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Trentadue anni, laureando in Giurisprudenza, da un anno Giuseppe (Peppe) Maiello è consigliere comunale del Partito Democratico a Sant’Anastasia.
Aperto, garbato, educato, dice quel che pensa e crede in ciò che dice. Bastano queste poche parole a tratteggiare un mini profilo di uno dei tre consiglieri comunali del Pd che, a Sant’Anastasia, siedono sui banchi di opposizione. Studente fuori corso in Giurisprudenza ma in dirittura d’arrivo, la parola chiave per Peppe Maiello sembra essere «passione». Per la politica, innanzitutto, esperienza che ha iniziato per «gioco», molto giovane. Il suo segno zodiacale, nato il 24 dicembre, è il Capricorno come pure il suo ascendente. In coda all’intervista, per gli interessati, si trova il suo profilo astrale.

Peppe, la famiglia è la prima «scuola» di vita. Mi racconti della tua?
«Mio padre Michele è, ormai da 39 anni, vigile urbano al Comune di San Giorgio a Cremano, mia madre Angela è una casalinga. Ho un fratello, Gianmaria, che è nato il mio stesso giorno, il 24 dicembre, due anni dopo di me. Lui lavora alle Poste di Madonna dell’Arco e studia ingegneria. Il rapporto con loro è bellissimo, direi che mamma è la mia valvola di sfogo, mi confido moltissimo con lei, con papà c’è un legame un po’ più conflittuale pure se fortissimo, abbiamo divergenze su alcune cose».

La scelta del percorso di studi è stata semplice?
«Sì, abbastanza. Prima di scegliere la facoltà universitaria, ho frequentato il liceo scientifico “E. Torricelli” a Somma Vesuviana. Per cinque anni ho condiviso il banco con l’attuale vicesindaco di Sant’Anastasia, Armando Di Perna».

Ed è vero che spargeva in aula bigliettini e gadget di Forza Italia?
«Verissimo, metteva anche le foto di Berlusconi sulla lavagna per far dispetto al nostro professore di francese, convinto uomo di sinistra che ogni tanto io sento ancora con piacere, bravissima persona. Era il periodo della campagna elettorale presidenziale negli Usa, ovviamente io tenevo per Al Gore e Armando per Bush. Su fronti diversi, oggi come ieri. Del resto per me è stato naturale, mio padre è da sempre un comunista convinto, mia madre da giovane frequentava la sezione del Pci di San Giovanni a Teduccio, mi hanno impartito però un’educazione d’impronta cattolico – moderata e per me la scelta del centrosinistra è stata naturale».

Tuo padre ti avrebbe voluto più di sinistra?
«Sì, credo di sì. Ma più che per la politica, ci sono stati contrasti per il mio percorso universitario travagliato».

 Sei quasi alla fine, a quando la laurea?
«Vero, ho quasi terminato, mancano solo due esami, conto di sostenerli entro quest’estate. La verità è che ci ho messo un po’ di più di quanto avrei voluto e dovuto, in parte per problemi squisitamente personali e in parte per l’impegno politico che mi ha rallentato tanto e assorbito in maniera totale. Da tre anni non davo esami, poi ho conosciuto Imma, la mia fidanzata, e da quando lei è nella mia vita è riuscita a mettere ordine. Siamo insieme da sei mesi, io ho ricominciato a studiare, mi ha spronato tanto».

Si interessa di politica anche lei?
«È laureata in economia e commercio e lavora come contabile in un’azienda. Non è una grande appassionata, ma viene da una famiglia che tradizionalmente è impegnata in politica a Somma Vesuviana, i Cimmino. Mi sta accanto in tutto, è la mia forza e mi rende felice. Si prende cura di me».

Perciò starai già preparando la tesi di laurea?
«Sì, in diritto pubblico comparato, una tesi molto politica che parla della presidenzializzazione degli esecutivi, tra neoparlamentarismo e presidenzialismo».

E dopo cos’è che vuoi fare, l’avvocato?
«La professione mi piacerebbe molto, il diritto mi affascina. Credo che opterò per il ramo civilistico – amministrativo o per il diritto del lavoro, materie che si confanno molto anche alla passione per la politica. Inizierò il praticantato di qui a breve, perché una delle poche cose buone che ha fatto l’ex Governo Monti è stato di ridurre il periodo di tirocinio da 24 a 18 mesi dando la possibilità di iniziare già sei mesi prima della laurea».

