“LA GRANDE GUERRA. UNA CARNEFICINA!”

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La fine della Prima guerra mondiale fa registrare un bilancio tragico per tutti i Paesi in conflitto. Ma soprattutto, lascia irrisolti molti problemi che saranno alla base del Secondo conflitto mondiale.
Di Ciro Raia

Le sorti della guerra hanno fasi alterne, procurando, spesso, enormi malcontenti. È messo in discussione finanche il capo di stato maggiore, generale Cadorna, accusato di aver eccessivamente sparpagliato l”esercito sul fronte italiano. E, poi, si registra la grande riscossa dell”Austria, che attacca con inaudita violenza le truppe italiane attestate in Trentino, per punirle del tradimento nei confronti della Triplice.

Gli interventisti di sinistra, frattanto, premono per un governo di unità nazionale. Così, quando la guerra sembra svolgersi a tutto vantaggio dell”Austria, il primo ministro Salandra si dimette. A sostituirlo è chiamato un liberale di destra, uno dei più accesi interventisti, l”onorevole Paolo Boselli, di anni 78. La compagine governativa si compone di nomi di grande prestigio: Sidney Sonnino agli Esteri, Vittorio Emanuele Orlando agli Interni, Filippo Meda alle Finanze, Paolo Morrone alla Guerra, Ivanoe Bonomi ai Lavori Pubblici ed il socialista (cacciato dal partito nel 1912) Leonida Bissolati ministro senza portafogli.

Le notizie dal fronte continuano, però, ad essere scoraggianti. Sulle pietraie del Trentino sono già caduti 140.000 soldati! Fra le truppe si segnalano numerosi casi di diserzione. Il generale Cadorna, nell”intento di arginare la paura che attanaglia i soldati, assume un atteggiamento durissimo ed ordina di fucilare tutti quelli che si danno alla fuga di fronte al nemico. Le cosiddette decimazioni portano la condanna all”ergastolo di 15.000 uomini; altri 4.028 soldati sono condannati a morte: di essi ben 750 affrontano il plotone di esecuzione. È una delle pagine più brutte della storia patria!

Ci sono, però, anche episodi di fulgido patriottismo, che sono scritte dal sacrificio di Cesare Battisti e Fabio Filzi (entrambi sudditi austriaci, impiccati da questi ultimi con l”accusa di aver appoggiato il movimento irredentista e di essersi arruolati con gli alpini italiani), Nazario Sauro (comandante istriano di un sommergibile, mandato al patibolo con la stessa accusa di irredentismo), Enrico Toti, protagonista di un episodio di eroismo. Egli, infatti, è un soldato invalido, che muore scagliando le sue stampelle contro il nemico austriaco. Sulle trincee del Carso, intanto, Giuseppe Ungaretti scrive le sue più belle poesie. In quest”anno di guerra pubblica “Il porto sepolto”, una raccolta di liriche sulla tragica vita dei soldati al fronte: “Si sta come d”autunno sugli alberi le foglie”.

L”anno nero è, però, il 1917, quando le truppe tedesche ed austriache, al comando del generale Otto von Below disperdono i delusi soldati italiani. La battaglia di Caporetto, nella valle dell”Isonzo, del 24 ottobre è una vera disfatta. In un niente l”Italia perde i territori delle province di Udine e Belluno, parte di quelli di Vicenza, Treviso e Venezia: circa 14.000 chilometri quadrati con 1.000.000 di abitanti! Ma Caporetto significa soprattutto 10.000 morti italiani, 30.000 feriti, 293.000 prigionieri, 350.000 tra sbandati e disertori. Oltre alla perdita di più di 300.000 armi, 73.000 quadrupedi e 115 ospedali da campo.

Il primo a pagare è Cadorna, al quale viene tolto il comando delle operazioni di guerra, che viene affidato al generale Armando Diaz. Alla Camera, poi, il governo Boselli è battuto ed il primo ministro è costretto a dimettersi. Gli succede Vittorio Emanuele Orlando, un energico parlamentare siciliano.
La Grande Guerra si conclude nel 1918, quando il generale Diaz guida magistralmente le truppe italiane alla vittoria. Nel mese di ottobre l”esercito nemico è allo sbando. Il 4 novembre è firmato l”armistizio con l”Austria a Villa Giusti, nei pressi di Padova. L”ultima vittima italiana è il giovane Alberto Riva da Villasanta; si è appena affacciato da una trincea per gridare la sua gioia per la fine della guerra. Un cecchino austriaco non lo manca: è un bersaglio troppo facile.


ALCUNE POESIE DI UNGARETTI

“VIETATO PENSARE!”

