la sua squadra come “nemici” assoluti e metafisici. E’ una storia antica: uno si crea un avversario grande e importante, per apparire anche lui importante e grande, in un gioco di specchi che spesso è allucinante. Nel 1946 il premier inglese Clement Attle, durante un discorso in Parlamento, nominò più volte Churchill, che era presente, indicandolo ogni volta come il “mio avversario, il mio avversario Churchill”: Churchill prese la parola e disse al premier: “lei è presuntuoso anche nello scegliersi gli avversari”. Dunque Sarri e i suoi hanno sfottuto l’Atalanta, che, ingenua  come la mitica cacciatrice di cui porta il nome, è caduta nella trappola e ha segnato i due gol. Una “cazzimma” doppia, quella del Napoli: perché la sconfitta condizionerà anche i giocatori della Juve, i quali martedì scenderanno in campo, per la partita di Coppa Italia, distesi, rilassati e distratti:… questi napoletani hanno perso con l’Atalanta, figurati con noi….

Ancora una volta il migliaccio napoletano ha dimostrato la sua capacità di affinare, in chi sa gustarlo, quella “cazzimma” della percezione che è essenziale per cogliere, decifrare e capire la “cazzimma” dell’azione, nascosta, assai spesso, nelle radici degli atti e dei comportamenti di chi ci sta intorno.E’ un dolce subdolo, il migliaccio: il semolino, la ricotta, il latte e il burro, impastati e ammassati, rendono il suo corpo “ceniero e ciuotto”: che sono due aggettivi della nostra lingua napoletana, usciti oggi dall’uso, ma ancora carichi di senso per quelli della mia generazione. “Ciuotto”, anzi “ciuotto ciuotto”, è il ventre gonfio di cibo: nel toscano “ciotto” c’è l’idea della massa, e il piede “ciotto” zoppica, proprio perché è massiccio.

Ma il compatto corpo del migliaccio è “ceniero”: da ragazzo ho sentito molti anziani che usavano questo termine, e tutti con lo stesso significato di “morbido, tenero”. Pompeo Sarnelli nella sua “Posilicheata” augura a una giovane donna che la sua gola sia sempre” mollese”, e la sua mano “pastosa”, e il suo petto “ceniero”.  Dunque, una morbidezza delicata e voluttuosa, che, diceva il Puoti, “acconsente al tatto”, come la morbidezza di un guanciale: e in una canzone di Nicolardi “ceniera” è l’erba del prato, e “ceniera” è la ragazza che su quell’erba è sdraiata. Non si sa da dove provenga la parola napoletana: non credo che abbia un qualche nesso con la “cenere”, come pensano, con molta cautela, sia D’Ascoli che Zazzera. Renato De Falco propone senza convinzione “kynarion”, che in greco significa “cagnolino”, “cucciolo”- il simbolo della tenerezza -, dopo aver respinto fermamente l’ipotesi che il termine venga dal greco “kinaidos”, connesso a una mollezza non tattile, ma gestuale: la mollezza dissoluta dell’effeminato. In ogni caso, se il migliaccio fosse solo “ceniero e ciuotto”, non sarebbe diventato un dolce del Carnevale. In realtà, dietro la maschera della morbidezza fatta di ricotta e semolino, scattano, improvvisi, dalle scorze di limone e di arancia guizzi allappanti che svegliano le parti del gusto intorpidite dal latte: il migliaccio diventa malizioso e furbo, un “marpione”. I bocconi non sono una noiosa e paciosa ripetizione di sapori e odori, ma sollecitano l’attenzione e l’attesa, sfidano i sensi, li costringono a vigilare: capisci che quando il mondo ti si presenta nella forma della semola e della ricotta, proprio allora ti conviene non fidarti delle apparenze, e prepararti a difenderti da chi cerca di farti “mangiare il limone”: e non c’è migliore difesa dell’attacco preventivo. Questo è il fondamento della “cazzimma”.

Il quadro di Guido Reni descrive il momento culminante della sfida tra la cacciatrice Atalanta, una vergine protagonista di storie complicate, e Ippomene. La vergine promette al padre che sposerà chi riuscirà a batterla in una gara di corsa. I pretendenti sconfitti verranno uccisi. E sebbene non siano pochi quelli che hanno perso la gara e la vita, Ippomene sfida Atalanta: durante la corsa, su consiglio di Venere, egli fa cadere a terra, uno alla volta, tre pomi d’oro massiccio. Atalanta si ferma a raccogliere i pomi, e Ippomene conquista la vittoria e la vergine. I giudici di gara non si sono accorti del trucco: anche nel mito gli arbitri vedevano solo ciò che volevano vedere. Il quadro potremmo intitolarlo: “La cazzimma di Ippomene”: ma sono convinto che in questa storia la “cazzimma” è stata tutta di Atalanta.

Nel migliaccio toscano non c’è la scorza di limone, e dunque non c’è il principio della “cazzimma”: la prova definitiva della grave assenza è stata fornita dal tecnico e dai giocatori della Fiorentina nella partita contro il Borussia.