Ti brillano gli occhi quando parli della tua passione politica, ma come è iniziata?
«Da adolescente si comincia a maturare, ad avere un’idea di quella che dovrebbe essere la società, comincia la curiosità per il mondo che ci circonda, diciamo che c’è sempre stata la passione poi  concretizzatasi nel 2007, con la mia prima candidatura nata un po’ per gioco. Cominciai a frequentare l’allora partito della Margherita nel periodo delle primarie, rimasta l’unica esperienza del genere a Sant’Anastasia, per la scelta del candidato sindaco di centrosinistra. Vinse Antonio Dobellini, che avevo sostenuto, e mi candidai con lui. Non fui eletto, ma continuai a frequentare il partito. Ritentai nel 2010 quando il candidato sindaco era Giovanni Barone, ma non ce la feci nemmeno allora, sono diventato consigliere comunale per la prima volta un anno fa, candidato nel Pd a sostegno di Antonio De Simone».

Sei abituato alle delusioni da campagna elettorale, pare. Il centrosinistra non governa Sant’Anastasia dal 2006.
«Sono avvezzo alle delusioni non solo alle comunali, ma su tutti i fronti, quello nazionale, provinciale e regionale. Ma Sant’Anastasia è una realtà complessa perché i dieci anni di governo del centrosinistra hanno avuto luci e ombre e, negli ultimi tre, l’attività politica era completamente ingessata, abbiamo pagato quello scotto. Vedi, io parto dal presupposto che la volontà popolare è sovrana e che quando il popolo vota ha sempre ragione, però penso che con gli ultimi tre candidati del centrosinistra – e  non lo dico per partito preso – la città abbia perso l’opportunità di avere ottimi sindaci, per storia personale, per etica e per morale».

Credi che la tua parte politica avrebbe dovuto puntare su un giovane nelle ultime tornate elettorali comunali?
«Magari sì, una novità. Sono anche cosciente, d’altro canto, che negli ultimi anni abbiamo messo in campo tre ottimi candidati i quali non hanno raggiunto gli obiettivi per motivazioni differenti. Antonio Dobellini per tutta una serie di questioni anche interne alla stessa coalizione, Giovanni Barone perché nel 2010 il momento politico era difficile, infatti in quella tornata, su 21 comuni al voto in provincia di Napoli, solo due andarono al centrosinistra e il risultato delle regionali, con l’elezione di Caldoro, influì tantissimo sui turni di ballottaggio. Senza contare che, indipendentemente dalle circostanze, il suo avversario, l’ex sindaco Carmine Esposito, dimostrò di essere un capopopolo, condivisibile o meno ma ne dette prova. Più di recente, con De Simone, abbiamo perso perché l’elezione del sindaco Lello Abete, persona moderata e propensa al dialogo,  ha avuto un effetto di trascinamento per eredità dello stesso Esposito. E per chiunque mastichi un po’ di politica, era chiaro che sarebbe stato così».

Hai detto che la tua prima candidatura è nata un po’ per gioco, ma poi l’impegno è diventato serio.
«Serissimo, un continuo crescendo. Ho preso la tessera del Pd, ho partecipato ai congressi, sono diventato portavoce e responsabile della comunicazione della locale sezione e sono stato eletto vicesegretario nel 2013, ma alla prima assemblea degli iscritti ho rassegnato le dimissioni dalla carica perché, pur non essendovi alcuna incompatibilità con il ruolo di consigliere comunale, consideravo giusto fare spazio ad altri, è stata una scelta personale».

Sai che ti considerano il pupillo di Giovanni Barone?
«Giovanni ha significato molto per me, mi ha insegnato tanto ed è una persona di grande esperienza e valori, c’è un forte legame affettivo e personale. Adesso non riusciamo a vederci molto come prima, perché sto tentando di conciliare lo studio e il traguardo della laurea non trascurando l’impegno politico e istituzionale. Non mi spiace essere identificato come suo pupillo ma, nonostante l’affetto, la stima reciproca e il suo carattere forte, sono quello che ha sempre fatto più discussioni con lui. Siamo persone libere, ciascuno pensa con la propria testa e spesso e volentieri non siamo d’accordo».

