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Sindaco di Sant’Anastasia dal 2010 al 2013, già amministratore negli anni ’80, medico. In una lunga chiacchierata ha parlato di sé, delle sue battaglie, della vicenda giudiziaria che lo ha coinvolto e del suo paese.

Ha compiuto 60 anni lo scorso aprile, è il nono di dodici fratelli, si è sempre definito un «socialista». Diplomato al liceo classico, medico anestesista, padre di due figli, la politica è stata parte della sua vita fin dall’adolescenza. Vicesindaco, assessore, consigliere comunale e infine, nel 2010, dopo una campagna elettorale accesissima, sindaco di Sant’Anastasia per quaranta mesi. Dalla primavera di quell’anno fino al 14 dicembre 2013, un sabato in cui quel «modello» di governo crollò in pochi minuti sotto la scure giudiziaria. Accusato di aver chiesto una tangente all’imprenditore che a Sant’Anastasia gestisce il servizio di igiene urbana, ha passato 59 giorni nel carcere di Poggioreale e un po’ di settimane ai domiciliari prima di essere rimesso in libertà con il divieto di dimora nel suo paese. Poco dopo anche quella misura cautelare è decaduta e oggi Carmine Esposito è in attesa di giudizio e sta affrontando un processo che sarà lungo e difficile. Si è sempre dichiarato estraneo ai fatti che gli sono contestati ma, a prescindere da quella che sarà la verità giudiziaria, una cosa è certa: il «suo» popolo non l’ha mai abbandonato. Fece scalpore, in quelle settimane concitate in cui la cronaca raccontava i dettagli della vicenda (le denunce dell’imprenditore, il coinvolgimento con la stessa accusa di un dirigente comunale, il pacco con quindicimila euro in biglietti da cinquanta ritrovati dai carabinieri sotto il sedile della sua auto al momento dell’arresto e molto altro), la reazione di una consistente fetta del paese che lo considerava – e sotto certi aspetti ancora lo considera – il «suo» sindaco. Gruppi di sostegno sui social, manifesti – dedica, lettere appassionate, difesa strenua e a tratti violenta di un primo cittadino che, piaccia o non piaccia, ha lasciato il segno. Tant’è che dopo le sue dimissioni, l’arrivo del commissario prefettizio e l’indizione di nuove elezioni, quel popolo ha votato di conseguenza. Per la sua squadra originale che, scelto il successore, si è ripresentata compatta e (quasi) senza defezioni. Tant’è, ancora, che attualmente il sindaco di Sant’Anastasia è suo nipote, Lello Abete, figlio della sorella e già presidente del consiglio comunale, che ha condotto una campagna elettorale nel segno della «continuità». E il popolo lo ha premiato. Oggi, alla luce di altre scelte amministrative, quella continuità sembra svuotata di significato e, nell’intervista che segue – e che come consuetudine per questa rubrica spazia in ogni aspetto della vita del protagonista di turno – Carmine Esposito non solo si racconta ma prende le distanze dal governo cittadino, precisando che il suo più grande desiderio è al momento dimostrare la sua versione dei fatti nel corso del processo.

Carmine, sei nato e cresciuto a Sant’Anastasia. Mi racconti della tua famiglia?
«I miei non erano benestanti, siamo gente semplice. Mio padre Gennaro, che tutti conoscevano come Antonio, è stato per una vita venditore ambulante di latticini. Lavorava a Torre del Greco, dove un folto gruppo di anastasiani smerciava all’epoca i nostri prodotti, dalle mozzarelle, alle olive, alla frutta. Mia madre Antonietta è sempre stata una casalinga, era analfabeta perché suo padre, mio nonno, non aveva voluto mandarla a scuola preferendo che lavorasse in campagna. Di quel nonno ho sentito molto parlare, lui morì abbastanza giovane, in montagna, sotto una capanna di erba e frasche all’interno della quale si bruciava la legna per produrre carbone. Era il suo lavoro, faceva il carbone».

Sei il nono di dodici fratelli…
«Otto maschi e quattro femmine ma saremmo stati anche di più, credo. Qualcuno è morto appena nato. Oggi siamo rimasti purtroppo in undici, uno dei miei fratelli è mancato tre anni fa».

Tra dodici, tu sei l’unico ad aver conseguito una laurea.
«Ed è stato il loro orgoglio, ma la mia è una storia un po’ particolare. Non so se il destino esista, ma alcune coincidenze mi fanno ritenere che fossi un predestinato. Fin da piccolo i miei mi hanno sempre detto che avrei dovuto studiare e diventare medico, come se mi avessero scelto tra tanti».

Hai un ricordo dell’infanzia che affiora subito?
«Solo episodi slegati, il resto è oblio. Mi capita spesso anche con il recente passato, devo sforzarmi per mettere insieme i ricordi. Credo dipenda dalla mia vita frenetica, veloce, in corsa. Rammento a tratti gli anni del liceo classico frequentato nell’istituto dei padri Domenicani di Madonna dell’Arco con i sacrifici che mio padre fece per mandarmici».

Del paese, di Sant’Anastasia, cosa ricordi di quegli anni?
«Il clima che si viveva nei periodi elettorali, io ero piccolo. Mi ricordo gli anni del sindaco Beneduce, il passaggio di Sabatino Maione e poi Antonio Manno. Si passò da un grande personaggio del popolo all’avvocato, al professionista, ad un’amministrazione – se vuoi – più “dotta”. Grandi conflitti che spesso portavano a lacerazioni interpersonali e familiari».

Non so immaginare la vita con dodici fratelli, com’è stata?
«Ne ho pochissimi ricordi ma belli. Le regole non scritte, un modo di comportarsi consequenziale alla promiscuità del nucleo familiare. L’educazione rigida, dura, di mio padre, il suo pugno fermo, il clima a volte teso. Tutti davamo del «voi» ai genitori e, rammento questo, in casa non si poteva fumare se non dopo aver fatto il servizio militare, prima era una cosa non concepibile».

La politica. Eri giovanissimo quando hai cominciato a interessartene. Perché?
«Avevo sedici anni. Sono sempre stato affascinato dai simboli, dal clima che si viveva durante le elezioni. All’epoca il sindaco, ma anche il professionista, era un riferimento delle famiglie più che di una certa ideologia. C’erano gli estremismi, le famiglie legate a Manno, a Beneduce, ai De Simone, a Cosimo Scippa, a Emilio Merone. Ecco, mio padre era un fan di Emilio Merone, un suo sostenitore. Democristiano, naturalmente».

Come hai iniziato?
«In quegli anni vivevo una contraddizione, nel senso che mi piaceva quel clima di ammirazione nei confronti di questi personaggi. Già da giovanissimo però percepivo anche un senso di soggezione, quasi di assoggettamento nei confronti delle persone benestanti, di alcune famiglie della Sant’Anastasia “bene”. Forse viene da qui, da questa contraddizione, la mia scelta di impegnarmi in politica, a sinistra e nel Partito Socialista. Ma prima ho avuto un piccolo trascorso nella Quarta Internazionale, un gruppo rivoluzionario, un movimento di ispirazione trotskista di estrema sinistra il cui riferimento in paese era allora Ciccio Maione. Grande scuola, in verità».

Ti infastidiva percepire la soggezione di cui parli verso i «potentati» locali?
«Non mi piaceva. Nulla contro le persone, è semplicemente un giudizio storico, ma allora era quasi naturale. Crescendo, mi rendevo conto che questi rapporti erano intrisi di subalternità morale, culturale e sociale a meno che non si facesse parte, per nascita, di quella cerchia che finiva per dettare le regole della vita del paese. La spinta per me è stata questa, in fondo. Anche al liceo mi ritrovavo in un ambiente non mio, tra persone molto benestanti, percepivo la differenza e ciò mi portava a farmi molte domande».

Che studente sei stato?
«Non eccellente, non mi piaceva passare ore sui libri, non amavo le lingue antiche come il latino e il greco, però l’italiano e la storia sì. Nonostante ciò non è che mi ci impegnassi quanto avrei dovuto, tant’è che un anno fui rimandato proprio in Storia. Il mio professore era Antonio De Simone, oggi docente universitario di Archeologia e uomo di profonda cultura. Lo fece per aiutarmi, perché capiva che la materia mi era congeniale e che potevo rendere di più. Lo ringrazio, mi aiutò davvero, tant’è che portai poi Storia all’esame di maturità. Prima non esisteva quella condizione culturale odierna per cui i genitori litigano con gli insegnanti, difendendo a spada tratta figli che non studiano. I miei furono felici, era giusto e doveva andare così».

Chi erano i tuoi amici nel periodo dell’adolescenza?
«Le mie amicizie hanno sempre viaggiato su più binari. C’erano gli amici del liceo, come è naturale tra coetanei. Il resto del tempo vivevo in strada, avevo amici che non andavano a scuola e che ancora oggi mi accompagnano, conoscevo tanta gente. Lì, vicino casa mia – prima al vico delle Rose e più tardi in via Regina Margherita – c’era un circoletto dove si giocava a bigliardino. E frequentavo spesso una cantina dove trovavo persone molto più adulte, diventati amici veri che ancora oggi mi sono accanto. Spesso mi fermavo lì a vederli giocare al «tocco», non so come altro chiamare quel gioco, una sorta di morra con in palio bicchieri di vino. Assistevo a questa cosa, c’era gente che beveva anche nove bicchieri uno dopo l’altro, si ubriacavano e il litigio scattava puntuale ogni sera. Io stavo semplicemente a guardare, osservavo, mi divertiva».

Dopo il liceo scegliesti la facoltà di Medicina. Perché?
«Diventare medico era il massimo traguardo cui uno studente potesse ambire negli anni ’70. I miei inseguivano questo sogno ma poi fu una scelta mia. Imboccai questa strada con piacere ma anche con una grande paura, un timore reverenziale, perché l’obiettivo non sembrava raggiungibile per un ragazzo della mia origine. Non saprei spiegarti meglio l’atmosfera paesana di allora, ma era come se chi apparteneva ad una certa tipologia di famiglia potesse ambire solo a certe cose e non guardare più in alto. Mi portavo dentro questo pregiudizio culturale, trovavo strano che io, figlio di un venditore ambulante, potessi diventare medico».

Figurati sindaco…
«Esattamente, figurati sindaco. Perciò quella scelta fu motivo di soddisfazione e di orgoglio, ma anche di paura di non riuscire, di timore».

