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Avvocato penalista, sindaco della città di Ottaviano, presidente della comunità del Parco Nazionale del Vesuvio.

«La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla»: è una citazione da «Vivere per raccontarla», autobiografia di Gabriel García Márquez, scrittore colombiano e Premio Nobel per la letteratura. Ma è anche lo spunto che Luca Capasso, sindaco di Ottaviano dal 2013, ha fatto suo per il discorso di insediamento. Perché – dice – lavorare per il futuro è un po’ la sua filosofia. Avvocato penalista, consigliere comunale dal 2004 al 2009 e rieletto fin quando, due anni e mezzo fa, divenne sindaco della città, eletto al primo turno e alla guida di una coalizione di centrodestra composta allora da Pdl – Berlusconi per Capasso, Udc, Noi Sud e quattro civiche (Rinnovamento Ottavianese, Ottaviano Futuro, Alleanza per Ottaviano, Lista Stella). È presidente della comunità dell’Ente Parco Nazionale del Vesuvio e componente del comitato ristretto dei sindaci Asl Na3 Sud. Il 2 febbraio 2016 compirà quarant’anni.

Luca, nella tua famiglia la politica è una tradizione?

«Si potrebbe dire così, mio padre Giuseppe è stato consigliere comunale negli anni ‘80 e mi ha trasmesso la sua passione, ma c’è anche uno zio materno che è stato sindaco a Comiziano più o meno nello stesso periodo. Se tradizione è, la sto continuando».

Cosa facevano i tuoi genitori?

«Papà era un medico, specializzato in diabetologia, cardiologia e malattie del sangue. Mia madre Teresa, era insegnante di sostegno. Sono entrambi mancati, prima papà e poi mamma solo cinque giorni prima che fossi eletto sindaco».

Hai fratelli?

«Uno solo, Michele. È medico e vive a Mugnano del Cardinale, in provincia di Avellino».

Vivi da solo?

«Sì, ormai da quasi tre anni».

Un tuo ricordo dell’adolescenza?

«Mi viene in mente lo chalet Valleverde, perché ci andavo spesso ma anche perché vi ho lavorato come cameriere».

Hai fatto il cameriere?

«Anche il muratore. In casa ci hanno insegnato a non stare senza far nulla perciò in estate, già da quando avevo 16 anni, lavoravo per tenermi impegnato e racimolare un po’ di soldini per andare in vacanza senza chiedere nulla ai miei genitori».

Se ti chiedevano cos’è che volevi fare da grande?

«Rispondevo che sarei diventato un medico. Poi però – io ero ancora al liceo – guardavo mio fratello chiudersi dentro e studiare ininterrottamente dal mattino alla sera. La testa china sui libri per otto, dieci, anche dodici ore. Ho cambiato idea».

E hai scelto Giurisprudenza perché si studiava meno?

«Si studia molto anche lì, ma non richiede certo quell’impegno totalizzante. Una volta in facoltà mi sono appassionato al diritto penale. Per esercitare la professione di avvocato penalista occorre studio ma anche doti innate che ho scoperto con il tempo di possedere: dinamismo, capacità di interloquire e mente aperta che ti consente di cambiare strada durante una fase del procedimento o nello stesso dibattimento. Anche la voce è importante, va modulata: un avvocato con un tono monocorde, uniforme, dopo un po’ non lo ascolta neppure il giudice».

Hai mai ricevuto complimenti da un giudice?

«Dal Tribunale del Riesame di Torino, era un caso di rapina. Definirono la mia memoria e le eccezioni che avevo contemplato riguardo le intercettazioni una “pregevole mostranza difensiva”. Lo considero un complimento e fa piacere riceverne, soprattutto quando si sta lavorando fuori dal proprio territorio».

C’è un caso che in questo momento ti sta appassionando di più?

«Sono impegnato nella difesa dell’ex custode di Città della Scienza che la Procura considera il presunto incendiario per i fatti che risalgono al 2013. La richiesta di misura cautelare nei confronti del mio cliente è stata rigettata dal gip e il Riesame ha accolto l’istanza difensiva, è una vicenda che ha avuto grande eco mediatica ma la cito per sottolineare che spesso, nella ricerca della verità, non bisogna trovare a tutti i costi un colpevole. Se non esiste certezza, se non ci sono indizi concordanti e precisi che indicano in maniera lampante un soggetto, è una cosa brutta emettere misure cautelari. Non si dovrebbe mai arrestare una persona senza sapere se sia effettivamente colpevole».

Il caso più singolare, invece?

«Singolare e anche divertente, pur se imbarazzante per le donne presenti in aula in quel momento: era un caso in cui difendevo un ragazzo accusato di tentata violenza sessuale. Ebbene, ho prodotto fotografie che dimostravano chiaramente come il rapporto fosse consenziente. A dire il vero non mi sono risparmiato, in aula ho anche mimato la scena».

Ti sei candidato al consiglio comunale di Ottaviano solo nel 2004, eppure –come dicevamo – la politica ti ha appassionato fin da bambino.

«Non mi sono impegnato prima in maniera attiva perché mio padre pretendeva che prima mi laureassi. Mi diede il suo consenso soltanto l’ultimo anno di Università, quando ormai mancava un unico esame al traguardo».

Da allora hai sempre fatto il consigliere, fino al 2013 quando sei diventato sindaco con una compagine di centro destra, tre partiti e quattro civiche.

«Le liste civiche le ho pensate io, tutte e quattro».

Con quali criteri?

«Con una selezione che tenesse conto della passione politica prima ancora che della meritocrazia, ritagliando molti spazi per i giovani, infatti in consiglio comunale ne abbiamo molti».

A tuo parere, in questo particolare momento storico, i giovani si interessano alla politica o ai vantaggi che possono ricavarne?