Ti piace il confronto con gli altri, ami il contraddittorio?
«Sì, molto. Mi ritengo più maturo rispetto alla mia età anagrafica e amo confrontarmi con persone più adulte, credo per un bisogno di sicurezze. Sono anche un po’ presuntuoso, forse non si nota».

Non ti sembra che le due cose cozzino? Presuntuoso con bisogno di sicurezza?
«Forse, ma la necessità di sicurezza riguarda soprattutto gli affetti. Nel mio impegno sociale, pubblico, invece sono consapevole delle mie capacità, magari troppo. Non mi reputo superiore agli altri, ma diciamo che credo profondamente in me stesso».

Credere in sé stessi è un’ottima cosa. Spesso però la coscienza di sé nasce nelle difficoltà, ne hai avute tante?
«Non ho avuto vita facile, non parlo certamente di grandi problemi però ho dovuto rimboccarmi le maniche. Ho fatto di tutto: il garzone del salumiere, il muratore, l’autista, il cameriere, lavoretti estivi. E quando capita lo faccio ancora, pur di non pesare troppo sui miei, è giusto così».

Hai fatto anche il chierichetto, no?
«Sono nato e cresciuto all’ombra del Santuario di Madonna dell’Arco, è stato naturale. Ero molto piccolo quando ho cominciato e quell’esperienza mi ha formato molto dal punto di vista umano e religioso, mi ha regalato tanti amici e fatto condividere esperienze belle e meno belle con una grande comunità che è diventata la mia seconda famiglia. Ancora oggi passo a salutare, quando posso, felice dell’accoglienza festosa che mi riservano».

Perché hai smesso?
«Ho dovuto. Ho servito la mia prima Messa il 2 giugno 1991, l’ultima domenica 20 aprile 2014. Il sabato successivo firmai per la candidatura al consiglio comunale e il diritto canonico dispone che chi ha incarichi pubblici non può servire Messa. Da eletto, dunque, non posso più farlo».

Il Pd ha strappato una risorsa alla Chiesa.
«Per regalarla al paese».

Risposta pronta. Sei consigliere comunale da un anno, l’esperienza è come te la aspettavi?
«Io ci metto tutto il mio impegno, lavoro per le mie idee, metto in evidenza la linea politica del partito, la nostra idea di paese e di comunità e, anche se siedo nei banchi di opposizione, la sento come una grande responsabilità».

La percezione della gente nei tuoi confronti è cambiata?
«Capitava anche prima che le persone si fermassero e si rivolgessero a me per un confronto, ora accade di più perché da consigliere comunale si diventa un punto di riferimento, la gente ti riconosce. Io amo Madonna dell’Arco ma non mi sento certo un consigliere di quartiere o della frazione, sento sulle spalle la necessità di rappresentare tutti i cittadini, tutti i quasi trentamila abitanti di questo paese. La mia passione nasce per fare qualcosa di buono per gli altri, l’impegno politico deve essere finalizzato a rendere la vita migliore per tutti».

In questo particolare momento storico, quali ritieni siano le priorità per Sant’Anastasia?
«Credo che un’amministrazione comunale, se vuole, può creare possibilità e occasioni di sviluppo, mettere in risalto le potenzialità del territorio e ne abbiamo tante da sfruttare, dall’agricoltura, al commercio, al turismo religioso. Sarebbe opportuno intercettare quanti più fondi europei possibile giacché, ormai, quelli statali sono ridotti al lumicino. Qui adesso manca la progettualità, mancano le occasioni di lavoro per i giovani e anche l’attenzione adeguata per gli ultimi. Non è valorizzata la nostra potenzialità di attrazione, nonostante l’ideale posizione geografica e territoriale, raggiungibile facilmente dal nolano, dalla città di Napoli, dalla costiera. Andrebbero messi in cantiere progetti che diano al paese la possibilità di espandersi dal punto di vista turistico e commerciale, valorizzando anche i prodotti tipici locali di eccellenza, in particolare quelli agricoli».