Sei un medico, mi pare sia andata bene.
«Sì, molto bene. All’inizio dell’Università anche benissimo, macinavo esami. Poi ho avuto qualche anno di sbandamento perché già nell’anno del diploma – avendo aderito al Partito Socialista mentre ero ancora al liceo – diventai segretario cittadino del partito. Non mi candidai alle elezioni del ‘75 solo per problemi familiari, a casa mi ritenevano troppo giovane ma la verità è che erano ancora saldamente legati agli ambienti democristiani e questo figlio socialista lo trovavano scomodo. La campagna elettorale la feci, da segretario di partito: diventò sindaco Antonio Manno ma, prima o poi, la storia di quegli anni qualcuno dovrà scriverla nei dettagli perché a vincere fu il centrosinistra però, con una serie di trasmigrazioni di consiglieri comunali, si evitò in maniera strumentale che la carica di sindaco andasse a Luigi Cautiero o a Mario De Simone».

Quindi, mentre studiavi, ti preparavi parallelamente ad una strada politica?
«Studiavo, ero segretario cittadino del Psi e più tardi entrai a far parte della segreteria nazionale dei Giovani Socialisti, uno dei miei coetanei e compagni di allora era il giornalista Enrico Mentana».

Hai parlato tu stesso di timore, come si fa da una modesta realtà di provincia ad arrivare nei quadri nazionali romani mentre al contempo si diventa giovanissimo segretario di un partito nella propria città?
«Non lo so, non so come si faccia. So che ho condotto una vita diversa da quella dei miei coetanei e l’ho scelta per passione. Non mi è nemmeno costato, vivevo prevalentemente insieme a tutti gli adulti che allora militavano nel partito, quando c’erano i veri, grandi, politici. Oltretutto non pensare che all’epoca fosse facile scegliere di essere un socialista, per essere “politicamente corretto” dovevi andare più a sinistra, nel Pci, o a Destra, oppure nella Dc. Difficile che un giovane si appassionasse al partito di De Martino, di Lombardi, di Nenni, che allora anticipava i tempi. E molti dei giovani socialisti con i quali sedevo all’epoca sono poi diventati deputati, ministri. Allora sì che c’era selezione, formazione».

Torniamo agli studi, ti sei laureato in corso?
«Con qualche anno di ritardo».

Hai scelto subito la specializzazione in anestesia?
«No, io non sono specializzato in Anestesia ma in Malattie del fegato, apparato digerente e Endoscopia digestiva. Il fatto è che prima non occorrevano specializzazioni specifiche per partecipare ai concorsi. Ne tentai parecchi e vinsi quello da anestesista al Cardarelli. Lavoro lì dal 1988, poco dopo la laurea. Ma prima ho esercitato la professione da medico fiscalista e seguito altre strade. Nel frattempo mi sono anche sposato, avevo conosciuto mia moglie proprio all’Università, è diventata medico anche lei, specializzata in Ginecologia».

Dunque ti sei trovato catapultato, da medico, in una disciplina che non avevi pensato di scegliere?
«Soprattutto mi sono trovato catapultato in una camera operatoria quando era la prima volta che ne vedevo una, a dover affrontare una materia lontana dagli studi che avevo compiuto. Ricordo il primo giorno in ospedale, il momento in cui il mio primario mi mandò in Neurochirurgia. In camera operatoria la mia collega, grande anestesista, litigò con il neurochirurgo e si allontanò mentre era in corso l’intervento. Credo che quelli siano stati i cinque minuti più drammatici della mia vita professionale. In seguito poi quella disciplina è diventata parte di me, tant’è che, pur avendo vinto un concorso interno in Gastroenterologia, scelsi di restare al mio posto. L’Anestesia è un po’ come la politica, ti entra nel sangue, è una disciplina non banale, hai responsabilità della vita dei pazienti. Io sono sempre stato nel padiglione d’emergenza del Cardarelli e lì devi tirare fuori le capacità, le possibilità che la conoscenza di questa disciplina offre, perché alla fine il tuo operato decide se una persona vive o muore. Vedi l’inizio e la fine di una storia».

Mai pensato alla carriera ospedaliera? Non ne hai fatta, non sei diventato – per esempio – un primario.
«Non ho mai avuto questa ambizione. Però ho aiutato tanti altri a farne, di carriera, anche parecchi anastasiani».

Come si fa ad aiutare le persone a fare carriera? Stai parlando di «raccomandazioni»?
«Pensa soltanto che io stesso ho provato un concorso e non l’ho vinto. Quanto a presunte raccomandazioni, o come vogliamo chiamarle e che non sono di certo abusi, dico solo che ho sempre coltivato buoni rapporti personali e che mi è capitato spesso di segnalare, indicare, sostenere persone valide. Bravi professionisti per cui mi è capitato di adoperarmi e per i quali, senza il mio impegno, non sarebbero state applicate regole giuste e non sarebbero stati inseriti, come meritavano, nel mondo del lavoro. Non ho commesso reati e sono contento di aver fatto quanto potevo, sono una persona rigorosa anche se questo può sembrare difficile da cogliere per chi non mi conosce. Ed è il motivo insito nella risposta alla tua domanda precedente: non ho fatto carriera perché la branca dell’anestesia è un lavoro duro, anche manuale se vogliamo, e c’era chi dava molto più di me all’Ospedale e alla missione medica. Io svolgevo il mio lavoro e volevo andare via per dedicare parte del tempo alla politica e poi c’è stato un periodo in cui sono stato nel Consiglio Sanitario del Cardarelli, sfruttare la mia posizione per vantaggi professionali mi sarebbe apparso fuori luogo».

A che anno risale la tua prima candidatura?
«Al 1980. Diventai consigliere comunale e il sindaco in carica era Giuseppe Pone. Fu una grande esperienza».

Che ricordi hai di Pone senior?
«Un sindaco che non passò certo inosservato, esplosivo dal punto di vista caratteriale quanto fisico, molto coraggioso e con una positiva dose di incoscienza. Generoso, appassionato, elegante, deciso. Ho bei ricordi di quegli anni, stiamo parlando dell’epoca in cui nei consigli comunali sedevano oppositori come Antonio Manno, Genesio Allocca, Cosimo Scippa, Achille Quaranta, io ero il più giovane di tutti loro».

Diventasti assessore poco dopo.
«Sì, quando il sindaco era Mario De Simone. Assessore al Bilancio».

Una delega molto tecnica, oltre che squisitamente politica. Ne avevi le competenze?
«Le ho acquisite con lavoro, sudore e fatica. La delega al Bilancio è quella con cui si governano le cose e io mi sono applicato moltissimo. E altrettanto, moltissimo intendo, devo alla dottoressa Lidia Rea, poi ragioniera capo dell’Ente e assunta al Comune nello stesso periodo in cui io diventavo consigliere. Ho trascorso mesi accanto a lei, mentre con pazienza mi insegnava a padroneggiare la materia. Le sono molto legato ed ho un profondo affetto nei suoi confronti».

Sospetto che ritrovandoti nel ruolo di sindaco non si sia rinnovata tutta questa sintonia…
«Da sindaco è stato forse più difficile sopportarmi, lo ammetto. Il rapporto personale, come la riconoscenza che provo nei suoi confronti per il sostegno che mi diede all’epoca, non cambia di una virgola. Nei tempi in cui entrambi eravamo giovani toccava agli amministratori gestire determinate responsabilità e non ai funzionari, cosa sopraggiunta con la legge Bassanini. Era diverso».

Consigliere, assessore, hai amministrato insomma.
«Ho avuto anche la delega alla Nettezza Urbana, si chiamava così all’epoca, che nessun altro voleva. Ma ho amministrato pochissimo, non per molti anni. Sono stato un consigliere comunale di peso giacché le maggioranze erano sempre molto risicate».

Di peso, dici. L’hai fatto pesare?
«No, lo sanno tutti. Ero colui che ad ogni consiglio comunale ricomponeva, grazie a rapporti personali ottimi con esponenti di altri partiti».

Non ti ci vedo a fare da paciere, a moderare gli animi.
«Invece è così, io e Luigi Cautiero eravamo spesso investiti di questo ruolo».

In giunta con Mario De Simone fino all’85, rieletto superando le mille preferenze e poi vicesindaco di Antonio Manno. Socialista, vice di un primo cittadino democristiano. Come andò?
«Tra socialisti e democristiani c’è sempre stato un grande conflitto politico. Però rispetto ad oggi c’erano altri valori e sentimenti. Io ossequiavo non solo la carica e la persona capace che era, ma anche l’età, l’esperienza, la saggezza. A differenza di quei giovani che vorrebbero subito superare i maestri, gli sono stato accanto apprendendo molto di come si amministra davvero una città. Tra noi non ci sono stati grossi problemi, credo anzi mi ritenesse spesso più affidabile dei “suoi”. Anche dopo, fino alla sua morte avvenuta quando io ero sindaco, siamo rimasti in ottimi rapporti, rispettando i reciproci ideali. Lui era un illuminato, anche spregiudicato nelle alleanze, se vuoi, una persona per bene, professionista e politico capace e da ammirare».

Nel frattempo, la tua famiglia era orgogliosa di questo figlio medico, politico, assessore, consigliere?
«Ovviamente, avevo realizzato ciò che loro sognavano e tutto quel che immaginavo da bambino. Perché io mi vedevo come medico condotto e come sindaco, obiettivo poi raggiunto in seguito. Mi sono dato da fare per renderli e rendermi orgoglioso».

Tutti conoscono la tua attuale vicenda giudiziaria ma – negli anni ’90 – ce n’è stata un’altra che ti ha coinvolto. Ti sei dato anche alla latitanza per circa un mese. Ne vuoi parlare?

«Non ho alcun problema, mi sono ripromesso di rispondere a tutto, come mi hai chiesto di fare se mi avessi intervistato, e intendo mantenere la parola. È vero, la vicenda di cui parli risale agli anni di Tangentopoli, io ero consigliere comunale nonché, nominato dal Ministro della Ricerca Scientifica dell’epoca, vicepresidente dell’Istituto dei Tumori di Napoli, il Pascale. Dal ’90 al ’93 ci fu una indagine che coinvolse l’Istituto e il suo presidente, una delle persone migliori che abbia mai incontrato e che purtroppo morì poi giovane».