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Il disinteresse alle cose della Politica fa comodo al potente di turno. Chi non pensa non sa di restare fregato. E chi smantella la Scuola vuole proprio questo. È sicuro!
Di Raffaele Scarpone

Caro Direttore,
Si è in pieno periodo pasquale. La preoccupazione, più che alla drammatica situazione nazionale (scuola, politica, cultura, disoccupazione, sottoccupazione, immigrazione etc.), pare che sia per le condizioni del tempo. Pioverà o ci sarà il sole? Mi pare di aver letto che –per queste vacanze pasquali- si prevede un flusso turistico in aumento di circa il 7% rispetto all”anno scorso. Tu che dici, stante al tuo personale barometro, come si evolverà la situazione atmosferica (ma anche quella della scuola, della politica, della disoccupazione, della sottoccupazione, dell”immigrazione etc.)?

Io credo che ci stiamo avviando verso una forbice della società: i ricchi-ricchi ed i poveri-poveri. Non molto numerosi i primi, molto numerosi i secondi. In mezzo, una moltitudine che galleggia, si arrangia, fa sacrifici, chiede mutui, firma cambiali, vota sperando nel condono edilizio ed in quello fiscale, compra capi d”abbigliamento al mercato: Però non rinuncia alla televisione al plasma, al telefonino di ultima generazione ed alla programmazione delle vacanze (estive, invernali, pasquali e natalizie). Se, per caso, direttore, ti venisse in mente –così come ho fatto io più di una volta- di chiedere il perchè di questa sfrenata mania del divertimento, avresti di rimando sintetiche ma motivate risposte:

“La vita è breve e va vissuta intensamente:Voglio godermi ogni occasione (variante del dotto “carpe diem” o del più popolare “tutt””o lassato è perduto”):Bisogna essere egoisti e non curarsi degli altri, perchè nessuno si curerebbe di te (variante del detto popolare “nisciuno te dice: lavat””a faccia che pare chiù bello!”)”.

Caro direttore, riprendendo un ragionamento avviato circa un mese fa, io penso che se i giovani sono tutti proiettati all”edonismo, al miraggio di un eden o di un paese di bengodi, al godimento massimo di ogni occasione offerta dalla vita:beh! la colpa è solo di noi adulti. Tu pensa che, già alcuni anni fa, a me personalmente (non mi è stato raccontato da nessuno) capitò di leggere in alcuni temi di scuola media che il sogno delle mie alunne, adolescenti, era quello di sposare un camorrista, così avrebbero potuto godere di ricchezze, agiatezze e conseguente felicità. È duro, vero? Come fare, per cambiare. Ma, forse (o senza forse), dobbiamo cambiare innanzitutto noi adulti, costruire nuovi modelli, offrire nuovi esempi!

Il presidente degli USA, Barack Obama, l”altro giorno, parlando agli studenti a Strasburgo, ha, tra l”altro, detto: “Se si passa la vita a pensare a se stessi, allo shopping, alla lunga ci si annoia. Per vivere una vita piena bisogna pensare: cosa posso fare per gli altri? Lasciatevi coinvolgere: a volte rimarrete delusi, ma vivrete una grande avventura”. Caro direttore, l”imperativo è questo: “lasciatevi coinvolgere”. Ma tu capisci che il lasciarsi coinvolgere è esattamente l”opposto di tutto quanto, per anni, la nostra società ha sostenuto? Partecipare (“Preferisco dedicarmi ai miei hobby, alla mia famiglia, allo sport:”. Dove sono finiti gli anni di Gaber: “Libertà è partecipazione”)? Fare politica (“La politica è una cosa sporca!”, Ma via! Anche il pizzaiolo si sporca le mani con la farina; necessario che sia un pizzaiolo onesto!)? Interessarsi a qualunque cosa (Don Lorenzo Milani lo aveva scritto sulla porta della scuola di Barbiana, “I care [Mi interessa, mi riguarda!]”)?

Ma, caro direttore, bisogna anche dire che necessita riprendere l”abitudine a pensare; questa è la preoccupazione più grande, quella di cui nessuno sembra preoccuparsi. E, come tu ben sai, chi educa al pensiero sono i buoni maestri e la scuola. E chi ci governa vuole, purtroppo, una scuola in cui non si educhi a pensare; una scuola in cui si insegni a dire sempre sì; una scuola che bandisca parole in dissenso, in eresia, in autonomia, in pensiero divergente.