«Non si può generalizzare. Ci sono giovani realmente interessati, con una grande passione che si mantiene viva anche in un momento in cui impera il ciclone dell’antipolitica, e altri che vorrebbero sfruttare la politica per proprio esclusivo interesse. È difficile, oggi i ragazzi non vivono più le sezioni di partito o le segreterie anche perché non ve ne sono quasi, ormai. Se devo parlare di me, ho preso la decisione di candidarmi come sindaco soltanto quando ho potuto contare su uno studio professionale abbondantemente avviato, quando cioè non avevo certo bisogno della politica per far carriera o per averne vantaggi».

Dal punto di vista professionale non ne hai avuti?

«Ho avuto solo svantaggi, scegliendo di lasciare una enorme fetta di clienti. E l’ho fatto per questioni di incompatibilità morali, non certo tecniche, prima ancora di candidarmi, già sulla fine del 2012».

Parli di incompatibilità morali e non tecniche, quindi ti riferisci immagino ad esponenti di clan camorristici. Sono questi i clienti che hai lasciato?

«L’avvocato penalista questo fa. Sì, ho rinunciato a questa tipologia di clienti prima di candidarmi, ancor prima di essere eletto. Ho deciso così per ragioni di opportunità, per trasparenza».

Perché volevi fare il sindaco?

«Chi è appassionato di politica desidera fare il sindaco: amministrare il paese dove si è nati, lavorare per migliorarlo, è un orgoglio. Poi ci sono le circostanze che, ricoprendo il ruolo di consigliere di opposizione per tanti anni, ti ci spingono in maniera quasi naturale».

Sei in carica dal 2013, l’hai migliorato il tuo paese?

«Direi di sì, pur avendo ricevuto una eredità abbastanza dura. Non voglio criticare nessuno ma ho trovato una Ottaviano spenta, depressa, con problemi a non finire. Ora di certo non sono finiti, ci vuole il suo tempo».

Ecco, «tempo». Quanto ne dedichi alla città?

«Sono un sindaco a tempo pieno, chi governa una città deve sapere che toglierà tempo alla sua vita professionale, familiare, di coppia. Anzi, un sindaco che ha famiglia oggi secondo me non può svolgere bene il suo compito, a meno che non voglia star lì solo per percepire lo stipendio. Quanto a me, arrivo in municipio alle nove del mattino, inizio dal controllare la posta in entrata e smistarla, guardo personalmente le determine di tutti gli uffici, verifico se si sta attuando quanto già programmato, mi occupo di tutta una serie di problemi del quotidiano sul territorio. Poi ci sono le giunte, le delibere, le commissioni, gli impegni istituzionali e quelli con la città: ricevo i cittadini tre giorni alla settimana. Di lunedì nella frazione San Gennarello, di martedì e giovedì al Comune».

Tre giorni alla settimana sono tanti, cosa ti chiedono i cittadini?

«Al novantanove per cento sempre le stesse cose: problemi economici, familiari, ricerca di un lavoro, ci sono famiglie davvero sull’orlo della disperazione».

Cosa puoi fare per loro?

«Dove si può tamponare, risolvere, essere presente con l’ausilio delle politiche sociali, lo si fa. Per altre richieste, ovviamente, il Comune non è né un ufficio di collocamento né un presidio assistenziale. Spesso ci si rende conto che alcune persone vivono situazioni allarmanti e dunque mi preoccupo di allertare i servizi sociali, spesso chiedo ai carabinieri di verificare e monitorare o chiedo ad amici imprenditori se c’è la possibilità di far lavorare chi davvero ne ha bisogno. Ma abbiamo messo in campo ausili che finora non c’erano, di contrasto alla povertà, come le borse lavoro per disoccupati, uomini e donne. Si tratta di 400 euro al mese ma per chi è davvero in condizioni disperate è un inizio. Poi ci sono i voucher lavoro, con disoccupati che possono essere impiegati dal Comune laddove l’organico risulti insufficiente e la social card con la quale – attraverso una convenzione con gli esercizi commerciali del territorio – giovani e anziani possono beneficiare di sconti. In più, diamo una borsa di studio ai giovani concittadini che vogliano iscriversi all’Università avendo voti alti alle superiori e agli studenti meritevoli paghiamo anche il corso per la patente automobilistica, incrociando ovviamente – a parità di voti – la diversa situazione economica».

Con i dipendenti del Comune com’è il rapporto?

«Giro ogni giorno per le stanze del municipio, vedono che sono sempre presente e sanno bene che, a condizione che facciano il proprio dovere e lavorino, li difenderò sempre. Non sono certo un sindaco “facile” ma il primo Natale del mio mandato ho ricevuto da tutti loro un biglietto di ringraziamento. Mi scrivevano che nessuno aveva avuto mai tante attenzioni. Parlavano di presenza e coinvolgimento ma credo anche del pensiero che ho per loro ogni anno nel periodo festivo: mi rivolgo ad un pastificio di Gragnano e regalo cinque chili di pasta a tutti i 180 dipendenti».

Non per far torto alla pasta di Gragnano…ma non avete prodotti tipici a Ottaviano?

«A dire il vero avrei voluto regalare a tutti un “piennolo” di pomodorini del Vesuvio ma il produttore cui li avevo chiesti non ha fatto in tempo. Sarà per il prossimo anno».

Come sta messa la macchina amministrativa di Ottaviano?

«Siamo in sottorganico e non possiamo sostituire chi va in pensione. Dunque, come in molti Comuni, c’è grande difficoltà».

Qual è la difficoltà più grande che, da sindaco, hai incontrato dal 2013 ad oggi?

«Via Cesare Augusto, un cantiere rimasto fermo per anni in una strada importante che dal centro cittadino porta al palazzo Mediceo. Una ghigliottina che abbiamo ereditato, con un appalto finanziato ma non espletato e per cui siamo riusciti fortunatamente ad ottenere un finanziamento attraverso l’accelerazione di spesa. Il bando risale al 2010 e i lavori cominciarono l’anno dopo proseguendo a rilento per poi fermarsi del tutto. Ho fatto dello sblocco di quel cantiere una priorità, lavorando fino al risultato».

Si dice che tu abbia un carattere, diciamo così «fumantino» – come si è visto nella tua campagna elettorale dove hai giocato molto in attacco –  e che sia, inoltre, parecchio accentratore. È la verità?