Di cosa ti accusavano, si trattava di tangenti?
«No, mi si accusava di aver raccomandato un imprenditore in una gara, non si parlò di tangenti, era una storia molto ingarbugliata. Ne sono uscito dopo nove anni, lunghissimi e difficili, con un proscioglimento chiesto dallo stesso pubblico ministero. Risultai completamente estraneo ai fatti».

Perché la latitanza? Se non c’entravi nulla come dici perché non affrontasti la questione di petto?
«La affrontai di petto, la questione. Non appena lessi sui giornali la notizia di un’indagine al Pascale, essendo io il vicepresidente dell’Istituto, mi presentai spontaneamente dal pubblico ministero il quale, sorpreso, mi chiese come mai mi stessi preoccupando. Mi chiese anche, a dire il vero, a quale partito appartenessi. E quando gli risposi che ero un socialista, lui disse, ricordo ancora il tono, “Questo partito esisterà ancora per poco”. Quella cosa mi turbò alquanto e mi spinse a preoccuparmi sul serio. Infatti il giorno dopo scattarono i provvedimenti e io devo ammettere che mi colse la paura, non mi feci trovare per circa un mese. Ho evitato le misure cautelari, è vero. Ma ho preso parte poi a tutte le udienze del processo, vedendo sfilare centinaia di persone che non avevo mai conosciuto in vita mia, gente delle multinazionali in arrivo da Bruxelles, Berlino, Milano. Alla fine, dopo tutto e come sapevo fin dall’inizio, pur preoccupato che la giustizia potesse non avere la meglio vista la furia giustizialista di quegli anni che annientò parte della Dc e tutto il Psi, lo stesso pubblico ministero disse in aula, con molto scalpore, che non vedeva i motivi per cui io fossi ancora sotto processo. Ne uscii pulito, immacolato, come era giusto che fosse».

Dove sei stato in quel mese da latitante?
«Diciamo che ero vicino al mare».

Credo che quella storia sia anche il motivo per il quale sei stato lontano dalla politica locale, almeno in maniera attiva, per tanti anni. Non potevi o non volevi candidarti?
«Non volevo, avrei potuto. Come potrei anche adesso, del resto. Ma sono scelte che si fanno senza ombre. Nei confronti degli elettori è giusto così».

Fondasti però l’associazione politico – culturale Arcobaleno. Esiste ancora, ne sei tuttora il presidente?
«La fondai nel 1994 e ne ero il presidente. Ora non so, mi sono ripromesso di andare a verificarne l’atto costitutivo».

Diciamolo chiaro: tu non hai mai smesso l’impegno politico. Perché, quando ancora era in piedi la vicenda che ti vedeva coinvolto, hai contribuito da protagonista, era il 1997, ad approntare e lanciare in corsa la lista di Forza Italia per le amministrative di quell’anno, quella che ancora detiene il record di voti conquistati. Candidato sindaco, Luigi De Simone. Ma vinse il centrosinistra, con Enzo Iervolino che ha poi governato dieci anni.
«Vero, una sola lista e fortissima. Ed è vero anche che fui io a comporla. Luigi De Simone non vinse per poche centinaia di voti. Se ce l’avessimo fatta sarebbe cambiata la storia del paese. Ma Carmine Pone, candidato uscito fuori dai giochi al primo turno, appoggiò con un manifesto, l’ultimo giorno del voto, Iervolino».

Ascoltando i racconti dell’epoca, qualcuno sostiene che commetteste un errore nella scelta della delegazione trattante…
«Potrebbe essere in parte la verità».

Sei mai stato iscritto al Pd?
«Questa storiella torna ogni tanto. No, non ho mai posseduto una tessera del Partito Democratico. Quelle del Psi fin quando è esistito il partito, sempre. Anche quella di Forza Italia che, con i metodi di tesseramento globale che non ho mai condiviso, mi arrivò a casa senza che l’avessi richiesta. Ho avuto modo di sviscerare la questione in più occasioni. I miei rapporti, con i Ds prima e il Pd poi, risalgono allo scioglimento del partito socialista quando in molti si appiattirono totalmente a sinistra, anche coloro che erano rimasti con Boselli, mio segretario quando ero nei Giovani Socialisti. All’epoca tentammo un’esperienza a Napoli, fondando i «Socialisti per l’Europa» che aveva come riferimento Enrico Cardillo e altri esponenti nazionali anche molto importanti dal punto di vista sindacale, progetto che poi naufragò. Eravamo ovviamente in un alveo di sinistra, intrattenevo stretti rapporti quotidiani con molti iscritti ai Ds, io non lo sono mai stato e non vedo il motivo per cui, laddove fosse accaduto, dovrei negarlo».

Ti senti un uomo di sinistra?
«Io mi sento un socialista, è difficile che sia un’altra cosa».

Un socialista è un uomo di sinistra?
«Onestamente è una definizione che non si addice più. Se mi chiedessi se avevo la consapevolezza, quando ho scelto negli anni ’70 il Psi, di militare in un partito di sinistra, ti risponderei di sì. Oggi c’è stata una evoluzione e non so quanto positiva, però la storia parla chiaro: la sinistra, intesa come tale, è stata sconfitta dalla storia. Il filone riformista del socialismo, al quale mi sono sempre ispirato è altro. Sono stato, devo dirlo, un craxiano convinto».

L’hai conosciuto Craxi? Che pensi del suo declino, della sua fine?
«Sì, l’ho conosciuto, così come sono stato a stretto contatto con il suo entourage quando lavoravo da collaboratore parlamentare al fianco dell’onorevole Carlo D’Amato. Se mi chiedi cosa penso di Craxi, mi viene da consigliare un libro di Nicolò Amato, eminente magistrato e già direttore del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria in Italia, che sto leggendo in questi giorni. Si chiama “Bettino Craxi, dunque colpevole”. Offre un giudizio storico, gli uomini hanno purtroppo già dato il loro e sono stati crudeli. Vorrei far leggere quelle pagine ai giovani che si apprestano alla politica, invitarli a studiare quella fase storica senza pregiudizi, conoscere Craxi quale uomo di grande prestigio internazionale, rappresentante dell’Onu, grande statista e precursore di tante riforme di cui oggi parla Matteo Renzi».

Tu sei sposato, separato, hai due figli.
«Sì, Gabriella e Antonio. Sono la mia vita».

Che padre sei stato, cosa hai insegnato loro?
«Non molto presente, purtroppo. Forse non sono riuscito a insegnare nulla in maniera diretta, né ho mai parlato tanto con entrambi. Dialogavamo e ancora dialoghiamo in maniera tacita e in fondo qualcosa di buono devo aver fatto, vista la forza con cui mi sono stati accanto in momenti che non tutti i ragazzi, alla loro età, avrebbero saputo affrontare».

Quella che chiami assenza va addebitata alla politica, alla professione, a entrambe?
«Alla politica sicuramente, ma io ho anche lavorato tanto, da medico ospedaliero. Attività privata non ne ho mai voluta fare e quando è capitato non ho mai preso né una lira, né un euro, da nessuno. Una volta una paziente di Fuorigrotta, la ricordo come se fosse oggi, volle a tutti i costi pagarmi. Quel biglietto da centomila lire l’ho ancora in un portafoglio, a casa. Negli anni ’80 aprii, insieme ad un collega di Somma Vesuviana, anche un grande studio medico a Sant’Anastasia. Si chiamava “Studio Uno”, la sede era in via Circumvallazione. Dovemmo chiudere perché non riuscivamo ad andare avanti, nessuno pagava e noi invece dovevamo mettere insieme gli onorari per gli specialisti».

Parlavamo dei tuoi figli, ne sei orgoglioso?
«Orgogliosissimo. Di tutti e due e, per quel che riguarda mio figlio Antonio, devo dire che ha saputo addossarsi il fardello di una situazione difficilissima, pesantissima, dolorosa, lacerante, riuscendo a mantenere la lucidità, come un vero uomo».

Tua moglie?
«Pur da separati mi è stata accanto, ha tenuto insieme la famiglia ed è stata una roccia per i ragazzi. Dal punto di vista umano poche donne avrebbero fatto altrettanto, è una persona moralmente integra, grande professionista, grande madre, grande donna. Restiamo separati, sia pur con rapporti sereni e civili. Vedi, i fatti stanno così: io sono andato via dal mio paese, ho abitato a Baiano per molti anni, perché quando mi sono separato avevo un po’ di vergogna. Mi infastidiva che, da uomo sposato e con figli, mi si percepisse poi diversamente. Per rispetto nei confronti dei figli, certo, ma anche perché spesso in alcune realtà i pregiudizi sono ancora forti. E io, lo confesso, mi sentivo in imbarazzo, volevo stare da solo, un po’ lontano da tutti. Ed effettivamente non ho mai più convissuto con nessuna».

L’amore più grande della tua vita?
«Gabriella, mia figlia».

L’ultima volta che ti sei candidato al consiglio comunale di Sant’Anastasia era il ’90, vero?
«Sì, fui il più votato di ogni lista, presi da solo più voti di tutto il Pci: 2100 preferenze, impresa oggi impensabile».

Dopodiché restasti dietro le quinte, fino alla campagna elettorale del 2010 quando si rivotò per le amministrative. Perché decidesti di candidarti alla carica di sindaco proprio allora, sapevi che era il momento giusto?
«Senza presunzione, sarei diventato sindaco anche prima, perché per buona parte degli anastasiani sono stato, e non pecco di falsa modestia, un punto di riferimento politico».

Però ti sei candidato solo nel 2010. Quando partivi da una posizione di forza, giacché eri capogabinetto del presidente della Provincia di Napoli, Luigi Cesaro, con il quale poi ci sono state molte frizioni, arrivando alla rottura. Fatto sta che quel tuo ruolo giocò anche molto sugli equilibri locali, c’era un sindaco uscente di Forza Italia che non si ricandidò e il simbolo di partito arrivò nelle tue mani.
«Vero, ho ricoperto il ruolo di più alto funzionario della Provincia per un anno o poco meno. Una funzione prestigiosa, di coordinamento dell’Ente. Cesaro, con il quale intrattenevo antichi rapporti avendo militato entrambi nel Psi, volle me ed io accettai volentieri. Scelsi di candidarmi a Sant’Anastasia quando ormai tra noi si stava arrivando alla frattura. Due caratteri forti, per certi versi anche simili, che non riuscivano più a coesistere. Ci sono stati equivoci e diverbi anche in seguito, ma oggi abbiamo ricomposto il legame umano, personale. E ritengo di aver lasciato, in Provincia che è oggi Città Metropolitana, un ottimo ricordo, in tutti. In più, è ovvio che quella posizione mi aiutò ad avere il simbolo di Forza Italia ma c’è da dire che, con ottime probabilità, avrei vinto anche senza».

