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Il sindaco di Sant'Anastasia, Lello Abete
Il sindaco di Sant’Anastasia, Lello Abete

Scelte, sogni, pensieri e passioni del sindaco di Sant’Anastasia. Mercoledì prossimo un altro protagonista e altre sorprese.

Inauguriamo la nuova rubrica settimanale «Un caffè con…» insieme a Raffaele (Lello) Abete, sindaco di Sant’Anastasia. Cinquant’anni, da giugno scorso primo cittadino, apparentemente schivo ma cordiale, Lello Abete non si sottrae ad alcuna domanda e, in una chiacchierata informale, mostra alcuni lati personali che fanno intravedere il suo «vero» carattere. Ha studiato da ragioniere, si è iscritto all’Università ma ha poi scelto di dedicarsi al lavoro, alla famiglia e infine alla politica. Moderatamente ambizioso, testardo (per sua stessa ammissione), disponibile. Per chi ha confidenza con l’astrologia, alla fine di questa intervista c’è il link con allegato il tema natale del protagonista. Che appartiene al segno zodiacale del Cancro.

Lello, se torni ai tuoi ricordi di bambino, cosa sognavi di fare da grande?

 «Il sindaco».

Ma davvero?

«Un po’sì. La verità però è che aspiravo paradossalmente ad una vita da impiegato, tranquilla, al posto fisso, sicuro. Erano tempi in cui ancora si poteva aspirare a questo».

Poi hai fatto altro, in che consiste il tuo lavoro?

«Sono funzionario del sindacato Uil, mi occupo di patronato, assistenza. Insomma, molto a contatto con il pubblico e con persone che hanno problemi da risolvere».

Ti capita certamente lo stesso, da sindaco. Ma quando è nata la tua passione per la politica?

«Avevo dieci o undici anni e osservavo mio zio Carmine (ndr, Carmine Esposito ex sindaco di Sant’Anastasia) che ammiravo e ammiro tutt’oggi».

Cos’è che ti piaceva? C’è chi si avvicina alla politica per ambizione, chi perché è affascinato dal potere o da un personaggio carismatico, tu?

«No, io vedevo persone che gioivano a risolvere problemi. Gente che vedeva la politica come un servizio al cittadino, è questo che mi ha affascinato. Poi mi sono candidato la prima volta nel 2007 e sono diventato consigliere comunale con i Ds, una coalizione di centrosinistra».

Oggi è ancora sensato, secondo te, parlare di «Destra» e di «Sinistra»? E tu a quale delle due appartieni?

«Non credo sia ancora attuale la distinzione, se parliamo di estremismi. Io mi sento e sono un socialista»

Che significa per te essere un socialista?

«Di sicuro non una moda. Vuol dire credere e praticare determinati valori come la solidarietà, distribuire in modo equo servizi e bisogni, solo per fare un esempio».

Belle parole, se si è un militante. Ma ci riesci anche da sindaco?

«Hai ragione, diventa più difficile. Fare politica e fare l’amministratore non sono la stessa cosa, ma faccio di tutto per tenere presenti e alti quei valori. Fare il sindaco è un’esperienza più intensa di quel che pensavo».

 Intensa? Raccontami com’è.

«Innanzitutto sono diventato sindaco in un brutto momento per la mia famiglia e mi è dispiaciuto, avrei preferito un’occasione diversa ma l’ho vissuta quasi come necessità, pur se con entusiasmo e – non lo nascondo – gioia. Perché, mettendo da parte la retorica, chi fa politica ambisce naturalmente a ruoli importanti».

Sei pentito? Lo rifaresti?

«Pentito assolutamente no. Non so se lo rifarei, ci sono momenti di sconforto e avvilimento, questo è il momento più triste della storia repubblicana per chi fa il sindaco. Pensa che il 99 per cento dei problemi che i cittadini sottopongono alla mia attenzione tutti i giorni sono per lo più irrisolvibili da chi fa solo l’amministratore. Ci si sente impotenti quando capisci che chi hai di fronte sta pensando che io potrei ma non voglio risolvere una questione, non è così purtroppo».