«Sono soltanto molto istintivo, se devo dire quel che penso lo faccio. Mi rendo conto che persone così sono poco apprezzate ma se mi comportassi in maniera diversa sarei falso. Accentratore non so, ma ricordiamoci che sono il sindaco e dunque il responsabile di quel che accade: ho in giunta assessori eccellenti e preparati che svolgono il proprio compito ma io devo sempre sapere quel che fanno. È senso di responsabilità, non altro».

Sei il sindaco più giovane da quando – era il 1995 – il popolo può scegliere direttamente chi deve rappresentarlo. Anche uno dei più giovani dell’ultimo secolo. Pensi che sia importante l’età in politica? Meglio un sindaco giovane, una squadra che lo sia altrettanto?

«Ci sono pro e contro, come in tutte le cose. Dipende dalla persona, non dall’età. Anche per i consiglieri, spesso l’inesperienza dovuta alla giovane età può portarli a strafare, la velleità diventa un’arma a doppio taglio e se non tengono i piedi ben piantati a terra finiscono per rovinarsi con le proprie mani. Quanto a me è vero che mi sono candidato a 37 anni, ma avevo alle spalle un lavoro importante sul territorio in dieci anni di esperienza da consigliere e, al di là dei partiti, la scelta la fa appunto il territorio. Io dissi a tutti che mi sarei candidato, che avevo pronte le liste e garantii che avrei vinto le elezioni. Infatti è andata così».

Ci sarà un rimpasto di giunta a metà mandato o terrai fino alla fine la squadra scelta nel 2013?

«Siamo già a metà mandato e un accordo originario prevede che dopo due anni e mezzo avremmo provveduto ad un avvicendamento. Perciò, nel rispetto dell’impegno preso con partiti e liste civiche, di qui a qualche giorno entreranno in esecutivo due nuovi assessori, uno dei quali siede attualmente in consiglio».

Non avendolo ancora annunciato non ti chiedo di far nomi, posso invece chiederti in che quota?

«In giunta arriverà un attuale consigliere comunale di Forza Italia, un altro assessore sarà in quota Noi Sud».

Entrambi di Ottaviano?

«Sì».

Come hai scelto gli assessori, con quale criterio?

«Nella fase iniziale ho seguito le indicazioni dei partiti, sono loro espressione. Per le liste civiche ho privilegiato consiglieri eletti, fermo restando che ho rivendicato per me la scelta del vicesindaco».

Non credi che un sindaco dovrebbe avere il potere di scegliere tutti i suoi componenti della squadra in totale autonomia?

«Se proprio vogliamo dirla tutta io andrei anche oltre: un sindaco eletto dovrebbe poter contare su un mandato di sette o otto anni e non poter essere sfiduciato in alcun caso dal consiglio comunale che in quel caso avrebbe solo un compito di controllo. Dovrebbe poter nominare cinque dirigenti invece degli assessori e poter essere mandato a casa solo per alto tradimento della Costituzione Italiana o per reati gravi. Inoltre, dovrebbe essergli consentito un solo mandato. Così, a mio parere, i Comuni “volerebbero”».

Il tuo mandato finirà a giugno 2018, hai intenzione di ricandidarti?

«Sì».

I risultati – in breve – di due anni e mezzo di amministrazione?

«Intanto abbiamo trovato un paese disastrato, un Comune con in cassa un milione e seicentomila euro, ci si pagavano appena appena gli stipendi ai dipendenti. Con parecchio lavoro siamo riusciti in tante cose, a cominciare dall’illuminazione pubblica prima fatiscente. È stato ripreso un accordo di programma risalente al commissario prefettizio, sono state illuminate strade che da anni erano al buio, è stato incrementato il piano di illuminazione pubblica e a breve potremo realizzare l’isola ecologica che ci aiuterà a migliorare ancora la percentuale di raccolta differenziata. Ora siamo al 78, 12 per cento».

Percentuale alta, come ci si arriva?

«Quando ci siamo insediati era al 50 per cento, noi abbiamo ridotto la raccolta del secco indifferenziato da tre ad una sola volta alla settimana e sensibilizzato la cittadinanza tenendo inoltre pulite le periferie. Il dato di molti altri Comuni è alto ma poi hanno le periferie sporche e lasciano l’indifferenziato a terra invece da noi – a parte qualche caso come via Bosco del Gaudio ed altre strade in cui stiamo provvedendo all’installazione di telecamere che controlleranno gli sversamenti illegali – la città è pulita. Se in questo momento facessimo un giro a Ottaviano non troveresti una lampadina spenta su 3900 punti luce – indice di manutenzione costante – e non vedresti immondizia a terra. A questo proposito devo fare ovviamente i complimenti ai miei concittadini che hanno dimostrato di essere capaci e sensibili».

Illuminazione, raccolta differenziata, ma le strade?

«Via Cesare Augusto sarà finalmente terminata e abbiamo già espletato le gare per via Roma e via Pappalardo che saranno asfaltate a giorni, è in corso l’iter per la gara di via Capuoti, una strada nella frazione di San Gennarello, dove aspettano questo intervento da vent’anni. A Ottaviano non si asfaltava una strada dal 1993, con l’eccezione di via Paradiso dove noi abbiamo poi realizzato ex novo l’impianto di illuminazione pubblica che non c’era, come a via Fiorilli dove attendevano da circa 40 anni. Sono state rifatte via Ferrovie dello Stato, via Sarno, via Cepparuli, ora tocca a via Pappalardo, via Roma, via Capuoti e abbiamo messo in bilancio i soldi per via Zabatta, quindi si può fare la gara. Duecentomila euro per via Zabatta e 160mila per via Capuoti attraverso un mutuo contratto con la Cassa Depositi e Prestiti: per via Capuoti è già stato fatto il decreto dunque la gara partirà a breve. Per via Zabatta, strada intercomunale, c’è un accordo con il Comune di San Giuseppe Vesuviano e stiamo aspettando che anche loro mettano a disposizione la somma di duecentomila euro, in modo da fare una sola gara».