Quelli agricoli? Ma il Pd ha chiesto, vanamente, che Sant’Anastasia fosse inserita nel patto della Terra dei Fuochi.
«Quella sarebbe stata un’opportunità, non un freno. Il casertano rientra quasi tutto nella Terra dei Fuochi, eppure il consorzio della mozzarella di bufala esporta il prodotto in tutto il mondo, con il vantaggio di un maggiore controllo di qualità, nonostante il territorio oggettivamente martoriato. Chi amministra ha fatto altre scelte ma io non le condivido, occorre coraggio non paura. Qualche settimana fa sono stato a Londra. Ho trovato la mozzarella di bufala casertana anche lì».

Viaggi molto?
«Meno di quanto vorrei, ma ad offrirmi la possibilità di vedere alcuni bei posti d’Italia è stata la politica. Un’esperienza che mi ha segnato molto, dal punto di vista anche umano, è stata la scuola di formazione politica nazionale del Pd, tredici mesi tra i più belli della mia vita. Eravamo quaranta giovani provenienti da tutta Italia e il percorso si è concluso nel 2013».

 In cosa consiste?
«Consisteva, perché da quando Bersani non è più segretario quell’esperienza non si è ripetuta. Ci hanno formato da un punto di vista politico e sociale, ed è un onore essere stato tra i fortunati che hanno avuto l’opportunità di seguire corsi tenuti da docenti universitari e personalità come Massimo D’Alema, Enrico Letta, Rosy Bindi, lo stesso Pierluigi Bersani, Ignazio Marino e anche un grande intellettuale come Alfredo Reichlin che, nonostante i suoi novant’anni e passa, ci  ha incantati con tre ore di lezione lucida, intelligente e fuori dal comune. Un’opportunità davvero importante cui sono seguite varie altre esperienze in giro per l’Italia, in Calabria, in Toscana e in Emilia Romagna dove, a settembre 2012, al corso di formazione Frattocchie 2.0, mi capitò di essere in corsa per la premiership con Bersani e Renzi, finendo su tutti i quotidiani nazionali, persino sulla Gazzetta dello Sport».

Ricordo bene, si trattava di primarie simulate.
«Sì, da Twitter alle agenzie di stampa, impazzirono tutti. La simulazione di una corsa a tre per la candidatura e io, da militante sconosciuto, tra Bersani e Renzi».

Come finì però non lo ricordo, chi vinse?
«Nessuno, era appunto la simulazione di un’organizzazione delle primarie, un test comunicativo quasi. L’allora responsabile della comunicazione di Bersani, Stefano Di Traglia, mise fine alla cosa con un comunicato. I giornalisti locali ci ricamarono molto e lo stesso Di Traglia mi citò poi nel suo libro raccontando quell’esperienza».

Tu non sei un renziano della prima ora, come giudichi l’operato del premier fino a questo momento?
«Non sono un renziano nemmeno della seconda ora, io ho votato per Cuperlo. Ma Renzi è il segretario del mio partito e ho un profondo rispetto per la massima istituzione del partito del quale mi onoro di far parte. In proposito, vorrei partire da un assunto: si fa spesso confusione nell’immaginario collettivo dicendo che lui è il terzo premier consecutivo arrivato a palazzo Chigi senza essere eletto. Questa è l’inesattezza più grande che abbia sentito, l’Italia è una repubblica parlamentare e non presidenziale, sono deputati e senatori a dover passare per le urne, il premier anche no. Quanto al giudizio, un leader deve essere sì decisionista ma deve possedere anche grandi capacità di sintesi e mediazione, non sempre le forzature vanno bene. Diciamo che sull’Italicum, la legge elettorale, provvedimento così importante e fondamentale, avrei evitato di porre la fiducia. Una forza politica come il Pd – e qui la responsabilità maggiore è di chi guida il partito – avrebbe dovuto trovare una sintesi tra tutti i parlamentari per poi condividere con gli altri, anche con le opposizioni, il percorso di riforme a larga convergenza. Ho trovato invece un passaggio politico giusto e corretto il patto del Nazareno con Berlusconi, le regole di tutti come le riforme costituzionali, legge elettorale compresa, vanno scritte tutti insieme, su questo sono stato pienamente d’accordo. Che poi il patto sia venuto meno con l’elezione del presidente della Repubblica, che ha di fatto riunito nuovamente il Pd, è un’altra storia».