Invece sei riuscito in meno di un anno a fare qualcosa di concreto?

«Mi soddisfa molto il rapporto di collaborazione creato con le scuole e con i dipendenti comunali».

La tua squadra è quasi per intero, come dire, già «rodata» nella scorsa amministrazione. Ti soddisfa?

«Abbiamo puntato sui giovani, sull’entusiasmo, sulla freschezza e la passione. Funziona per volontà, a volte difettiamo in esperienza ma non ripetiamo gli errori. Sì, funziona».

Da qui alla fine del mandato, c’è qualcosa che vorresti assolutamente fare?

«Vorrei lasciare il segno nelle scuole, una mentalità migliore in cui sia inculcata la sinergia con l’amministrazione. Dalle scuole comincia la formazione e oltre alle famiglie sono essenziali per la formazione delle nuove generazioni».

La famiglia. Mi parli della tua?

«Sono il primo di cinque figli, mio padre veniva da una famiglia benestante ma si ritrovò operaio e alle prese con molti sacrifici già da giovane. Lui perse il padre a cinque anni, quando – era la fine della seconda guerra mondiale – i tedeschi incendiarono la proprietà dei nonni. La sorella di mio padre morì di paura, mio nonno – che quindi non ho mai conosciuto –finì qualche giorno dopo per il dispiacere. Anche la famiglia di mia madre è numerosa, lei è la prima di dodici fratelli e figlia di un venditore ambulante».

Sei legato a tutti?

«La famiglia è la cosa più importante, se è così numerosa come la mia è nell’ordine delle cose che vai più d’accordo con uno piuttosto che con l’altro, è questione di affinità ma ho sicuramente con tutti un rapporto ottimo, sentito, un legame viscerale».

L’esperienza con le famiglie di origine fa di te un padre migliore?

«Ritengo di sì, essendo positiva. In ogni caso è cambiato smisuratamente il senso del rapporto. La mia educazione è stata rigida, oggi sono molto più libero e malleabile con mio figlio Roman, che ha 16 anni».

Sei sempre molto presente nelle occasioni pubbliche e la maggior parte delle volte, cosa alla quale non tutti i politici ci hanno abituato, c’è quasi sempre tua moglie accanto a te. Per scelta, per gioia?

«Entrambe le cose, a noi fa piacere e lo troviamo normale. Questa cosa me la fanno spesso notare, in maniera positiva come se fosse una novità, io la ritengo naturale».

Infatti lo è. La domanda si deve al fatto che ho sentito più persone ripeterlo come se non lo fosse. Ma risponderai proprio a tutto in questa intervista?

«Dipende, prova a farmi le domande che restano e vediamo».

Da dove nasce il soprannome che danno a te e ai componenti della tua famiglia materna cioè «Paglietta»?

«Ci sono più interpretazioni, chiamavano così il mio nonno materno. Qualcuno dice perché portava sempre la paglietta, il cappello. Altri che invece avrebbe voluto fare l’avvocato e che, a chi esercitava questa professione, ci si riferiva anticamente così».

Io ne ho sentita anche un’altra: per la facilità con cui prendete «fuoco».

«Tutto è possibile».

Cosa è l’amicizia per te?

«Un vincolo importantissimo se è sana, vera, sincera».

Hai molti amici?

«Più di uno ma non ti farò nomi. Per me amico significa che, anche se non ci si vede per mesi, l’altro resta un punto di riferimento, un sostegno morale».

Dimmi un proverbio che ti rappresenta.

«Dicette ‘o pappice vicino ‘a noce: damme ‘o tiempo ca te spertose».

Interessante, se sai chi è la noce. Hai un hobby, una passione, sei sportivo?

«Non pratico sport, almeno non più. Sono un tifoso abbastanza accanito del Napoli che mi fa innervosire o gioire. Per il resto amo stare con amici e familiari, in relax. Cantiamo, chiacchieriamo. Gioco anche a carte, scala quaranta in particolare».

Hai mai fumato una canna?