Una quindicina d”anni fa, nel 1994, la casa editrice Bompiani pubblicò, nei tascabili, un racconto, di appena settanta pagine, di un protagonista della nuova letteratura cinese, Acheng. Il piccolo libro (allora costava 10mila lire!), “Il re dei bambini”, riportava l”esperienza di un giovane maestro di scuola, che, invece di insegnare ai suoi bambini a leggere ed a riassumere i racconti dei sussidiari, pensò, in contraddizione con quanto stabilivano i programmi, di cambiare metodo, chiedendo agli stessi bambini di raccontare, con parole proprie, la vita di ogni giorno. Dopo pochissimo tempo il maestro venne sollevato dall”incarico ed avviato ad un nuovo lavoro (ma diverso da quello “ministeriale” del maestro di scuola!).

Direttore, sai pure cosa mi veniva in mente in questi giorni? Alcuni versi di Martin Niemolver, oppositore del nazismo, arrestato nel 1937: “Quando i nazisti hanno portato via i comunisti,/ ho taciuto,/ perchè io non ero comunista./ quando hanno messo in galera/ i socialdemocratici,/ ho taciuto,/ perchè io non ero socialdemocratico./ Quando hanno portato via me,/ non c”era più nessuno che potesse protestare”.
Buona Pasqua, direttore.

SANT”ANASTASIA. “RIORGANIZZIAMO INSIEME IL TERRITORIO”

A Sant”Anastasia l”associazionismo fa davvero sul serio. NeAnastasis, ancora una volta, chiama a raccolta i cittadini per discutere dello sviluppo della città. Avviamo il dibattito sul PUC.

Di recente, febbraio 2009, il Consiglio Comunale di Sant”Anastasia ha deliberato la redazione del nuovo Piano Urbanistico Comunale (PUC), in ottemperanza alla legge regionale 21/2003.
È intenzione dell”associazione neAnastasis di chiamare la Società Anastasiana a partecipare ad un ampio confronto sulla redazione di questo Piano, per giungere ad un effettivo Piano partecipato.
Affinchè tale confronto sia fecondo e produttivo, neAnastasis produrrà una serie d”articoli, a partire da questo, con cui esporrà le sue idee e fornirà indicazioni.

OBIETTIVI DEL PUC
I due strumenti urbanistici che hanno operato sul territorio di Sant”Anastasia sin ad ora, il Piano di Fabbricazione prima e l”attuale Piano Regolatore Generale poi, sono stati improntati a soddisfare essenzialmente le esigenze di sviluppo dell”edilizia residenziale, trascurando tutte le altre necessità connesse ad un ordinato sviluppo dell”organizzazione sociale.

Per il nuovo Piano riteniamo che gli obiettivi da perseguire siano in sintesi i seguenti:
mettere ordine a tutto l”edificato sin ad ora realizzato;
dare autosufficienza funzionale ai nuovi nuclei residenziali sorti in periferia;
realizzare le attrezzature e le infrastrutture necessarie alla piena fruibilità del territorio;
potenziare l”attuale rete viaria per adeguarla alle esigenze del traffico cittadino;
recuperare le volumetrie dismesse sia residenziali sia vetero-industriali;
tutelare e valorizzare le zone agricole più produttive;
dimensionare le aree necessarie agli insediamenti produttivi;
realizzare le opere necessarie alla fruizione del Parco Vesuvio;
realizzare idonee misure per ridurre i rischi che incombono sul territorio.

SVILUPPO DEMOGRAFICO DI SANT”ANASTASIA
L”organizzazione del territorio va rapportata alla popolazione che v”insiste ed al suo prevedibile sviluppo futuro per adeguarne gli strumenti urbanistici. L”esame dei dati anagrafici indica chiaramente che la popolazione di Sant”Anastasia è in fase di decrescita, per effetto sia della bassa natalità sia della tendenza a migrare verso altre località. Oggi si può stimare a 27.500 abitanti.
Tale tendenza è in linea con le indicazioni di decompressione abitativa per i Comuni della cosiddetta Zona Rossa, sancite dai Piani Regionali e Provinciali.
(Continua al prossimo articolo)

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L’UOMO É CIÃ’ CHE SPERA

I profondi cambiamenti del mondo in cui viviamo possono farci sentire inadeguati. La risposta a questo disagio è semplice e grande: ascolto, attenzione e dialogo, per organizzare la speranza.
Di don Aniello Tortora

Il mondo nel quale viviamo è in rapidissima trasformazione. Anche il nostro Paese e, con esso il nostro Sud, è profondamente cambiato sul piano economico, sociale, lavorativo e istituzionale. E queste mutazioni hanno avuto rilevanti ripercussioni sulla vita delle persone, sul loro modo di pensare, sulla famiglia, sulla rappresentanza e sulle relazioni personali e sociali.