Ci sarebbero anche le piazze, da riqualificare. Punti a intercettare fondi europei?

«Sì, le piazze vanno riqualificate e dipende appunto da tutto quel che accadrà nella programmazione europea 2015/2020 perché va chiarita una cosa: se oggi ci si aspetta di realizzare opere pubbliche con fondi comunali tutto diventa molto difficile, complicato. Quindi sì, possiamo puntare ai fondi europei e ci stiamo lavorando».

Hai un team che si occupa solo di questo?

«Sì e con vecchi fondi europei, un Pon sicurezza, abbiamo risistemato e ristrutturato il plesso Trappitella, quello di via Pappalardo e la D’Aosta, tutte le altre scuole sono state ridipinte e hanno beneficiato di tutti i lavori necessari. Mi ha fatto piacere sentire dall’ingegnere Giovanni Del Giudice, responsabile per l’edilizia scolastica, che tutto l’impegno profuso da me in questi anni non ce l’aveva messo nessuno, prima. Ci siamo spesi tanto e ogni anno cercheremo di mettere più soldi, di far sì che l’habitat scolastico sia adeguato ai bambini».

Mi è capitato di vedere, sui social network, fotografie di te che pranzi con i bimbi delle elementari in orario di mensa. Lo fai spesso?

«Ci vado per verificare la qualità dei cibi, anche se posso farlo soltanto con il menu speciale per celiaci come me. Il servizio mensa funziona benissimo».

Sul versante della programmazione urbanistica?

«A Ottaviano non c’era il piano regolatore o meglio era stato iniziato dalla precedente amministrazione. All’insediamento ho trovato osservazioni e mi si è posta una scelta: adottare una strategia diversa scegliendo di ripartire daccapo o continuare quel percorso senza perdere altro tempo. Per senso di responsabilità ho coinvolto tutti i consiglieri comunali, compresi quelli di minoranza, e ho detto loro che avrei scelto di proseguire la linea precedente, per dare un senso di regola e di rispetto delle norme sul territorio. Perciò abbiamo continuato quel percorso, il 3 dicembre il piano urbanistico comunale è stato pubblicato ed adottato a tutti gli effetti. Ora partiremo immediatamente con il Poc, il piano operativo comunale, contiamo di farcela entro giugno».

Ottaviano è tra i Comuni che stanno esaminando le pratiche di condono, quante sono le giacenti?

«Circa 3500».

Tante.

«Tantissime, ma su questo punto devo dire una cosa: occorre un intervento legislativo sia regionale che nazionale perché non si può pensare che la Sovrintendenza possa esaminare, per esempio, le pratiche di tutta l’area vesuviana. Le pratiche dei tredici comuni dell’area Parco o dei ventiquattro comuni della Zona Rossa, quanti anni ci si impiegherà? Ci sono persone che hanno atteso per tanti anni e ora rischiamo di dar loro speranza per altri venti».

Qui non parliamo solo di speranze, ma anche di soldi. Queste persone dovranno pagare, no?

«Sì, chi ha già pagato, chi pagherà, chi deve fare integrazioni, chi deve rivolgersi – ovviamente pagando – anche a tecnici. Alla fine cosa gli diremo?».

Però avete costituito le commissioni, le pratiche le state esaminando…

«Lo stiamo facendo perché una legge dice che dobbiamo farlo. Si potrebbe esaminare le pratiche a zone, seguendo le direttrici del piano regolatore per ogni Comune – un po’ l’idea di cui mi sono ritrovato a discutere con la responsabile all’urbanistica di Somma Vesuviana, l’architetto Mena Iovine – ma anche qui c’è un problema tecnico: il numero di pratiche. Se chi rientrasse in quelle zone avesse presentato istanza di condono nel ’93, altri che l’hanno fatto nell’87, per esempio, andrebbero indietro. È complicato, bisognerebbe avere il coraggio di passare una spugna: una legge dello Stato prevede che si possa presentare istanza di condono, dopodiché o le si accettano o le si abbatte. Ma non si potrà abbatterle, dunque si dovrebbe optare per una decisione che implichi un freno presente e futuro a tutti gli abusi. Si dovrebbe per esempio dare la possibilità di realizzare tetti spioventi a tutte le mansarde».

Ottaviano è compreso nei prima diciotto e ora ventiquattro comuni della Zona Rossa per il rischio Vesuvio. Tu che pensi della legge 21 che la istituì?

«La Zona Rossa è una sciocchezza, una grande idiozia. Se il vulcano esplodesse moriremmo tutti, anche Napoli sarebbe distrutta e se l’eruzione avvenisse tra Procida e Ischia la capitale sarebbe praticamente asfaltata. È una presa in giro, esattamente come il bonus di 30mila euro che anni fa la Regione diede a chi voleva comprare casa altrove. Se avessi un appartamento e volessi ricavare una stanza in più per mio figlio adesso non potrei, allora mi chiedo: se muoio in centoventi metri quadri piuttosto che in cento, cosa cambia? È una questione stupida e, per averlo detto, fui attaccato e bollato, come primo presidente della comunità del Parco Vesuvio “cementificatore”, dall’esponente dei Verdi Emilio Borrelli, attuale consigliere regionale di maggioranza. Ovviamente qui nessuno vuole cementificare ma mettere a posto, regolamentare, dare una concessione a gente che attende da trent’anni, dobbiamo viverci in questo territorio. Non posso non notare che adesso, quando il governatore De Luca spinge per i condoni, non sento alcuna voce indignata levarsi dai banchi del Consiglio Regionale».

Intanto Ottaviano è Comune capofila per i piani di evacuazione.

«Il discorso è diverso. Abbiamo approvato il progetto e a breve distribuiremo un questionario a tutti i cittadini che dovranno compilarlo indicando il numero dei componenti di ogni nucleo familiare, i recapiti telefonici, informarci su come si sposterebbero in caso di emergenza e dirci se hanno già un posto dove andare. Una banca dati, in pratica, propedeutica alla creazione di una centrale operativa che invierà a tutti sms sui cellulari in caso di allerta, strade chiuse, condizioni meteo pericolose. Così potremo monitorare circa ottomila famiglie nel caso di eventuale allarme e sapremmo già quante persone dovremmo spostare, conoscendo anche la presenza di ammalati, disabili, bambini».