«Diciamo che i peccati di gioventù li hanno commessi tutti. Quelli che in un certo contesto ci si concede anche non approvando. Ma sono fermamente contrario alla liberalizzazione, anche delle droghe leggere così come al gioco d’azzardo. Oggi ai giovani servono valori. Ma l’intervista è ancora lunga?».

Non so, vuoi smettere? Ti preoccupano le altre domande?

«No».

Sei ottimista. Sai cucinare?

«Non sono bravo, ma se sono da solo riesco a prepararmi un secondo. Sono un buongustaio, di buon appetito e di compagnia, amo i piatti della tradizione. Così ti basta?».

La tua vita ti piace?

«Il bilancio è molto positivo».

Descriviti con un aggettivo.

«Altruista».

Ti piace leggere?

«Leggo poco, quotidiani per informarmi. In vacanza anche libri, amo quelli di Raffaele Morelli, sono scritti bene e interessanti».

Morelli, dunque libri di psicologia? Solitamente si leggono per due ragioni: voglia di capire sé stesso, voglia di capire gli altri per empatia o opportunismo. Dunque quando capisci chi hai di fronte ti comporti di conseguenza o sei sempre te stesso?

«Empatia, non opportunismo. Cerco di capire chi ho di fronte e agisco in maniera di metterlo a proprio agio».

Quali film ti piacciono?

«Leggeri, spassosi. Mi divertono molto quelli di Salemme».

Esistono davvero le pari opportunità tra uomo e donna?

«Bisogna capire cosa si intende, tra i sessi non c’è ormai grande differenza ma bisogna ancora limare, c’è molto da fare».

Preferisci lavorare con uomini o con donne?

«Mi trovo bene con entrambi».

Sei permaloso?

«A volte, però so stare al gioco».

Il tuo rapporto con il denaro?

«Pessimo, me ne dimentico. Spendo quanto posso, con oculatezza ma non sono legato ai soldi in sé».

Vinci dieci milioni di euro alla lotteria, cosa fai?

«Non compro biglietti della lotteria, non gioco al lotto e nemmeno al Superenalotto».

Diciamo che te ne regalano uno e vinci.

«Non molli, vero? Penserei alla famiglia come è naturale, poi farei beneficenza».

Risposta scontata, ci avrei scommesso. Insomma vuoi dire che non c’è una cosa materiale che vorresti comprare e non puoi?

«No, non mi viene in mente niente. Voglio vivere tranquillo».

A chiunque lo chieda mi dice che farà beneficenza, il mondo dovrebbe essere pieno di mecenati e benefattori. Passiamo oltre. Sei romantico?

«Mia moglie Carmela dice di no».

Allora approfitta e falle una dichiarazione d’amore. Vai.

«Lei sa che la amo».

Hai la possibilità di portare a cena chiunque, da Barack Obama a Monica Bellucci. Chi scegli?

«Un mendicante».

Ma puoi farlo sempre!

«Sceglierei comunque un mendicante».

Hai mai donato il sangue, doneresti gli organi?

«Ho donato il sangue qualche volta, ma poi ho scoperto che avevo difficoltà e mi sentivo male. Donerei gli organi».

Sei scaramantico, superstizioso?

«Assolutamente no».

Bene, allora posso chiederti se hai paura della morte.

«No, non ho paura».

Credi in Dio, sei un cattolico osservante e rispetti tutti i comandamenti?

«Credo in Dio, sono un cattolico osservante. I comandamenti…quasi tutti».

Sei mai stato attratto da una persona del tuo stesso sesso?

«Assolutamente no».

Si discute molto della possibilità per coppie omosessuali di sposarsi o anche di adottare un bambino. Sei d’accordo?

«No, sono contrario. Se si amano, ed è legittimo, possono vivere insieme. Cercare a tutti i costi altro è solo esibizionismo».

C’è qualcosa che vorresti cambiare di te?

«Quando voglio ottenere una cosa posso anche sfiorare l’ossessione. Ecco, cambierei la mia testardaggine».

Sei favorevole all’aborto? E all’eutanasia?

«Senza preconcetti, all’aborto solo in casi eccezionali. All’eutanasia no, credo si debba rispettare anche la sofferenza che ci viene dalle malattie, accettare quel che ci capita».