Il momento in cui hai deciso che saresti stato candidato sindaco qual è stato?
«Quando è finita l’amministrazione Pone, ho cominciato a lavorarci già dal giorno dopo».

E hai vinto. Ma già dalla campagna elettorale si è capito come sarebbero stati gli anni successivi. Parlo degli episodi che ti hanno visto urlare con violenza dai palchi contro chiunque osasse contraddirti, parlo delle poco piacevoli situazioni, anche successive, che hanno visto qualcuno dei tuoi fratelli prodursi in aggressive esternazioni finalizzate a difenderti, sì. Ma delle quali forse non avevi bisogno. Non credi che tutto ciò ti abbia fatto più male che bene?
«Sono tutti tratti che ovviamente sarebbe stato meglio non ci fossero, non posso negarlo. Spesso hanno finito per danneggiarmi più che aiutarmi. Alcuni episodi sono stati francamente ingigantiti e io nel tempo ho poi cercato di moderarmi. Quanto ai miei fratelli, è vero, le cose stanno come dici, però devo anche precisare che difendevano Carmine, non il sindaco, non il ruolo. Nessuno di loro ha mai pensato al Comune come una cosa propria, non ci salivano nemmeno a Palazzo Siano. In questo, potrebbero essere di esempio a tanti parenti di sindaci che si muovono nelle stanze comunali come fossero a casa propria, e non è così. Quanto alle mie esplosioni, guardando a ritroso, sì, mi hanno fatto male. Ma sono sempre state frutto della mia voglia di fare le cose, della velocità con cui capivo i problemi, trovavo le soluzioni e inciampavo in ostacoli addebitabili ad altri, non tanto dalla politica in verità perché io non mi sono mai fatto ricattare, ma da una burocrazia elefantiaca e dai comportamenti di chi avrebbe dovuto lavorare di più e meglio».

Giacché lo riconosci, oggi saresti più moderato?
«Non posso giurarlo».

Arrivasti al ballottaggio con Giovanni Barone. Se il tuo avversario fosse stato Paolo Esposito – e non è stato così per circa 80 voti – credi avresti vinto lo stesso?
«Sicuramente e con ancora più margine, in quel caso. Con tutto l’affetto del mondo, per fare politica occorrono determinati elementi».

Quali?
«Grande passione, predisposizione al sacrificio e qualcosa che c’è o non c’è. Chiamala talento, scintilla, intuizione, velocità, come vuoi. A me la politica è costata molto sul piano professionale, familiare, individuale, umano, ha condizionato tutta la mia esistenza e mi ci sono dedicato anima e corpo. Devi essere pronto alla rinuncia e se poi ti capita di fare l’amministratore, ancor di più».

Se potessi tornare indietro e alla luce di quanto accaduto nei tuoi mesi di governo, comporresti le liste in modo diverso?
«Tutto sommato no, fu un’esperienza improntata alla coerenza, alla novità vera, scegliemmo di non candidare alcuno dei maggiorenti della politica uscente. Dissi anche dal primo momento che non mi sarei apparentato con nessuno e comunque».

Forse nessuno si sarebbe apparentato con te.
«Probabile, ma io l’ho detto prima. Gli altri no».

Quaranta mesi di governo. La parte del popolo che ancora oggi ti è vicina sostiene che in quel periodo Sant’Anastasia sia rinata.
«Onestamente lo dice anche qualcuno che non ci aveva votato».

Invece io voglio chiederti, a parte manifestazioni come quella del Bicentenario, che in molti hanno anche criticato, togliendo la tua battaglia sulla cosiddetta Zona Rossa per la quale i tuoi detrattori fanno ancora ironia, a parte i fiorellini nelle aiuole, le panchine e qualche colata di asfalto sulle strade, che hai realizzato?
«Quarantaquattro opere pubbliche in quaranta mesi credo siano un risultato più che apprezzabile, quasi incredibile».

Quali sarebbero?
«Vuoi l’elenco? Non ho difficoltà, a cominciare dal rifacimento della strada dove tu stessa abiti e che dunque dovresti conoscere».

Poi?
«Via Romani, dicevo. Il rifacimento della strada dove c’è la 167, l’apertura di Villa Tortora Brayda che era un sito totalmente abbandonato. Anche Madonna dell’Arco non era quella che tu guardi oggi non ricordando magari come fosse nel 2010: con gli spartitraffico, le bocche di lupo al posto delle fogne, gli alberi, le pensiline, la sistemazione globale degli arredi delle piazze con le panchine. Via Marra e tutte le traverse di via Kennedy perché in prossimità del cimitero le strade erano totalmente abbandonate. Via Roma, via Umberto I, via Luigi Esposito, via Padre Pio – un impegno mantenuto sul quale nessun cittadino di Casamiranda avrebbe scommesso – via Primicerio, via Vallone, via Fusco, via Pomigliano rifatta in una sola notte. La segnaletica stradale, la toponomastica che era in una confusione inaccettabile, via Cascetta, via Regina Margherita, via Casamiranda, vado avanti?».

No. È vero che, con te sindaco, i dipendenti comunali vivevano in un clima di terrore?
«Se parli di quei dipendenti che non volevano lavorare, forse sì. Ci sono amministratori autoritari e amministratori autorevoli. Io sono stato entrambe le cose. Perché nessun dipendente ha mai potuto pensare di saperne più di me, non sono mai stato ostaggio dei funzionari, cosa che accade invece oggi. Quando non si ha il piglio giusto, quando non si è decisi, soprattutto quando non si è capaci, quando i funzionari capiscono che il sindaco ha delle lacune, è un guaio. Non che si debba essere tuttologi, ma bisogna essere in grado di studiare le cose e di capirle. A quel punto ai funzionari piacerà additarti come autoritario, in virtù di una soggezione che secondo me può anche dirsi professionale».

In quei mesi, qual è la cosa che ti ha dato più soddisfazione?
«Uno dei più bei ruoli che possano esistere in politica è proprio quello del sindaco, se hai cultura, capacità e talento puoi metterle in campo. Sono stati quaranta mesi bellissimi, anche se negli ultimi ero davvero stanco dal punto di vista fisico perché lavoravo dal mattino alle 6 fino a sera tardi. Oltretutto non mi limitavo al paese ma tentavo di portarne il nome fuori dai confini intrattenendo rapporti con il Governo centrale, con le istituzioni regionali e provinciali. Ritengo che Sant’Anastasia non abbia mai avuto una visibilità così forte come in quel periodo».

Se ho compreso, quel che ti soddisfa di più è aver dato visibilità alla tua terra?
«Averla trasformata, innanzitutto. Poi anche averla resa visibile sì, ora possiamo dirlo perché parliamo del passato e io non devo fare campagna elettorale».

Ah, no?
«No».

Se lo dici tu…
«Non lo dico io, lo dicono tutti quelli che non hanno pregiudizi o interessi di altra natura. In due anni e mezzo il nostro era diventato il paese più vivibile del circondario per strade, arredi, verde, pulizia. Tieni conto che avevo un progetto preciso, sapevo quel che avrei fatto. Quando mi sono insediato a Palazzo Siano ho trovato una cittadina fuori sistema, fuori controllo dal punto di vista amministrativo, di governo, finanziario. Ho sciolto l’Amav, ho rivisitato il contratto del cimitero non potendolo revocare, ho affrontato le pendenze con chi si appropriava indebitamente di risorse come l’acqua, scaricandone i costi sul Comune e ho agito laddove tutti i sindaci precedenti si erano fermati alla prima delegazione di protesta. Ho acquisito in comodato d’uso palazzo Nicola Amore e il fondo che va da via Vallone fino a via Primicerio sarebbe diventato presto un parco urbano agricolo. Abbiamo fatto talmente tante di quelle cose che è davvero difficile essere precisi ed elencarle tutte. Può apparire banale, ma una delle prime azioni messe in campo è stata la riorganizzazione dell’apparato burocratico amministrativo, l’obiettivo era avvicinare gli uffici comunali alle reali esigenze dei cittadini con efficienza ed efficacia: a volte anche per dire “no” ma dirlo entro un tempo ragionevole».

Ci sei riuscito?
«Sì, con semplici azioni di “civiltà” che hanno consentito ai cittadini di avere risposte alle proprie istanze, si sono decentrati alcuni uffici amministrativi in aree periferiche, implementate le manutenzioni degli edifici pubblici, radicalmente invertito il sistema di pulizia e spazzamento del paese, potenziato il servizio di raccolta dei rifiuti, aperto alla comunità il mondo delle scuole attraverso l’iniziativa di concedere le palestre in convenzione al di fuori degli orari scolastici. E tanto altro ancora. L’obiettivo, direi centrato, è stato quello di riqualificare il tessuto urbano al fine di far innalzare quel senso di appartenenza ​che si è tradotto in un semplice ma efficace risultato: rinascita della fiducia individuale​ che è alla fine sfociata in un senso diffuso di fiducia collettiva, restituendo alla comunità un naturale orgoglio di appartenenza e una forte voglia di riscatto. La conseguenza è stato l’avvio di numerose attività di impresa da parte di privati, giovani e meno giovani, che, credendo nella rinascita, hanno investito direttamente in diverse attività commerciali o imprenditoriali».

Stai parlando del ristorante al Boschetto, del pub in via Libero Grassi, delle altre attività che stanno per partire?
«Esatto, un’amministrazione da sola non sarebbe stata in grado di provvedere alla manutenzione e alla valorizzazione di quei siti, perciò con una procedura di evidenza pubblica sono stati selezionati operatori economici che hanno restituito nuova vita e funzionalità a brani urbani negati alla vita della comunità, offrendo servizi collettivi. Anche su questo tema un mare di polemiche sterili e inutili ha accompagnato l’azione di chi, in un mercato libero, ha avuto il coraggio di investire sul territorio. Penso sia innegabile che alcuni di questi spazi non erano neanche avvicinabili per lo stato di abbandono e degrado in cui erano. Oggi gli ideologi, miopi e incapaci, parlano di cessione del diritto pubblico a servizio dei privati. Io penso semplicemente che bisogna avere l’onestà intellettuale di riconoscere che gli enti locali oggi non hanno la forza economica di gestire parchi e ville comunali, bisogna quindi individuare le giuste strade per ottenere tali servizi da una sinergia pubblico/privato, aprendo al mercato. Non significa abdicare ogni forma di controllo nei confronti della imprenditoria privata che vuole investire, questa è un’altra storia».