Ma questo tuo segretario e premier non ti sembra un po’ troppo liberale o rappresenta la naturale evoluzione del Pd?
«Non va dimenticato un passaggio fondamentale come l’adesione del Partito Democratico al PSE, il Partito Socialista Europeo, cosa non avvenuta nemmeno con segretari provenienti da altre tradizioni. Fino al 2014 eravamo nel gruppo Socialisti e Democratici e un punto di vista personale voglio esternarlo: io penso si debba andare anche oltre il Pse, è necessario costruire all’interno dell’Unione Europea, un grande partito democratico europeo, riformista, popolare, progressista, un contenitore molto più ampio. E il nostro Pd italiano, unico in Europa, potrebbe essere il timoniere di questo percorso nuovo politico. La storia cambia, si evolve, bisogna avere la capacità di guardare oltre. Il Pd deve sì partire dall’equità sociale, dalla difesa degli ultimi, degli emarginati, dei più deboli, ma non può essere un partito di una sola parte, scusa il gioco di parole. Non mi scandalizza che sia il partito degli operai ma anche degli imprenditori e dei professionisti, fare politica è fare gli interessi di tutti. Dunque non trovo nulla di strano se un dirigente politico di centrosinistra si siede a ragionare con capitani d’azienda, se poi orienta le scelte a salvaguardia di tutti, dei meno fortunati prima di tutto».

Tu studi diritto, sei d’accordo con Piero Calamandrei quando affermava che “La libertà è condizione ineliminabile della legalità; dove non vi è libertà non può esservi legalità”?
«Per risponderti prendo in prestito un’altra citazione, questa è di Sandro Pertini il quale diceva che un uomo senza lavoro, che ha fame, che vive nella miseria, che è umiliato perché non può mantenere i propri figli, non è un uomo libero, se non di imprecare ma questa non è libertà. La libertà senza giustizia sociale è una conquista vana. Perciò, se per libertà intendiamo essere libero dai bisogni e avere dunque una dignità, concordo anche con Calamandrei».

Formazione da chierichetto a parte, quanta importanza ha la religione nella tua vita?
«Molta, sono un cattolico praticante e credo che Dio guidi i nostri passi, il nostro cammino, se noi scegliamo di farci guidare. Ha tanta importanza anche nel mio impegno politico, ascolto le parole di Papa Francesco e ricordo bene quelle di papa Benedetto XVI che chiedeva costantemente ai cattolici di impegnarsi in politica. Se si è cattolici, lo si è sempre».

Perciò non credi che nelle scelte politiche, per la cosa pubblica, sia preferibile un approccio più laico?
«Ti faccio un esempio. Io sono cattolico, ma sono favorevole alle unioni civili, non mi scandalizzo di certo. Non però alle adozioni per una coppia di omosessuali, semplicemente perché, per una questione pedagogica, ritengo sia contro natura. Ma questa la ritengo una posizione laica. Nelle scelte non bisogna mai consentire che la visione delle cose, la diversità, irrigidisca le posizioni ma farla diventare un valore aggiunto per allargare le proprie vedute. Trovo normale che chi governa lo faccia con coscienza, rispettando i valori in cui crede, ma in una società come la nostra che si evolve in maniera multiculturale è normale che si facciano gli interessi di tutti».

Come credi che sarai tra vent’anni?
«Mi vedo sposato con Imma, con dei figli, una bella famiglia sul modello della mia, con un tenore di vita dignitoso, sempre politicamente e socialmente impegnato per dare il mio contributo alla collettività».

Il tuo sogno, la tua ambizione più grande?
«Ho tante belle aspirazioni che danno input nell’impegno, più che ambizioni. Non mi dispiacerebbe poter ricoprire ruoli istituzionali sovracomunali».