C’è una cosa che devi assolutamente fare prima di morire?

«Dare indicazioni a mio figlio e far sì che le recepisca in modo serio».

Il tuo giorno più bello e quello più brutto.

«Il più bello è stato quello in cui ho incontrato mio figlio. Il più brutto quello in cui è morto mio padre».

Hai mai fatto a botte con qualcuno?

«Da adolescente è capitato».

La violenza serve, in alcuni casi?

«No, mai».

Ti sei mai ubriacato?

«È capitato, forse un paio di volte in tutta la vita. Mi piace bere in compagnia, in casa, a pranzo con amici».

E come sei da ubriaco?

«Simpatico».

Se fossi un animale…

«Sarei una giraffa».

Una giraffa? Questa proprio non me l’aveva detta nessuno. Perché?

«Per osservare tutti dall’alto».

Non l’avrei detto…

«Sono pieno di sorprese».

Senti questa: diciamo che tuo figlio si presenta a casa con una fidanzata musulmana. Come reagisci?

«Non avrei reazioni particolari, deve piacere a lui. Del resto non ho pregiudizi, a meno che non stiamo parlando di estremismi. L’importante è che si creda nell’altra vita, che lo si chiami Dio o Allah non fa differenza».

Ti ricordi dov’eri l’11 settembre 2001, quando ci fu l’attacco alle torri gemelle?

«Ero al lavoro. Ricordo l’angoscia, il disorientamento, la paura».

Paura che accada qualcosa di simile anche qui?

«Si».

C’è qualcosa che ti disgusta profondamente?

«Sì, la slealtà».

Fammi la tua scala di valori assegnando un punto da uno a dieci a: amici, famiglia, amore, denaro, lavoro.

«Amici 8; famiglia 10; amore 10; denaro 3; lavoro 8».

Un politico attuale che ti piace?

«Apprezzavo Matteo Renzi, poi mi ha onestamente deluso nelle azioni e alla prova dei fatti».

Invece un altro Matteo, Salvini, sta spesso in tv e si è fatto anche fotografare nature, con la sola cravatta. Lo faresti tu?

«Non mi è piaciuto, ma se avessi la certezza che possa servire ad una causa in cui credo non avrei problemi».

Il regalo più bello che hai ricevuto?

«Mio figlio».

Hai mai pianto?

«Sì, l’ultima volta di gioia».

Qual è la parola che ricorre di più nel tuo vocabolario?

«Ho un intercalare, “come dire” che mi accorgo di ripetere spesso».

Lo fai per spiegarti meglio?

«Forse».

Il tuo numero?

«Quello del telefono?»

Ma no, quello l’ho già. Intendevo un numero che ti piace.

«Sette. Non chiedermi perché, non lo so».

Il sette simboleggia l’equilibrio tra umano e divino, la conoscenza.

«Non lo sapevo»

Ora lo sai. C’è qualcosa che ti tiene sveglio di notte?

«I pensieri legati alla mia carica di sindaco».

Ipotizziamo che tu possa tenere con te solo alcuni oggetti e basta. Cosa scegli?

«Il cellulare, l’orologio che mi ha regalato mio padre, la cravatta dono di un amico che metto poco per non rovinarla, poi non so…non ho particolari legami con le cose».

Dici parolacce, solitamente?

«Qualcuna. Forse mi limito al classico “stronzo”».

Cos’è la guerra per te?

«Una stronzata».

Ecco, appunto. Hai qualche fobia?

«Sì, ho timore di topi e serpenti».

Ti piacerebbe essere famoso?

«No, non sopporterei i limiti che la gloria metterebbe alla mia tranquillità».

Se avessi la possibilità di conoscere il tuo futuro adesso, la sfrutteresti?

«No, nemmeno per sogno».

Ti piace di più parlare o ascoltare?

«Ascoltare».

Non avevo dubbi.  Ti piace essere intervistato?

«Si. Questa intervista mi è piaciuta, è stata divertente. Molto più che parlare in pubblico come spesso devo fare».

Hai detto «piaciuta» come se fosse finita.

«Non lo è?»

Adesso sì.

 

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