Alle ultime regionali hai sostenuto Stefano Caldoro, ma del Presidente Vincenzo De Luca che idea ti sei fatto ad oggi?

«Una persona semplice e lineare, i rapporti tra noi sono istituzionali ma anche molto chiari. Sono andato da lui in qualità di presidente della comunità del Parco, gli ho illustrato i problemi».

Tornando ai vincoli, tu sei presidente della comunità dei sindaci del Parco Vesuvio. Ma ci credi davvero nel Parco?

«Ci credo molto, e credo negli sviluppi che può portare».

Finora che sviluppo ha portato, cosa si è fatto?

«Solo due risposte possibili all’una e all’altra domanda: nessuno, niente. Ma vorrei spiegare una cosa: a Ottaviano abbiamo un castello, si chiama Palazzo Mediceo, confiscato alla camorra negli anni ’80, assegnato al Comune e poi dato in concessione gratuita al Parco per 99 anni, come sede. In quel castello, fin quando sono stato eletto io, si facevano sì alcune manifestazioni ma è dal 2013 che le cose sono cambiate parecchio. Ho trovato in verità un gruppo di giovani che al di là della politica – parlo dei giovani della Pro Loco – ha tanta voglia di fare per la comunità. Si sono impegnati insieme a me per il territorio e anche a tenere aperto il Palazzo Mediceo. Organizzano visite guidate, lo tengono a disposizione dei turisti o di chi voglia visitarlo anche durante l’estate. Prima era sempre chiuso e pure quando non lo era, ossia negli orari di ufficio, non è che ci si potesse andare per ammirarne le bellezze».

Ora ci tenete i Mercatini al Castello, accogliendo i visitatori con luminarie artistiche e giochi di luce, con concerti, spettacoli e rappresentazioni teatrali, aree di ristoro e scuderia destinata all’esposizione di prodotti enogastronomici tipici.

«Un successo incredibile con più di 30mila visitatori e gente che mi chiama da tutta la Campania, quest’anno è arrivata anche Rosanna Purchia, la sovrintendente del Teatro San Carlo, che ha cominciato la visita dai mercatini e poi ha finito per visitare le chiese e tutte le bellezze di Ottaviano. In parallelo ai mercatini, l’ultimo Natale abbiamo tenuto aperte due mostre, “Il Divino Pargolo” promossa dall’associazione La Città Solidale di Ottaviano – cioè l’iconografia del Bambino Gesù nella scultura e nella grafica dal diciottesimo al ventesimo secolo – e “L’invisibile Pompei”, una mostra di reperti archeologici, affreschi e pitture murarie, fedelmente riprodotti con un procedimento esclusivo che unisce tradizione e innovazione tecnologica. La mostra su Pompei ha fatto il giro della Campania e l’abbiamo voluta a Ottaviano affinché si potesse agganciare la visita ai mercatini con le visite archeologiche. Inoltre, quando il tempo lo consente, la Pro Loco organizza una visita guidata ad una chiesa di Ottaviano – fa da guida il professore Carmine Cimmino – e a dire il vero vengono un bel po’ di persone anche da fuori. Tutto ciò per dire che, quando la politica la fanno le persone che hanno voglia di far crescere il territorio, poi ci si riesce».

 Il Palazzo Mediceo è la sede del Parco Vesuvio, ma ti avevo chiesto come si fa a trasformare in volano di sviluppo un’area protetta, il Parco, che oggi vive solo sulla carta.

«Si devono mettere in campo iniziative legate ai territori dei tredici comuni, protagonista può essere il vino, il pomodorino, le albicocche, qualsiasi cosa. Se ci si chiude a riccio il Parco sarà sempre visto come un vincolo e nessuno lo apprezzerà».

Va bene, ma come?

«Si può fare se c’è la politica. Perché si continua a parlane male ma quando c’è e si fa bene poi le cose riescono. Mi spiego: se da anni alla guida del Parco c’è un commissario e non si nomina un presidente, che sia pratico e non troppo istituzionale, non andremo da nessuna parte. Se continueremo a legarci troppo alla burocrazia – è questo che uccide non solo i nostri territori ma l’Italia – un ente non funzionerà mai, che si tratti del Parco o di un Comune. Sappiamo che ci sono i vincoli, ma allora il regolamento del Parco va modificato insieme alla politica. Ma prima, ribadisco, va nominato un presidente. Nulla contro Ugo Leone, ma se gli si conferisce un incarico a tempo nemmeno lui può far nulla».

Riesci a coinvolgere, nella tua veste di presidente della comunità, gli altri dodici sindaci?

«Sì, prima le riunioni non si convocavano nemmeno, ora ci vediamo spesso. Ho un ottimo rapporto con tutti, a prescindere dal colore politico. Ma il problema è sempre quello: occorre nominare il vertice».

Hai parlato delle mostre, di iniziative anche culturali. Ecco, cos’altro si fa sul fronte cultura a Ottaviano?

«In questi anni abbiamo messo su una marea di iniziative, anche in virtù delle enormi bellezze della nostra città. Dal campionato europeo di matematica alle presentazioni di libri, passando per il convegno sul mito di Augusto al quale è intervenuto il professore Gaetano Manfredi, rettore della Federico II».

Lo sport? Tuo padre era medico sociale della squadra Diaz e tu sei appassionato di calcio, a giudicare dalla frequenza con cui si vedono in giro tue foto scattate sugli spalti del San Paolo.

«Sono un appassionato, ho anche giocato a calcio, se posso ogni tanto lo faccio ancora e spesso vado allo stadio, è vero. Ad Ottaviano abbiamo squadre e l’unico campo che nell’area vesuviana si può definire bello e funzionale, con un manto di erba sintetica e un impianto di illuminazione installato di recente. In più abbiamo chiuso un contenzioso che andava avanti da anni riguardante proprio il campo di calcio, con una transazione per centoventimila euro che ce ne ha fatti risparmiare almeno altrettanti».