Con te arrivò a Palazzo Siano anche una nuova classe dirigente, un po’ di giovani. Ci sono persone che ti hanno dato soddisfazione nel vederle «crescere» e altre invece che ti hanno deluso?
«Gli uni e gli altri. Il gruppo che stava crescendo e che poteva avviarsi a diventare classe dirigente c’era. Armando Di Perna, Vincenzo Romano che è stato un buon amministratore come del resto Ciro Castaldo, ragazze genuine, preparate e per bene, come Veruska Zucconi, Lucia Barra, Giustina Maione. Anche altri, ma davvero non sto qui ad elencarli. Persone che hanno deluso, ma non me ne sono reso conto nel corso del mandato, esistono. Questo profondo senso di disillusione si è manifestato però nell’ultimo anno, con l’amministrazione in carica che io osservo solo da lontano, con persone totalmente inaffidabili dal punto di vista umano. Tre o quattro, direi, ma trovo inopportuno per loro – non per me – farne nomi e cognomi».

Affrontare il tema della tua vicenda giudiziaria, con un processo in corso, è delicato per una serie di motivi, a partire dal rispetto del lavoro delle forze dell’ordine e degli inquirenti per finire a quello dei legali e delle stesse parti in causa tra le quali ci sei ovviamente tu. Ma qualche domanda vorrei fartela.
«E io risponderò come posso».

Credi, in tutta coscienza, di aver commesso errori, di essere stato – diciamo – “leggero”?
«In tutto ciò, per quel che posso dire, ci sono elementi dirimenti: ho sessant’anni, esercito la professione medica da trenta, c’è stato un periodo in cui ho guadagnato davvero moltissimo lavorando a tempo pieno in due ospedali, ho ricoperto ruoli importanti…».

Non che c’entri nella vicenda in sé, ma posso chiederti quanto guadagni?
«In alcuni periodi, prima dell’euro, quasi dieci milioni al mese. Dopo, non molto meno».

Si dice che spendessi molto, in abiti, in varie altre cose, per mantenere la tua barca, ad esempio. Hai condotto un tenore di vita dispendioso, ti è piaciuto il lusso?
«Non mi piace il lusso, amo presentarmi e rappresentarmi bene. Ho dei vezzi, non so come altro chiamarli, se vedo una cosa bella mi piace acquistarla, ma non ho alcun vizio».

A parte il fumo?
«Sì, è vero. Fumo molto e bevo tanto caffè».

Hai mai preso droghe?
«No, non ho mai fatto uso di stupefacenti, non so nemmeno cosa sia uno spinello se non per un episodio accaduto mentre ero in vacanza, anni fa. Ci si passava una sigaretta di questo tipo tra un gruppo di amici. Quando arrivò il mio turno non volli aspirare e buttai fuori il fumo, come fosse un sigaro. Ma ciò che voglio dire è che per le mie esigenze io ho sempre guadagnato abbastanza e credo che nessuno nella mia posizione non abbia, per esempio, acquistato una casa, un piccolo appartamento. Io non ce l’ho, non ho nemmeno soldi da parte, in banca. Quindici anni fa comprai una barca, guadagnavo abbastanza e me ne concessi una di sette metri, poi ne presi una più grande. Ovviamente ora ho dovuto venderla, nel periodo in cui sono stato sospeso dall’ospedale e non percepivo dunque uno stipendio, così come poco tempo fa ho dovuto lasciare la casa che avevo in affitto».

Perciò spendi tutto quel che guadagni?
«Tutto».

Non è che questo deponga a tuo favore.
«Si, ma è la verità. E non dico nulla di nuovo, mi hanno – per così dire – radiografato da capo a piedi.  Da sindaco percepivo 800 euro al mese giacché avevo voluto mantenere il lavoro in ospedale, lavorando di notte, di sabato, di domenica. E chi mi è stato accanto sa che quell’indennità da primo cittadino se ne andava in aiuti per chi ne aveva bisogno».

Tutto questo però non ha, in fondo, particolare attinenza con la vicenda di cui ti accusano. Perché uno può chiedere una tangente anche se non ha problemi economici. Pure se non gli serve. No?
«In generale sarà di sicuro così. Per quel che mi riguarda sosterrò le mie ragioni in tribunale, nel processo in cui c’è una lista di 58 testimoni, tutti gli imprenditori delle ditte che hanno lavorato con il Comune mentre io ero sindaco. Potranno dire davanti a chi di dovere se ho mai chiesto anche un solo caffè».

Processo a parte – del quale avremo modo di scrivere nelle cronache – sei a posto con la tua coscienza?
«Con la mia coscienza sì, con la mia intelligenza e con la mia lungimiranza di cui mi sono sempre vantato, forse meno. Non posso scendere nei particolari ma io pago questo prezzo, alto, perché ho fatto il sindaco in un certo modo, forse troppo sopra le righe, attirandomi tanta antipatia».

Stai sostenendo davvero – e premetto che anche questo è un po’ motivo di ironia tra i tuoi detrattori – che sia tutto frutto di un complotto?
«Io non sto sostenendo alcunché, ce ne si occuperà in aula di tutto ciò. Voglio solo dire che in Italia, per chi ha gli occhi aperti e un minimo di intelligenza, per chi guarda la tv e legge i giornali, di complotti se ne vedono ogni giorno. Di connivenze tra tutti gli organi dello Stato, la politica e i settori della finanza, se ne verificano di continuo, è storia passata e recente».

Qual è, relativamente a questa storia che ti vede imputato, il tuo più grande rimorso?
«Non aver compreso la situazione in cui mi trovavo, non aver reso pubblico fin dal primo momento ciò che in aula, auspico, dimostreranno prove e testimonianze».

Hai passato 59 giorni nel padiglione Firenze del carcere di Poggioreale, hai voglia di raccontarmi com’è stato?
«Quel mondo è difficile da descrivere a chi non lo conosce. Si è improvvisamente catapultati in una vita al di là di ogni immaginazione. Che dire, è stata una tragedia, non so come rendere in parole la trafila animalesca che si fa prima di essere rinchiuso in una stanza con altre persone, sette nel mio caso. Forse ho avuto la fortuna di aver fatto una buona impressione a tutti, gente che si era macchiata anche di fatti rilevanti come omicidi e rapine, perché mi hanno accolto e trattato davvero bene».

Capisco che sia difficile scorgere una sola cosa positiva in quel periodo da detenuto. Ma voglio chiedertelo: ne hai trovate?
«L’esperienza è stata durissima, la rammento ogni notte. Di contro, mi ha dato l’occasione di sentire davvero cosa voglia dire l’amore di un figlio per un padre. Mio figlio Antonio è stato di una presenza e di una forza inimmaginabile per me fino a quel momento, straordinario. Come anche Gabriella, io non volevo venisse e mi ricordasse lì, in quella situazione. Ma lei è stata irremovibile. Di positivo, come un’isola in quella catastrofe, c’è stato il sentire forte come non mai il legame con loro due».

C’è una persona che lì dentro ti ha particolarmente colpito o che ti ha aiutato?
«Alcune. Un ragazzo di 24 anni che dovrà scontarne altrettanti in carcere, due giovani che avevano rubato del rame e che mi raccontavano delle famiglie, certi che una volta usciti avrebbero dovuto continuare la vita di prima, tanti altri. Alcuni li ho aiutati con denaro, sigarette, cose che lì sono preziose. Ho visto sfilare sotto i miei occhi un mondo di deviazioni, di subcultura, di falsi miti ma anche di tanta povertà».

Quali libri hai letto mentre eri in carcere?
«Uno dei tanti di Bruno Vespa, non ne ricordo il titolo. E uno prestatomi da un vicino compagno di cella che mi è piaciuto molto, “Il cacciatore di aquiloni” di Khaled Hosseini, uno scrittore di origine afgana. Scrivevo moltissimo, d’altronde. Ho messo su carta tutto quel che avevo fatto, ricostruivo giorni, vicende, incontri. E rispondevo alla valanga di lettere che ricevevo ogni giorno, alla fine riempii una borsa intera, non sapevo come portarle via tutte».

Da Sant’Anastasia soprattutto, immagino. Lettere, telegrammi, ma anche un gruppo di sostegno sui social, persone che litigavano con chiunque osasse sostenere una causa se non la tua. Ma come lo spieghi che un sindaco accusato di aver preso una tangente, in carcere con l’accusa di concussione, reato che dovrebbe essere inviso ai cittadini, sia stato e sia ancora destinatario di quella che chiamerei fiducia «cieca»? Non capita a tutti, anzi. La maggior parte dei politici che si ritrovano in situazioni simili vengono bersagliati per lo più da improperi.
«Ti risponderò cercando di essere realista, il sostegno è andato anche oltre quel che potessi aspettarmi. La gente era dispiaciuta perché avvertiva che il paese, fino a quel momento in crescita, sarebbe stato senza guida. Altri hanno creduto in me, semplicemente. Altri ancora non si sono proprio chiesti se fosse vero, in pratica è come se non gli interessasse affatto. C’era chi credeva in me ad occhi chiusi e scriveva “Caro dottore, indipendentemente da tutto, voi ci mancate”. Lì c’è tutto il lato umano, comprendi ogni cosa. Sai chi ha paura e, anche credendoti, non ti scrive. Comprendi chi ti è davvero amico e chi no».

Oggi sei libero e in attesa di processo. Nel frattempo Sant’Anastasia ha una nuova amministrazione, un nuovo sindaco. Si sono candidati nel segno della continuità anche quasi tutti i tuoi assessori, i consiglieri, la tua squadra. Che parte hai avuto in tutto ciò?
«Parte? Chi doveva decidere lo ha fatto mentre io avevo ben altro per la testa. Mio figlio, gli amici, mi raccontavano tutto, certo. Non voglio dire che, a campagna elettorale in corso, io me ne sia disinteressato o che chi voleva candidarsi nelle liste non sia venuto da me per un consiglio, per capire. Non ho fatto altro, dire a quella che era la mia squadra fino a pochi mesi prima, quel che pensavo. Non potevo né volevo avere ruoli attivi, chi lo ha fatto credere ha agito in modo strumentale, per convenienza, cogliendo e sfruttando fino in fondo l’occasione. Non sono mica stupido e non credo ci sia qualcuno che possa definirmi tale».