Indubbiamente, insieme a tanti fattori positivi, c”è bisogno di una nuova e forte attenzione ai cambiamenti e alle contraddizioni che questa crescita ha generato: la società post-industriale o post-fordista (dal lavoro ai lavori), la finanziarizzazione dell”economia, i forti divari territoriali (vedi NORD-SUD), le presenza di nuove povertà (scatenate da questa crisi economica), la presenza di nuove povertà, di nuove emarginazioni, dei senza lavoro e dei disoccupati giovani o in età matura, dei precari sul lavoro e nella vita, le difficoltà delle famiglie nel far quadrare il bilancio economico e sociale (soprattutto quelle a mono-reddito con figli), il crescente numero d”anziani non autosufficienti, il permanere di fasce di giovani ed adolescenti in difficoltà o costretti alla solitudine, e il fenomeno, anche culturale, dell”immigrazione.

Di fronte a questi problemi potremmo sentirci tutti inadeguati.
Ma non mancano segni di speranza, la quale non è solo un desiderio o un sogno o una promessa e non riguarda unicamente il domani, ma è una realtà molto concreta ed attuale, che non abbandona mai la nostra terra: le persone, le famiglie, le comunità, l”intera umanità, soprattutto la Chiesa. Chi ha occhi e cuore evangelici vede e gode del numero incalcolabile di semi e germi e frutti e opere concrete di speranza che sono in atto nei più diversi ambiti della Chiesa e della società. Ci sono tantissime persone e gruppi che continuano, ogni giorno, con coraggio e perseveranza, a scrivere il “Vangelo della speranza” nelle realtà e nelle vicende più disagiate e sofferte della vita quotidiana.

Tantissimi uomini e donne, spesso inosservati o addirittura incompresi, sconosciuti ai grandi della terra sono gli operai instancabili che lavorano nella vigna del Signore e della società, artefici grandi e umili “della” e “nella” storia. Mi ha sempre colpito una frase di Indira Gandhi: “Mio padre una volta mi disse che esistono due tipi di persone: quelli che lavorano e quelli che si prendono il merito. Mi disse di cercare di stare nel primo gruppo. C”è meno concorrenza“.
Tutti, ma particolarmente i cristiani, sono chiamati, ancora di più, a rendere attuale, con il loro comportamento, con l”impegno e i fatti, il messaggio della Speranza cristiana attraverso l”ascolto, l”attenzione, l”incontro e il dialogo con le speranze delle donne e degli uomini del nostro tempo.

Martin Luther King, il promotore della difesa dei diritti civili della popolazione nera dell”America diceva: “Anche se avrò aiutato una sola persona a sperare, non sarò vissuto invano“.
Il mondo apparterrà domani a chi gli avrà offerto una speranza grande” – assentiva Teilhard de Chardin.
Il presente non basta a nessuno: abbiamo tutti bisogno di un po” di futuro” – affermava Albert Camus.
Don Tonino Bello: “Non possiamo limitarci a sperare; dobbiamo organizzare la speranza“.

E anch”io, indegnamente e umilmente, posso dire che “l”uomo è ciò che spera“.
Un pensiero specialissimo di solidarietà, in questo momento di dolore immenso, agli uomini e alle donne dell”Abruzzo: insieme ce la faremo!
Auguro alla redazione e ai lettori de “ilmediano.it” tanta Speranza.

“LA POLITICA APRE LE STRADE ALLA CAMORRA”

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Visto che tutto passa per il Comune, la camorra se ne impadronisce con suoi uomini, controllando le elezioni. In tal caso, non spara ma fa politica e compra un po” tutti. Di Amato Lamberti

Troppa gente mi confessa di restare esterrefatta di fronte alle motivazioni dei provvedimenti di scioglimento dei Comuni per infiltrazioni e condizionamenti da parte della camorra. L”impressione è che molte persone sembrano non accorgersi neppure di ciò che gli succede attorno.

La verità è, però, che tutti si sono abituati ad un certo andazzo per cui può anche apparire normale che per ottenere un diritto, come può essere una pensione di vecchiaia, il riconoscimento di una invalidità certa, una autorizzazione sanitaria all”esercizio di una attività, ecc., ecc., sia necessario chiedere il favore a qualcuno – l”interposta persona, come la chiamava il senatore Saredo, che sciolse, nel 1901, il Comune e la Provincia di Napoli per accertati condizionamenti camorristici – che possa intervenire sugli amministratori dell”Ente delegato al rilascio dell”autorizzazione o del beneficio.