Che succede se hai impegni istituzionali che coincidono con una partita del Napoli?    

«Naturalmente vado all’impegno istituzionale. È capitato anche di celebrare consigli comunali contemporaneamente alle partite».

Com’è il tuo rapporto con l’opposizione?

«Direi discreto. Rispetto i ruoli quando non scorgo demagogia in critiche o proposte. Anche perché per primo prediligo la legalità e la trasparenza, anzi proprio per la Commissione Trasparenza abbiamo voluto si cambiasse il regolamento che prima prevedeva due componenti di maggioranza e uno di opposizione».

Come tutte le commissioni.

«Sì, ma quella è una commissione di controllo e dunque se la maggioranza non avesse voluto farla riunire avrebbe avuto vita facile. Invece ho preteso si cambiasse il regolamento perché fosse composta da due esponenti dell’opposizione e uno soltanto di maggioranza. Tutti gli atti sono a disposizione, sempre».

E in consiglio comunale?

«In consiglio a volte l’opposizione la faccio io».

In che senso?

«Nel senso che gioco molto d’attacco, spesso sono io a stuzzicare i consiglieri. Non avendo scheletri nell’armadio si può fare anche questo».

A Ottaviano come si procede per il bilancio comunale? Avete scelto la strada della condivisione, un bilancio «partecipato», come si dice in questi casi?

«Il bilancio partecipato è una sciocchezza. Da noi si prepara un bilancio molto scrupoloso ma se prima – e come accade altrove – era quasi interamente appannaggio di dirigenti e funzionari, ora l’indirizzo politico è molto forte. Io mi confronto con il vicesindaco – che è anche il mio assessore al bilancio – con assessori, consiglieri comunali e dirigenti, stabilendo le priorità: scuole, politiche sociali, opere pubbliche. Senza dimenticare mai che le opere sono fondamentali ma che i problemi li abbiamo nel quotidiano, con gente che non riesce a mettere il piatto in tavola, e che i bambini e i giovani hanno esigenze da non trascurare».

Coinvolgi molto i giovani, laddove è possibile?

«Lo faccio da prima ancora di diventare sindaco. Uno o due anni prima della candidatura fui tra i promotori di un’iniziativa che ancora esiste e che si chiama “Giovediamoci”. I ragazzi si vedono in piazza, qualcuno mette un po’ di musica, si chiacchiera, ci si diverte, si sta insieme. Nacque perché ci si pose il problema che in strada ormai non ci si incontrava più. Ora Giovediamoci continua, tutte le estati, grazie al Forum dei Giovani».

Sei sindaco, sei un politico ma sei anche uomo di legge. Se fosse in tuo potere cambiare una attuale legge dello Stato?

«Istituirei il reddito di cittadinanza, con criteri e modalità precise. Tant’è che quando a Ottaviano il Movimento 5 Stelle allestì un gazebo per spiegare la proposta di legge ci andai anch’io, senza difficoltà. Oggi c’è un problema serio e io mi arrabbio perché se a Natale metto in campo un bonus di duecento euro arrivano in Comune trecento domande, se promuovo bonus lavoro partecipano al massimo in settanta. Allora mi chiedo: la povertà c’è o no?».

C’è o no?

«C’è, ci sono casi disperati e sono tanti. Perciò, giacché oggi è difficile trovare un posto di lavoro, si dovrebbe garantire un minimo reddito per il tempo necessario perché quella persona trovi un’occupazione e facendo sì che gli uffici di collocamento funzionino in maniera seria. Un reddito di cittadinanza che non sia un sussidio, che non sia assistenzialismo, per un tot di tempo. Se in quel dato periodo a chi lo percepisce si proponesse un lavoro, al secondo rifiuto perderebbe il reddito. Però intanto gli avremo dato una possibilità, saremmo un paese civile che sta accanto a chi non ha la possibilità di pagare una bolletta, l’affitto, le spese farmaceutiche».

La tua fidanzata come ha vissuto la candidatura, l’elezione, il cambiamento che diventare sindaco ha portato nella tua, e immagino nella sua, vita?

«Fabiana è impegnatissima anche lei, sta affrontando un percorso professionale molto difficile perciò ha “sopportato” il cambiamento. È laureata in Giurisprudenza e sta attendendo gli esiti del concorso da notaio che ha sostenuto, in più ha vinto un dottorato di ricerca alla Parthenope».

Le piace la politica?

«Non le dispiace, prima ne scriveva anche, era direttrice del giornale locale “Il Confronto”».

Matrimonio in vista?

«Non imminente, intanto mi ricandido nel 2018».

Hai altre ambizioni politiche, oltre a quella di ridiventare sindaco?

«In politica guai a non averle, le ambizioni. Ma si cresce solo se lo fa il territorio e io spero, sempre con i piedi ben piantati in terra, che cresca non solo Ottaviano ma tutta l’area vesuviana. Abbiamo eccellenze e sindaci, parecchi, che si stanno dando da fare. La tappa principale per chi voglia fare politica è diventare sindaco, orgoglioso di governare la propria città».

Sarà la tappa che dà più soddisfazioni, sicuramente. Però non mi hai risposto: se dopo dieci anni di mandato – ammesso tu venga rieletto nel 2018 – potessi ambire ad un altro ruolo, quale sarebbe?

«Presidente della Repubblica»

Non è possibile, alla scadenza del secondo mandato non avrai ancora cinquant’anni.

«C’è sempre la presidenza del Consiglio…naturalmente scherzo, l’ambizione successiva è ovviamente la Camera dei Deputati anche se oggi conta sicuramente più un sindaco che un parlamentare».

Però un parlamentare che ha fatto il sindaco ha una marcia in più?

«Sì, penso proprio di sì, un sindaco conosce i problemi del territorio, della gente, la realtà che è abituato ad affrontare».