C’era la tua squadra in campo, si inneggiava alla continuità. C’erano, in liste collegate all’attuale sindaco, tutti coloro che ti erano più vicini. E Lello Abete, nonostante ti abbia infastidito qualche titolone sparato sui giornali, è tuo nipote, no?
«Certo che è mio nipote. Ed è stato, alla luce di quanto accaduto fin qui, fortunato ad avere me come zio. Sono stato sicuramente un vantaggio, nella sua vita politica e non solo, tant’è che ha speso il mio nome».

Non era da solo, però. Il tuo capostaff, Ciro Pavone, ha coordinato la campagna elettorale. Uomini e donne a te vicini fino a poco prima si sono candidati o comunque spesi, e hanno vinto.
«Ci credevano, ora è chiaro che non è più così. C’è chi è stato cacciato perché scomodo, chi è andato via».

Non ti sembra una faida familiare più che una questione politica?
«Chiariamo: io al momento non ho interessi politici. L’unico coinvolgimento per cui mi faccio trascinare nel discuterne è l’amore viscerale che provo per Sant’Anastasia, paese con il quale il mio destino ha sempre coinciso, nel bene e nel male. Se oggi sono deluso è principalmente per il tradimento umano, quello più inaspettato. Non è una faida familiare, non c’è da pensarlo, la verità è che l’amministrazione Abete non può essere la continuità della mia, ormai se ne sono resi conto tutti. Innanzitutto perché io e l’attuale sindaco non siamo la stessa cosa. Già questo, basterebbe. Non possiamo interpretare allo stesso modo la progettualità, che qui non c’è, la politica, la gestione. Non abbiamo le stesse capacità, lo stesso taglio, né culturale né politico, la sostanza del ruolo. Se devo dirti in maniera chiara come la penso, senza infingimenti e con spregiudicatezza, Abete ha la capacità di rappresentarsi in modo bonario, direi buonista. Ma credo soffra della sindrome rancorosa del beneficato, quello che alla fine, o anche prima, si rivolta contro il benefattore. Non ho mai ricevuto da lui una telefonata, fin dal secondo giorno delle elezioni. Ci siamo visti altre volte in occasioni casuali, mi sono lasciato andare, ci siamo anche abbracciati, da zio e nipote. Poi non si è fatto sentire nemmeno il giorno in cui doveva tenersi l’udienza del mio processo».

Non capisco, il problema è che non ti chiami? A questo punto si potrebbe pensare che volessi governare per suo tramite, che lui, il sindaco eletto, “dovesse”, in nome di non si sa cosa, farsi consigliare da te?
«Assolutamente no, nulla di più lontano da me e dai miei pensieri. Dietro un sindaco non può esserci nessuno, non scherziamo. E nessuno, allo stesso modo, può arrogarsi il diritto di dare dei consigli. Io sto parlando del piano umano, del rapporto con una persona per la quale ci sono stato sempre, da quando si è diplomato fino alle elezioni. Altra cosa è la valutazione politica che faccio da cittadino e non certo da parente: qui non c’è continuità, ecco tutto. Potrei dirti che lo immaginavo, che consiglieri comunali presenti e passati, che oggi occupano anche posizioni importanti nell’attuale maggioranza, mi hanno pregato fino all’ultimo giorno di dissuaderlo, nella mia unica posizione di zio, dal candidarsi, cosa che non sarebbe stata nelle mie facoltà e che mai lo sarà, nei confronti di alcuno. Se poi vogliamo dirla tutta, non mi va di essere ipocrita e quindi è chiaro che lui abbia cavalcato in una prateria, che sia stata sfruttata tutta la mia persona, umana e politica».

Cioè ti senti usato?
«Molto, moltissimo».

E non era nelle tue intenzioni?
«Assolutamente no, mi ha amareggiato che il mio nome sia stato sfruttato così. Se il modello di amministrazione cui puntavano è quello che vediamo oggi, allora dovevano prendere le distanze, farsi la propria campagna elettorale senza andare nelle case ad usare il mio nome».

Hai detto che ami visceralmente Sant’Anastasia. Se davvero così fosse, non dovresti sperare che il sindaco Abete e la sua squadra operino bene?
«Certo che lo spero, anche se a volte sono critico, magari scrivendo sui social perché altro non posso fare, è per pungolare, sollecitare».

Dunque non trovi, in un anno e più di amministrazione, qualche azione, provvedimento, atto, degno di nota?
«Io trovo solo che navighino a vista. Il commissariamento è stato un periodo di stagnazione dal quale ci si doveva riprendere, è vero. Ma hanno comunque trovato un paese messo a sistema, dalle caditoie, alla pulizia, al verde, ai lagni, alle piante, nell’ordinario c’era tutto. E funzionava tutto. Oggi si va a tratti, una volta si pulisce l’altra no. Poi c’è il siparietto delle piante rubate, rimesse, poi di nuovo rubate. Nulla di eccezionale, non vedo ancora il perseguimento della pianificazione importante che già c’era alla base. Pensa che un paese come Pollena Trocchia, sull’accelerazione della spesa, ha preso tre milioni e mezzo di finanziamento, Somma Vesuviana ne ha intercettati cinque. Qui si è persa l’identità, il riferimento. La percezione e che non ci siano più, né il sindaco né gli amministratori comunali. Il mio parere è questo».

Il sindaco attuale è tuo nipote e le questioni familiari le risolverete tra voi. Qui però c’è in ballo altro perciò, giacché al momento non vi parlate, se dovessi dargli un consiglio sincero e spassionato, lasciando da parte il resto, cosa gli diresti?
«Di darsi una mossa, di andarsi a rileggere il programma del 2010, di ripescare negli uffici tutto l’immane lavoro che abbiamo fatto in quaranta mesi. E ne troverà tanto, tantissimo. Se lo studiasse, non può che fargli bene».

Stai parlando di semplici idee, di un libro dei sogni, o di progetti pronti?
«So che mi chiedi questo perché loro continuano a dire a destra e a manca che nei cassetti di Palazzo Siano non hanno trovato alcunché. Ma non è così, ci sono progetti pronti, con tanto di firma di professionisti incaricati. Ti dirò altro: nella pubblica amministrazione la procedura di incarico è come un cane che si morde la coda. In pratica non si potrebbe affidare un incarico se non con finanziamenti già certi. Io scelsi una strada diversa, optai per conferire comunque incarichi di progettazione: via Mario De Rosa, via Umberto I, tutti gli interventi futuri che nel nostro progetto dovevano riguardare gli ingressi del paese, cioè via Lagno Maddalena, via Pomigliano, via Romani, via Somma, via Murillo di Trocchia. I progetti sono tutti affidati, portano il nome dei tecnici incaricati che possono avallare quanto sto dicendo, da via Marra Marciano al prolungamento di via Vallone. Sette mesi prima che finisse il mio governo riuscii inoltre a chiudere un accordo con le Ferrovie, ci hanno dato due milioni e mezzo di euro che devono essere spesi per via Pomigliano, via Marciano, via Starza, Masseria Coscialonga, via Palmentola, via Eduardo De Filippo, contrada Canesca. I soldi stanno ancora lì, pronti ed esigibili».

Non ritieni che l’uscita di alcuni uomini e donne dalla maggioranza, persone notoriamente a te vicine – e parlo di chi oggi si riconosce nella sigla di Alleanza per Sant’Anastasia – possa paradossalmente pungolare la maggioranza a far meglio?
«Sì, potrebbe per assurdo andare così, sono dinamiche che spesso in politica si verificano. Del resto al momento Alleanza per Sant’Anastasia mi sembra l’unica opposizione visibile».

Invece il nome della tua associazione, L’Arcobaleno, è oggi quello di una lista di maggioranza.
«A questo proposito ho qualcosa da dire: sarà anche una lista depositata in occasione delle elezioni non so nemmeno da chi, ma ritengo che nessuno di quella compagine amministrativa sia autorizzato ad utilizzare il simbolo di un’associazione che coincide con la mia persona da vent’anni. Non ne faccio un problema giuridico bensì morale, se ne hanno una devono lasciar perdere e non usarlo. Siano corretti almeno in questo».

Quale sarà l’obiettivo di chi oggi si è allontanato, per scelta o per forza, dal governo cittadino?
«Devi chiederlo a loro, io non so quel che faranno gli esponenti di Alleanza per Sant’Anastasia ai quali mi lega un rapporto di affetto, nulla più. A discapito di chi mi pensa il burattinaio di turno. So però che intendono pungolare affinché si metta in campo qualche azione degna di nota. Dopo un anno e mezzo di amministrazione, abbastanza deludente nei risultati e tenendo conto che il grosso del lavoro era già preparato, in un paese si verifica una crisi amministrativa e non c’è un partito di opposizione che dice una parola nelle sedi deputate a parte i soliti inciuci sui social, ma ti pare normale?».

In verità c’è un recente manifesto del Pd. Ma anche una precedente interrogazione in merito a firma della capogruppo di Forza Italia, Annarita De Simone, che invoca appunto una discussione in consiglio comunale. Più sede deputata di così non saprei…

«È vero, Annarita è l’unica ad aver quantomeno scritto un atto formale. Ma per il resto, conoscendo la natura della rimanente opposizione, credo si possa politicamente parlare di un trasversalismo al ribasso».

A tuo parere, chi è stato il miglior sindaco di Sant’Anastasia?
«Mario De Simone, il sindaco che ha sprovincializzato il governo del paese ed ha avuto la forza di interfacciarsi con Ministeri, Governi, Regione. Anche Antonio Manno è stato un primo cittadino di straordinaria statura ma Mario mi ha cresciuto, è venuto a prendermi per i capelli fino all’Università minacciandomi di non farmi più muovere un dito in politica se prima non mi fossi laureato. Devo anche a lui se ho finito gli studi ed ho una professione».

