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Una mezza giornata presso la sede dell’Ente Parco Nazionale del Vesuvio, là dove si prova, assediati da burocrazia, incomprensioni e visioni divergenti, a gestire le sorti dell’area protetta.

Sì, già in passato l’avevo così definito, Fort Apache, nel ricordo di quegli avamposti sperduti dei film western della mia infanzia, quei fortini assediati, generalmente da indiani infidi e cattivi che chissà per quale motivo, ce l’avevano con chi difendeva le sorti della guarnigione.

In verità, io mi sento un po’ indiano e non solo per essere indigeno vesuviano ma per il fatto stesso che di frecce, all’Ente Parco, gliene ho scoccate davvero parecchie ma da buon indiano autoctono l’ho fatto più per sopravvivenza, per amore della mia terra che per astio, cattiveria, perfidia o secondo fine.

All’interno dell’info-point sulla salita di San Michele a Ottaviano, a causa dei lavori in atto al Castello Mediceo, sono asserragliati i 15 dipendenti dell’Ente e al netto di maternità, malattie ed esenzioni varie, svolgono tutte le operazioni necessarie per l’amministrazione di un Parco Nazionale. L’attività è intensa e mi rendo conto di dare anche un po’ fastidio ma, visto l’invito del Direttore, non posso sottrarmi, per cortesia e per diritto di cronaca, a scrivere di questo contesto tanto importante quanto lontano dalla comunità dei vesuviani.

Cerco di muovermi con circospezione e non senza un certo imbarazzo e mi rendo conto che la mia presenza ma soprattutto le mie domande, talvolta infastidiscono chi mi risponde che lo fa con rispettose, flemmatiche e all’occorrenza, professionalmente evasive risposte ma capisco che la frattura esiste, tra il pellerossa pallido e chi presidia Fort Apache poiché così accade quando tutti sono convinti o pensano d’essere nella ragione. La ragione di chi lavora su più fronti contemporaneamente ma in un contesto chiuso, circondato dalla burocrazia e da una politica che non è capace di intendere quali siano le priorità del Vesuviano. E la ragione opposta di chi vive un territorio martoriato da ogni tipo di vessazione e sopruso immaginabile e non avverte nessun contatto con quella che appare una controparte avversa più che un utile e indispensabile ausilio.

È evidente la tensione di chi lavora con ritmi serrati e in contesti angusti, e a maggior ragione quando la mole di lavoro è suddivisa tra le poche unità residue (delle 18 di un tempo si è scesi sulla carta alle di 15 di oggi ma ne servirebbero almeno 5 o 6 in più); al primo piano il direttore fa la spola tra la sua scrivania a quella di una collaboratrice nell’Ufficio Tecnico per imbastire pratiche sanzionatorie e amministrative, pratiche di sequestro, ordinanze di demolizione, tutte pratiche che la Forestale invia al Parco. Al piano Terra una sola dipendente si occupa di protocollo e centralino, altri due dipendenti lavorano allo stesso tavolo dove generalmente pranzano e ricevono il pubblico. Lavorare in queste condizioni è indubbiamente difficile e lo è ancor di più nel momento in cui il Corpo Forestale e il CTA (Coordinamento Territoriale per L’Ambiente del CFS), la polizia del Parco per intenderci, vengono assorbiti dall’Arma dei Carabinieri, frustrando l’azione diretta del Parco sul territorio. Un passaggio armi e bagagli nella Benemerita (dovrebbe essere creato un unico corpo nazionale dei CC con mansioni ambientali) ma senza lasciare nulla all’Ente di per se già male in arnese, neanche gli operai idraulici e forestali degli UTB (Ufficio Territoriale per la Biodiversità e in forze al CFS) tanto utili per la manutenzione dei sentieri.

Tra i dipendenti mancano poi figure essenziali quali un funzionario agronomo, un architetto, ma anche un autista, (in verità manca anche il Presidente e metà del Direttivo) ma mancano addirittura i soldi per la manutenzione minima degli automezzi di servizio. Eppure questo denaro esiste ma per assurdo, il patto di stabilità, blocca 5 milioni di euro di avanzi amministrativi che potrebbero servire ad avviare un circolo virtuoso ormai da tempo interrotto. E intanto a Fort Apache, c’è chi sfregia le auto dei dipendenti i quali si fanno le loro 8 ore di lavoro sopperendo a compiti che potrebbero tranquillamente essere espletati anche dagli uffici tecnici dei comuni del parco e che invece gli rinviano la patata bollente, allungando i tempi, ritardando le risposte alle richieste dell’utenza e tutte le complicazioni del caso. I rapporti con la Comunità del Parco (organo consultivo dell’Ente) sono scarni e i comuni che la compongono intervengono solo nel momento in cui si parla di fondi da distribuire e neanche la scomparsa delle province ha fatto sì che il Parco divenisse un tramite col territorio per i fondamentali fondi strutturali europei.

Lascio pensoso il Castello del Principe che sovrasta il vallone dell’alveo Rosario, quello che una volta conduceva le acque a valle, là dove ora c’è una via Ottaviano Cesare Augusto in stato di eterno cantiere. Mi volto, mentre scendo per via San Michele umida di pioggia e guardo quel baluardo di legalità e mi chiedo se non sia stato già espugnato dall’indifferenza quotidiana, più che dal rumore delle cariche di noi piccoli indiani.