E nel caso ci arrivassi, cosa ti piacerebbe cambiare della “macchina” Italia?
«Mi piacerebbe contribuire, per esempio, alla necessità di ridurre lo stipendio dei parlamentari. Bersani lo dice da tempo che non dovrebbero guadagnare più di un sindaco di una città capoluogo, io sono dello stesso parere. Perché è vero che se analizziamo i costi della politica oggi, seppure elevati, influiscono del solo sullo 0, 4 per cento del Pil, dunque non certo in maniera esorbitante. Però, tagliare gli stipendi di chi guadagna ventimila euro al mese e potrebbe farlo con, per esempio, la ragguardevole cifra di ottomila, sarebbe un bel segnale di condivisione per chi oggi non riesce a mettere il piatto in tavola. Con il resto si potrebbe pensare di aiutare le famiglie che non arrivano a fine mese».

E se l’avessi tu una disponibilità illimitata di denaro, che faresti?
«Donerei la maggior parte alla ricerca contro le malattie. A me basta poco, considero il denaro qualcosa di necessario per vivere dignitosamente ma non ho grandi vizi, forse mi piacerebbe fare qualche viaggio».

Dove andresti?
«Un viaggio di nozze in Australia mi tenterebbe molto, è una meta che affascina anche la mia fidanzata».

Qual è il libro che ti ha segnato di più?
«È di Carol. S. Pearson, si chiama “L’eroe dentro di noi, i sei archetipi della nostra vita”. Una sorta di viaggio tra le fasi dell’evoluzione psichica contraddistinte da sei archetipi fondamentali come tappe salienti dello sviluppo della nostra personalità. L’Orfano, l’Innocente, il Viandante, il Guerriero, il Martire, il Mago, dipende dal modo in cui ci relazioniamo con gli altri, sono tutti archetipi distinti secondo la meta, la paura più grande che possiamo avere e il nostro compito».

E tu in quale dei sei archetipi ti sei riconosciuto?
«Qualche tempo fa nell’Orfano o magari nel Mago, da quando Imma è entrata nella mia vita mi identifico con il Guerriero, perché mi ha dato la forza di lottare».

L’uomo politico del passato e quello attuale che ammiri di più?
«L’uomo politico di sempre è sicuramente Aldo Moro, grande statista, esempio di sobrietà, moralità ed etica che penso si debbano possedere. Quello attuale, Pierluigi Bersani, non sono tifoso dell’uomo quanto della sua idea politica, nel suo caso l’Italia ha perduto una grossa opportunità».

Hai un hobby?
«Amo ascoltare musica, mi rilassa. Italiana e straniera».

Se dovessi scegliere la colonna sonora della tua vita?
«Sarei indeciso. Potrebbe essere “Me la caverò” degli 883, “Quanta strada ho da fare” di Claudio Baglioni o magari “Esseri umani” di Marco Mengoni».

L’ultimo film che hai visto al cinema?
«Cinquanta sfumature di grigio».

Non l’hai trovato deprimente?
«No, a me è piaciuto. Mi hanno detto che non è fedele al libro, però quello non l’ho letto».

Scegli un proverbio che ti rappresenti.
«Ce n’è uno che mi accompagna da sempre: “Il leone è ferito ma non è morto”.

Ti senti un po’ leone?
«Sì, adesso anche fuori dalla gabbia. Il leone è un animale affascinante, simbolo di bellezza assoluta e di libertà».

Quanto conta per te il fattore estetico?
«In questo mondo si dà troppo peso all’apparenza, io sono più per l’essenza. Certo, mi piace essere presentabile perché ho a che fare con tanta gente, ma infine conta quel che siamo, non come ci vestiamo».

Cosa è l’eleganza, mi fai un esempio di un uomo famoso che consideri tale?
«Mi piace molto come si veste Bruno Vespa, prescindendo dal personaggio. Le cravatte, in modo particolare».

Ci sono degli oggetti dai quali non ti separi mai?
«L’orologio e il telefono».

Il tuo piatto preferito?
«La pizza, senza dubbio».

Qual è l’ultimo regalo che hai fatto alla tua fidanzata?
«Un grande fascio di rose rosse».

Per finire, se dovessi raccontarti in poche parole?
«Sono cordiale, spero simpatico, molto romantico, permaloso, dolce, una persona che mette gli affetti e i rapporti umani al primo posto anche in politica, tento di orientare le aspirazioni personali nella direzione che possa coincidere con gli interessi della comunità, di tutti».

Giuseppe Maiello carta natale

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