Tra i più giovani politici di oggi che conosci, siano essi di destra, di sinistra, di centro, chi considereresti un valido candidato alla carica di sindaco?  Corre voce che tu stia manovrando perché vorresti in questo ruolo Armando Di Perna.
«Al momento posso manovrare solo la mia auto. Ma Armando è ingiustamente poco apprezzato, più che altro perché suscita invidia. Quel che accade ai giovani capaci, di bell’aspetto, di belle speranze e magari di successo, in un paese come il nostro. Se avesse finito un ciclo e amministrato per cinque anni sarebbe stato un candidato naturale, ne ha i numeri e i presupposti. A questo punto non so, credo che magari anche una donna sindaco, che scuota un po’ il paese, non sarebbe male. Se poi devo proprio dirti cosa penso, se potessi farlo in questo preciso momento vorrei affrontare una campagna elettorale e candidarmi io».

Hai già detto che non lo faresti nelle condizioni in cui sei, se non a conclusione del processo. Ma in Italia ci sono tre gradi di giudizio…Se dovessi uscire indenne dal primo, ti candideresti?
«Penso proprio di sì. Sarà una scelta sofferta e complicata ma mi candiderò».

Se dovessi ritrovarti come avversario tuo nipote?
«Mi spiacerebbe per una serie di motivi, ma mi candiderei comunque».

Già sindaco contro sindaco uscente, zio contro nipote, socialista contro socialista?
«Socialista? Conoscendolo fin da bambino non ritengo che lui abbia mai avuto questi grandi ideali, onestamente».

Quanto conta per te la famiglia? Per la politica sei disposto a passare sopra i legami di sangue?
«Io no, non posso dire lo stesso per altri. Per me i rapporti familiari sono fondamentali e profondissimi, ecco perché non accetto e non sopporto i tradimenti».

L’amicizia?
«Un sentimento sacro. Non sono e non sarei mai capace di tradire un amico. Ne ho di storici, persone che conosco da tantissimi anni e che hanno condiviso tutto, sofferto e goduto con me di sconfitte o vittorie. Ci credo molto e ci tengo altrettanto. Purtroppo, in questo nuovo corso anastasiano, c’è chi ha ordito per lacerare rapporti umani. Eravamo nella deprecabile condizione in cui molti dei miei più cari amici non potevano nemmeno prendere il caffè con me per paura di offendere qualcun altro, il sindaco in particolare».

Non posso, in una intervista con te, prescindere dai tuoi cavalli di battaglia. La zona rossa per il rischio Vesuvio. I condoni edilizi.
«Per la nostra battaglia volta non a cancellare la zona rossa, come molti che hanno pure difficoltà a capire cosa sia la legge 21 dicono ancora, bensì ad averne i giusti ristori per il territorio, tutti hanno avuto modo di conoscere Sant’Anastasia e chi la governava. Oggi, qualcuno che mi dava dell’abusivista perché invocavo condoni tombali, siede in consiglio regionale con De Luca che vuole chiudere la partita anche con i condoni 2003. Vorrò vedere quanto e come si opporrà. Lo ribadisco: a mio parere i condoni vanno chiusi, tutti. Per poi ripartire da zero con una severità estrema, con sistemi satellitari di controllo che stronchino ogni tentativo di abuso alla radice. Quella sulla zona rossa la definimmo la “madre di tutte le battaglie” e la mia posizione è sempre stata chiara, il problema è la meschinità dietro l’impostazione della legge: siccome lo Stato e la Regione non hanno la forza – e i soldi – per una deportazione di massa dai territori esposti al rischio Vesuvio, si impone per legge un divieto edilizio, assolutamente privo di ogni forma di compensazione e fortemente discriminante rispetto ad altri territori della regione stessa o del paese Italia. La legge, così come è stata interpretata dagli uffici comunali e dai burocrati del nulla, ha prodotto solo incertezza del diritto e totale elusione della norma. Il risultato più evidente è stato quello che non si sono neanche fatte le ordinarie e straordinarie manutenzioni degli edifici aumentando, se possibile, le condizioni di rischio in caso di malaugurato evento calamitoso».

Risultati a parte – che in pochi ti riconoscono – si può dire che hai quanto meno sdoganato l’argomento?
«Quando mi sono insediato era un tabù semplicemente “pensare” ad una revisione della Legge 21. Per dogma era immodificabile, ad ogni riunione ci accusavano meschinamente di voler saccheggiare il territorio. Ma ha realmente danneggiato questa terra chi ha consentito di costruire senza autorizzazioni un’infinità di volumetrie negli anni precedenti, traendone interessi personali e facendo carriera politica. Noi abbiamo sempre posto in evidenza le illogicità della legge, chiedendone le correzioni. Solo dopo oltre tre anni di duro lavoro, dibattiti, riunioni accalorate, ma anche intense attività amministrative – l’istituzione di un consiglio comunale congiunto con Somma Vesuviana, i protocolli sottoscritti con gli altri diciotto comuni dell’area e tante altre iniziative – si è finalmente aperto qualche spiraglio. Le innovazioni legislative, prima vietate per principio, hanno trovato breccia nelle commissioni regionali e sono lentamente confluite in disegni di legge. Anche in questo caso, fino all’ultimo, il miope mondo dell’ambientalismo di facciata ha provato a osteggiare e bloccare una corretta revisione della norma. Oggi qualche timido risultato è arrivato: la possibilità di demolire e ricostruire, ma anche quella di adeguare e consolidare le strutture. Ancora poco, ma un significativo cambio di rotta che, associato alla possibilità di sbloccare i condoni edilizi, sta finalmente aprendo una ragionevole speranza di sviluppo per il vesuviano. Mi auguro che l’intelligenza di chi è oggi in Regione possa lavorare su una definitiva miglioria legislativa superando le bigotte prescrizioni normative, senza appiattirsi sulle illogiche visioni pseudo-ambientaliste che tanti danni hanno già causato al territorio».

Cosa ti è più spiaciuto non portare a termine da sindaco?
«Far rinascere Palazzo Nicola Amore, in memoria del miglior sindaco che Napoli abbia mai avuto. Sarebbe stato uno dei punti attrattivi su una linea ideale: Santuario di Madonna dell’Arco, il palazzo Nicola Amore appunto, fino al sito archeologico di Villa Augustea a Somma Vesuviana. Quel palazzo doveva diventare, e può ancora accadere, la vera porta del Parco Vesuvio. C’è qualcosa che mi spiace ancor più: mi mancano i bambini e i ragazzi di tutte le scuole cittadine con i quali avevo un rapporto straordinario».

Sei mai più andato a Palazzo Siano da quel dicembre 2013?
«No, non ci passo nemmeno più accanto».

L’angolo più bello di Sant’Anastasia?
«Piazza Trivio e piazza Siano, sono entrambe bellissime. Devo anche dire che nella stagione in cui abbiamo celebrato il Bicentenario ho scoperto tanti piccoli scorci, da Capodivilla a Casamiranda, che andrebbero rivitalizzati».

Il personaggio politico che hai ammirato di più nella tua vita?
«Bettino Craxi. Sarà la storia a giudicare un uomo che ha vissuto intensamente la politica, precursore vero. Avrà fatto degli errori ma è con lui che si iniziò a parlare delle grandi riforme dello Stato, dalla soppressione del Senato alla riforma della giustizia. Oggi sembrano cose normali, allora non era così».

Oggi c’è un politico che segui con più attenzione?
«Oggi manca proprio la figura del politico come la intendo io. Posso esprimere opinioni e apprezzamenti, disappunti sulle persone, ma di politici non ne vedo. Prendiamo Matteo Renzi, io non credo che sia fanciullescamente partito da Firenze per scalare il suo partito prima e il Governo poi. C’è molto di più dietro di lui, tutto pianificato più in alto».

Parrebbe che tu non smetta di ipotizzare complotti. A proposito, hai mai fatto parte di società più o meno segrete?
«No, mai».

Cos’è che proprio non sopporti nella vita?
«Il buonismo, la falsa generosità, l’ipocrisia. Non tollero deroghe e se una cosa non mi va non fingo di digerirla. Nei mesi da sindaco ho rotto rapporti annosi che ho poi recuperato oggi, per non andare contro i miei principi. Ma so che a Sant’Anastasia abbiamo creato, inventato dal nulla, forse anche non volendo e in maniera naturale, un modello di governo. Staccandoci dai partiti e sostenendo che quel che vale è la città, i cittadini, il territorio. Abbiamo anticipato tutti e avremmo condotto in porto quella che sembrava solo una idea ambiziosissima, ma è andata diversamente».

In un tuo post su Facebook ti sei di recente scagliato contro presunti fenomeni di clientelismo. Non credi che qualcuno possa pensare una cosa del tipo: “un sindaco accusato di aver chiesto tangenti viene a fare la morale ad altri”? E poi, se puoi dirlo, cosa intendevi?
«Accusato, appunto. Non condannato, giacché in questo Paese c’è per Costituzione la presunzione di innocenza. Quanto al clientelismo cui mi riferivo, io dico sempre quel che penso, con schiettezza. Perciò, ecco il punto: non mi scandalizzo se si aiuta qualcuno, l’ho fatto innumerevoli volte anche io. Ma non accetto e non potrò mai farlo, che i diritti dei cittadini siano fatti passare per piaceri personali. Ed è questo che oggi accade, la differenza tra ieri e oggi. Passando in paese di recente ho notato un manifesto che esprimeva solidarietà al sindaco, c’era scritto “Forza Lello”, come se qualcuno lo avesse non so, aggredito, picchiato, minacciato. Un manifesto così lo avrei trovato fuori luogo anche quando mi è capitato di essere malmenato o quando qualcuno ha sparato 14 colpi di pistola nella mia auto. Considero questo atteggiamento una delle prove che il Comune stia diventando un circolo ricreativo, ma prima o poi, accade a tutti e in ogni dove, la campanella di stop alla ricreazione suona».

Il tuo più grande desiderio?
«Ne ho due, uscire da questa vicenda giudiziaria a testa alta e, di qui il secondo, tornare a fare il sindaco».