Quindi, chi ambisce a candidarsi alle prossime elezioni politiche può star tranquillo: resterai a fare il sindaco.

«Sì, se c’è qualcuno che ha paura di Luca Capasso candidato alla Camera si rassereni, non ci sarà».

C’è, attualmente, un partito politico nel panorama nazionale al quale ti senti più vicino? Tu hai lasciato da tempo l’Udc.

«Sono gli uomini che fanno i partiti, non viceversa».

Ma se dovessi «incasellarti», come ti si potrebbe definire: liberale, riformista, democratico…?

«Io sono nato democristiano e lo sono ancora. E non tutta la politica è marcia».

Io questo non l’ho detto.

«Lo dico io. La politica la fanno gli uomini, i partiti ormai sono diventati aziende gestiti da manager».

Non esiste più la formazione per le nuove generazioni, non hai pensato di promuovere una cosa del genere a Ottaviano? Non ti piacerebbe un laboratorio politico sul territorio per formare le nuove generazioni, la futura classe dirigente?

«Sì, che mi piacerebbe. Ci vogliono risorse, tante. In realtà ci sarebbe già un progetto su specifici argomenti legati alla politica in un programma di seminari che l’anno scorso ha già organizzato la presidenza del consiglio comunale con Biagio Simonetti».

Sei coetaneo del presidente del Consiglio dei Ministri, Matteo Renzi, che ti si potrebbe inoltre dire vicino anche nella cultura e nella tradizione democristiana. A tuo parere come sta lavorando?

«Credo stia lavorando bene e lo dico da uomo di centrodestra, consapevole che nessuno ha la bacchetta magica. Ritengo possa fare di più soprattutto incidendo, per i tagli pur necessari alle spese, a livello centrale e non sui Comuni. Se si tagliano due assessori e quattro consiglieri comunali i costi sono minimi, quasi ridicoli, altra storia è fare lo stesso per sette ministri e una decina di sottosegretari. Da un lato lo apprezzo, sul fronte scuola ha dato la possibilità a moltissime persone che attendevano da tempo di essere chiamate per incarichi, dall’altro dovrebbe pensare che se si tolgono risorse ai Comuni, vero front office, noi non potremo nemmeno più rifare una strada».

Il politico del passato che hai più ammirato e quello attuale che consideri capace di fare strada?

«Per il passato sicuramente Silvio Berlusconi, anche se ho una mia idea precisa: Berlusconi e Renzi sono uguali. Il secondo ha le possibilità e un sistema che gli consente di metterle in pratica, il primo aveva le possibilità ma non un sistema. Le capacità dei due sono le stesse, però uno può fare e l’altro non poteva. Se mi chiedi di un politico attuale che considero capace, apprezzo molto Luigi Di Maio, vicepresidente della Camera, per la sua praticità».

Apprezzi Di Maio e anche il Movimento 5 Stelle?

«Ho parlato di persone, non di partiti o movimenti. Faccio il sindaco, lavoro per l’interesse collettivo, sono una persona pratica e apprezzo tale qualità anche in altri».

Tra tutti i tuoi impegni, trovi il tempo di leggere un libro o guardare un film?

«L’ultimo film che ho visto al cinema è “Suburra”, poi ho anche letto il libro che mi è piaciuto di più perché ho trovato la trasposizione cinematografica troppo romanzata, molti personaggi originali non sono nemmeno stati inseriti, anche se il soggetto è firmato dagli stessi autori, Carlo Bonini e Giancarlo De Cataldo. Più che altro mi sono chiesto come mai il libro sia uscito prima dell’indagine…»

Questa è una domanda da avvocato, penalista per di più.

«Infatti».

Non c’è un altro libro che ti sia rimasto nel cuore?

«In campagna elettorale, al confronto tra i candidati sindaco, qualcuno cercò di mettermi in difficoltà chiedendomi l’ultimo libro letto. Io risposi “Pinocchio, così la smettete di dire bugie». In verità però non ho molto tempo da dedicare alla lettura».

Perciò “Pinocchio” non lo hai letto sul serio?

«Sì, ma ero un bambino».

Il momento più difficile che hai vissuto da sindaco?

«Il momento dell’elezione, arrivato dopo una campagna elettorale un po’ surreale con momenti davvero brutti a causa della malattia e poi della morte, pochi giorni prima che fossi eletto sindaco, di mia madre».

Qual è l’ultima cosa che ti ha detto la tua mamma?

«All’inizio non era d’accordo, non le faceva piacere che mi candidassi e su questo ho avuto molte perplessità. Ma poi, l’ultima settimana, parlava di spostare i mobili in casa per accogliere tutte le persone che sarebbero arrivate. Sapeva già che avrei vinto, ma non ha potuto viverlo quel momento perché è mancata cinque giorni prima».

E la campagna elettorale si fermò per un paio di giorni nel rispetto del tuo lutto. Non ci fu nemmeno una festa ma solo un corteo.

«Sì, mentre io pensavo che non ero riuscito a star vicino a lei come avrei voluto proprio per la campagna elettorale, diciamo che non mi sono ancora perdonato».

Lei immagino di sì, giacché ti stava preparando la festa.

«Anche questo è vero».

Ti piacerebbe avere dei figli?

«Sì, ma ho tempo per questo. Intanto la mia gioia sono i nipoti, per ora. I figli di mio fratello Michele: Mariateresa e Giuseppe».

I tuoi nipoti però vivono in provincia di Avellino, i tuoi figli suppongo vorrai farli crescere ad Ottaviano.

«Certamente».

Qual è la città che vorresti per loro e cosa vorresti insegnargli?

«Di sicuro vorrei che imparassero l’educazione e il rispetto per gli altri, in una città ripopolata e a misura di bambino».

Ottaviano non è solo la terra dei mercatini, del Parco Vesuvio, degli chalet di Valle della Delizia. È la terra dove è nato Raffaele Cutolo, è stata bollata come città di camorra. Ti capita di percepire ancora pregiudizi quando vai in giro in altri luoghi e dici: “Sono il sindaco di Ottaviano”?