Sembrerebbe una sfida…
«Ma no, quale sfida? L’amministrazione Abete, per quel che posso politicamente interpretare essendo lontano dai giochi, governerà probabilmente per l’intero mandato. Per un motivo semplicissimo: i consiglieri comunali di maggioranza sono talmente lontani dalla politica, dai principi elementari della adesione ad un progetto, dal convincimento di perseguire obiettivi nobili, che interpretano il loro ruolo come fosse un mestiere, con una vena di opportunismo. Ma la politica non è un mestiere, così non è giusto. E poi, diciamoci la verità, governare con la tipologia di sindaco che hanno al momento conviene a tutti, soprattutto a coloro che quell’esperienza l’hanno precedentemente vissuta con me. Sono passati dall’addestramento di guerra al relax e credono di comandare, non comprendendo che a Palazzo Siano non c’è proprio nulla da comandare».

Tu non hai comandato?
«Per realizzare. Sono stato il comandante di una nave che in caso contrario non sarebbe arrivata 44 volte in porto con le opere realizzate».

Il libro più bello che hai letto?
«Sono un cultore di Oriana Fallaci e sto rileggendo tutte le sue opere. Al momento sono alle prese, nuovamente, con “Lettere a un bambino mai nato”, dà sempre emozioni forti».

Sei un cultore della Fallaci, ma non simpatizzi con i giornalisti.
«Non c’entra la simpatia. Ritengo semplicemente che spesso non siate obiettivi».

Non credo che “obiettività” significhi essere sempre d’accordo con te. Spesso ti ha infastidito la verità, semplicemente.
«Non credo sia così ma ammetto di aver esagerato, a volte. Non è che adesso tu possa toglierti i cosiddetti sassolini dalla scarpa con queste domande».

Forse no, ma quasi come una “Nemesi” ti sei ritrovato in casa una figlia giornalista.
«Che dire, spero che Gabriella non si occupi mai di politica».

Il tuo tenore di vita è un po’ cambiato?
«È cambiata la mia vita».

Sei cambiato anche tu?
«Sì, tantissimo».

In cosa?
«Sono diventato più triste. Mi manca un po’ di quella determinazione che mi ha sempre accompagnato, sono disilluso da rapporti umani e politici, anche un po’ dalla vita stessa. Ho avuto ormai quasi due anni per pensare, leggere, scrivere, osservare e sono giunto alla conclusione che questo attuale passerà alla storia come uno dei periodi più decadenti dal punto di vista politico, culturale, morale».

Cos’è la morale?
«Non è certo il moralismo o il bigottismo. È il comportarsi di conseguenza, dire una cosa e mantenerla. In quest’epoca di puro relativismo ci sarebbe bisogno di grandi valori, di ideali, di principi».

Definisci una «persona per bene».
«Una persona per bene è una persona buona, generosa, che non fa pesare ciò che fa, che non è invidiosa».

Se dovessi dirmi quali difetti hanno gli anastasiani?
«Sono invidiosi, un po’. Anche se devo riconoscere che, a parte i nemici che mi sono fatto – e se si fa il sindaco come l’ho fatto io nemici te ne crei – i concittadini sono stati, rispetto alla vicenda che mi ha visto coinvolto, generosi, accoglienti, direi quasi protettivi nei miei confronti. Mi hanno dato forza, li ho sentiti sinceri e disinteressati e sono stato orgoglioso del mio popolo».

Si dice che tu sia superstizioso e scaramantico in maniera spropositata.
«Verissimo. Non indosso mai nulla di nero, non porto con me oggetti di questo colore, non accendo mai nemmeno una sigaretta se mi offrono di farlo con un accendino nero. Ho gesti e rituali precisi. Salgo in macchina in un certo modo, ripongo le mie cose in un certo ordine. Non riesco proprio a farne a meno».

Cosa credi possa capitarti se non lo fai?
«Non lo so, però sto malissimo. Ricordo che quando ancora abitavo a Sant’Anastasia, in via Regina Margherita, avevo un rito scaramantico: uscivo di casa, scendevo per le scale e dovevo sempre tenere le chiavi ancora in mano fino all’uscita del viale. Se capitava che distrattamente le mettessi in tasca, allora tornavo indietro, rientravo in casa e ripetevo tutto daccapo».

Non è così normale…
«Me ne rendo conto, infatti spesso mi dico che non devo essere schiavo di queste cose e faccio gli esperimenti. Cambio qualcosa e vedo che accade: il più delle volte le cose non vanno bene».

Da un po’ di tempo a questa parte le cose non ti stanno andando al meglio comunque…
«Ecco, allora siccome non cambia niente è meglio tenere le mie fobie. Mi fanno compagnia».

Di cosa hai paura?
«Non ho paura per me, temo i dolori e le sofferenze delle persone che mi stanno accanto».

Corre voce, anche, che tu sia un po’ paranoico nei confronti delle malattie. Si dice che abbia sempre con te medicine di qualsiasi genere, per ogni evenienza.

«Non sono paranoico, sono fisicamente gracile. Anche perché dormo pochissimo, fumo 40 sigarette ogni giorno, bevo quantità industriali di caffè, mangio male, vago tra la depressione e l’ansia…».

Non sarà che ti piace crogiolarti in queste lamentele?
«Sarò sincero, sì. Mi piace quasi, dire che non sto bene».

Così ci si occupa di te?
«Forse. Ma è un’intervista o una seduta dallo psichiatra?»

Pensi di aver bisogno dello psichiatra?
«No».
C’è un proverbio che senti particolarmente tuo?
«Un detto napoletano, anche se considero tutti i proverbi fonte di saggezza popolare: “Mai mischiare la lana con la seta”».

Tu saresti la «seta»?
«Guarda che io conosco bene i miei limiti e le mie capacità, ma so che se mi impegno posso riuscire in quel che intendo fare, di volta in volta».

Un difetto che ti riconosci?
«L’intemperanza».

Un pregio?
«La bontà, non credo di aver conosciuto – parlo della politica locale – sotto questo aspetto, una persona migliore di me. E conosco tutti».

Accertato che tra i tuoi pregi non possiamo annoverare la modestia…
«Ma non è un fatto personale, semplicemente non tollero la cattiveria. Così come non posso sopportare che un politico che voglia dirsi tale non riconosca i suoi limiti e non si acculturi per colmarli».

Ti senti un uomo di cultura?
«No, nella vita ho fatto troppe cose rinunciando a tante altre. Leggo moltissimo e mi piace, ma avrei voluto coltivare altri piaceri, come la pittura. Essere un artista, dipingere. E suonare».

Quale strumento?
«La batteria l’ho suonata per molto tempo in una band. Mi sarebbe piaciuto imparare a suonare il pianoforte. Poi canto, sono abbastanza intonato».

Che musica ascolti?
«Musica leggera ma anche opere, dall’Aida alla Traviata, e sono un tifoso del mio figlioccio tenore, Raffaele Abete, che si sta facendo strada. Conosco a memoria tutta la Bohème di Puccini perché per mesi ho avuto unicamente quel cd in auto e ho finito per impararla».

 L’ultimo film che hai visto?
«Vorrei vedere molti più film di quanto in realtà riesca a fare. Privilegio i film a tema sociale ma so apprezzare qualche proposta più leggera. La mia personale classifica 2015 ha tra i primi posti due titoli in particolare, uno è “Selma”, la rievocazione delle marce da una cittadina dell’Alabama che negli anni ’60 segnarono l’inizio della rivolta per i diritti civili negli Stati Uniti. Credo sia un film che riesce a smuovere le coscienze e che trovo attualissimo perché fa pensare alla tragedia quotidiana delle morti legate al traffico illegale degli immigrati, alla stupidità del razzismo. L’altro film, “Everest”, per certi versi più individualista, è il racconto della disastrosa spedizione del 1996 sulla vetta più alta della terra: mi ha dato una serie di spunti, ma ho trovato affascinante soprattutto l’idea di poter affrontare ogni avversità che la vita propone con caparbietà, traendo da sé stessi l’energia necessaria per combattere, in fondo ogni giorno è una lotta».

Hai tentato di valorizzare, da sindaco, anche le realtà culturali di Sant’Anastasia?
«Sì, e ne sono fiero. Una delle cose che più mi mancano è partecipare attivamente alle iniziative. Il Bicentenario è stata una straordinaria occasione di promozione del territorio e di aggregazione. Avrei voluto e saputo portare tutte le altre iniziative ad un livello di qualità maggiore, mentre oggi ci si perde in cosucce di poco conto. Abbiamo germogli da valorizzare, dalla Notte di Lettura al Presepe Vivente, dalla Scuola di Teatro al Festival Giovani Talenti. Sono realtà che devono comunque crescere, a prescindere dalle amministrazioni che ci sono. Sarebbe bastato più tempo».

 Rimpianti?
«Uno per tutti: io il paese lo avrei cambiato davvero, anche in meno di due mandati. Perché, sai, non è vero che i Comuni non hanno i soldi. Mi sono reso conto, con il tempo, che sbagliavo io stesso a sostenere questo quando sono stati tagliati i trasferimenti statali. C’è invece bisogno, nei Comuni come in Italia, di persone che i conti sappiano guardarli, gli Enti possono vivere bene anche con il 30 per cento dei trasferimenti in meno».

Per esempio tagliando le auto blu?
«Comprendo la malizia insita nella domanda ma ti rispondo di no. L’auto blu la terrei, come di nuovo farei la scelta di abbellire e rimodernare la stanza del sindaco, quella della giunta e tutto il municipio. Ritengo che il denaro profuso nella rappresentanza sia ben speso, la bellezza è pulizia strutturale, è sostanza. In caso contrario ci si abbrutisce. Con una “t”, non con due. Cioè si perde in dignità».

Il regalo più bello che hai ricevuto?
«Un accendino d’argento, dono dei miei figli».

Quello che hai fatto tu?
«Tanti, ma chi mi conosce davvero bene sa che io non ho il senso della proprietà personale. Rispetto quella altrui ma non la riconosco a me stesso, per questo dopo tanti anni di lavoro mi ritrovo senza un euro. Ciò che è mio è dei miei amici».

Qual è la parola del dizionario italiano che consideri più bella, quella cui attribuisci un significato particolare?
«La parola è “riconoscenza”. Ora, non vorrei che qualcuno cogliesse riferimenti particolari perché non è mia intenzione attribuirli. È una parola che viene spesso interpretata male da chi la chiede o da chi la riceve. Dentro questa parola c’è tutto, c’è la persona, il suo lato umano, c’è l’altro. Ed è un bellissimo sentimento per chi la prova. Purtroppo non tutti ne sono capaci».

Per finire, una domanda “gioco” che spesso mi piace proporre: se fossi un animale, cosa saresti?
«Una volpe».