«Riusciremo a scrollarci di dosso questo marchio con la cultura e l’esempio di buona amministrazione. Stiamo recuperando l’immagine della città, abbiamo avuto qui le fanfare di Polizia e Carabinieri, il prefetto Pantalone ha avuto per noi parole bellissime dicendo che Ottaviano, da qualche anno, sta riprendendo la strada della legalità. È una bella responsabilità, ma ci riusciremo. Stiamo facendo tantissimo e mi arrabbio quando qualcuno si riferisce al Palazzo Mediceo chiamandolo “Castello di Cutolo”».

 Ma tutto ciò che si fa al Palazzo Mediceo fa probabilmente notizia proprio perché quel castello fu acquistato da una società che faceva capo al boss della nuova camorra organizzata, di certo non ha aiutato l’immagine della città nemmeno il film di Tornatore, la sua opera prima, «Il Camorrista».

«Sarà, ma continuare a chiamarlo così significa non voler dare un contributo efficace alla città che è oggi non solo di legalità, ma di pace».

La camorra ad Ottaviano non c’è più?

«Posso dirti che ci sono state delle sentenze, tra l’altro non definitive, e che, a mio parere, il “sistema” non è del tutto scomparso».

Un difetto degli ottavianesi?

«Quello di lamentarsi e non agire, ma generalizzo e mi riferisco ad una minima parte di concittadini».

Il tuo difetto?

«Sono troppo istintivo».

Un pregio?

«Sono una persona, franca, diretta, che non pugnalerebbe mai nessuno alle spalle».

Il tuo rapporto con il denaro?

«La mia famiglia mi ha insegnato a guadagnare lavorando».

Cosa compri per te?

«Spendo secondo le mie possibilità, non sono tra coloro che fanno di tutto per ottenere qualcosa. Mi piace vestire bene, magari possedere una bella auto».

Il regalo più bello che hai fatto e quello che hanno fatto a te?

«Credo di aver fatto un bel regalo a Natale scorso: ricevetti una signora insieme alla sua bimba e lei mi disse che a casa sua non c’era l’albero. Glielo portai poco dopo. Il regalo più bello che abbia mai ricevuto e che conservo gelosamente è un disegno che hanno fatto per me i bambini della scuola, c’è una scritta: “Grazie per esserci”. L’ho appeso nella mia stanza e so che i miei piccoli concittadini mi amano, ricambiati».

Sei cattolico?

«Sì ma non molto praticante, però ho un bel rapporto con i sacerdoti».

E con Dio?

«Qualche volta mi ci arrabbio».

Il luogo più bello che hai visitato e quello dove vorresti andare?

«Santorini, la più grande delle isole Cicladi, mi ha colpito molto. La Grecia è molto bella, per i paesaggi, per l’ambiente. È stata una bella vacanza. Ma vorrei andare a New York, il problema è che, dopo un turbolento viaggio in aereo qualche anno fa, cerco di evitare i voli».

Se potessi avere sulle pareti di casa tua un quadro famoso per guardarlo tutte le volte che vuoi quale sceglieresti?

«Mi basta la foto di mia madre. Di quadri poi ne ho tanti, mio padre era un appassionato: sulle mie pareti ci sono opere di Michele Arpaia, di Antonio Asturi».

Sulla tua scrivania in municipio hai delle fotografie?

«Quelle di mamma e papà, allo studio anche quella di Fabiana».

Scegli un proverbio che ti capita di ripetere spesso.

«Oggi a me, domani a te».

Nel bene e nel male?

«Sì».

Se ti chiedessi chi è la donna più bella che hai visto, colei che rappresenta il tuo ideale femminile fidanzata a parte?

«La donna per eccellenza è stata Sophia Loren, attualmente anche Monica Bellucci».

L’uomo?

«Luca Capasso».

Sei geloso?

«Al punto giusto e anche Fabiana lo è come me. Del resto sono una persona trasparente, le ho dato anche la password del mio profilo Facebook».

Ne hai un altro diverso?

«No».

Sei superstizioso, scaramantico?

«Sì, molto. Dissemino in ogni angolo amuleti, corni e santini».

Corni e santini non dovrebbero andar molto d’accordo…

«Non so altrove, ma a Napoli vanno d’accordissimo. Io faccio il segno della croce e ringrazio il Signore prima di fare una cosa importante».

Se fossi un animale saresti…?

«Un leone, sono aggressivo. Ma solo se mi attaccano».

Come ti vedi tra vent’anni?

«Vecchio».

Ma avrai sessant’anni…

«In soli due anni e mezzo da sindaco sono invecchiato tantissimo, quindi…Diciamo che vorrei essere un sessantenne con il suo fascino, una carriera politica brillante, sposato, padre e cittadino di una Ottaviano rimessa a regime».

Se ti chiedessi chi è stato il miglior sindaco di Ottaviano?

«Non so risponderti e devo purtroppo constatare che da Salvatore La Marca in poi la gente non ricorda più nessuno. Spero che tra qualche anno le persone dicano il mio nome, rispondendo a questa domanda».

Se fossi rieletto per il mandato successivo, c’è un’opera che vorresti lasciare alla città?

«Sicuramente una funicolare che dal nostro Parco arrivi fino al Vesuvio. C’è già un progetto del quale ho parlato al presidente De Luca il quale si è mostrato entusiasta».

La collaborazione tra Comuni della stessa area è importante?

«Fondamentale, la rete è importantissima. Una sola noce nel sacco non fa rumore».

Il 2016 è cominciato da poco, se dovessi fare ancora gli auguri ai tuoi cittadini cosa diresti loro?

«Augurerei pace interiore, salute e serenità familiare in un momento in cui tutto si sgretola anche a causa della crisi economica, oltre alla realizzazione dei propri desideri».

Tu un desiderio ce l’hai?

«Vorrei solo che i miei figli potessero crescere, domani, in un territorio non più martoriato e meno difficile. Potrebbe essere solo un’utopia ma ci sto provando».