Sembra anche naturale che tale prestazione dell”amministratore venga ricompensata, oltre che con la gratitudine eterna del voto durante le elezioni, anche con regali adeguati all”importanza della persona. Questa è camorra, ma pochi sembrano accorgersene, tanto normali sono diventati certi comportamenti. Il risultato di questi atteggiamenti e di questa mentalità è lo stravolgimento di tutte le regole che dovrebbero far funzionare una comunità. L”amministratore diventa “il padrone delle regole”, nel senso che le osserva, le disattende, le piega alle diverse esigenze a suo piacimento, sensibile solo ai rapporti di forza, alla capacità di pressione e di intimidazione dell”interlocutore, ma anche alle ricompense economiche e politiche che può ricavare dalle sue decisioni. Il fatto di essere “il padrone delle regole” lo mette al centro di tutti gli interessi che si agitano nella comunità, a partire da quelli che si poggiano proprio sullo stravolgimento delle regole.

Un imprenditore pulito chiede regole chiare e trasparenti per l”assegnazione di un appalto pubblico: l”imprenditore-camorrista chiede solo che le regole vengano modificate a suo vantaggio e, per ottenere il risultato, è disposto a pagare, a corrompere, a minacciare e financo ad uccidere. In genere si ferma alla intimidazione e alla corruzione, ma l”appalto è suo, con buona pace dell”imprenditore che non ha potere di intimidazione e di violenza. Così la camorra, in combutta con gli amministratori conniventi, mette le mani su tutti gli appalti, su tutte le forniture, su tutti i fondi agevolati, persino sui fondi per le iniziative sociali e “culturali”. Ma la camorra non si accontenta mai.

Visto che tutto passa per il Comune, la cosa più semplice per impadronirsene è quella di mettere uomini suoi, magari “pezzi da 90”, nell”amministrazione comunale. Il controllo delle elezioni, a qualsiasi livello, è l”attività principale delle organizzazioni criminali importanti, come quelle dei Fabbrocino, dei Russo, dei Cesarano, dei “casalesi”, tanto per fare degli esempi, perchè solo attraverso la politica si posson mettere le mani sui fondi pubblici locali, ma anche su quelli nazionali ed europei.
Come si fa ad avere subappalti e noli a caldo e a freddo nei cantieri dell”Alta Velocità, della linea ferroviaria a monte del Vesuvio, della autostrada Salerno-Reggio Calabria, ma anche di quella Napoli-Salerno? Non certo con le pistole!

Come si fa ad ottenere una variante urbanistica per rendere edificabili suoli ceduti a basso costo da proprietari terrorizzati con intimidazioni e minacce di morte? Non certo con le pistole! Come si fa ad ottenere appalti e forniture nelle ASL? Non certo con le pistole! È la politica che apre tutte le strade alle organizzazioni criminali e alle loro imprese! Per questo la camorra è così presente in tutte le consultazioni elettorali. Il problema vero non sono quelli che di tutta questa attività della camorra non si rendono neppure conto, ma tutti coloro che sanno e capiscono, ma sperano anche loro di ricavare dei vantaggi da una situazione in cui tutte le regole diventano “negoziabili” e possono essere piegate agli interessi personali, senza alcun rispetto per il benessere della comunità e i diritti delle generazioni future.

LA RUBRICA

LINGUA IN LABORATORIO

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La miniera semantica.

Il prof. Carlo A. prosegue nella sua “tarlesca” esplorazione nel corpo segreto delle parole, e, sollecitato e solleticato, oggi, dalle domande e vieppiù dagli occhi attenti e interessati di un suo allievo, un professorino, più esattamente un dottorino fresco di laurea in lettere, desideroso (“rara avis”) di apprendere quanto più possibile e, comunque, almeno il necessario, prima di sedersi in cattedra, ritorna sull”argomento “ambiguità”.

L”ambiguità è, come si sa, la caratteristica della maggior parte delle parole e di numerose frasi di avere una pluralità di significati (polisemia). È come se in esse fosse nascosta una piccola miniera semantica, che il locutore (o lo scrittore) decide talvolta, per vari motivi, di tenere chiusa e quindi inaccessibile all”uditore (o lettore). Quasi sempre però basta inserire la parola o la frase in questione in un contesto linguistico più ampio perchè si produca il “disambiguamento”, ossia l”individuazione del significato preciso e pertinente a quella occasione.

Un bell”esempio ci è offerto dalla parola “pizzo”, che abbiamo nominata la volta scorsa. Si consideri la frase seguente: “Il malavitoso, il volto semicoperto da occhiali scuri, da coppola a mezza fronte, da pizzo (barba tagliata a punta) al mento, si reca in un negozio di pizzo (trine e merletti) ad esigere il pizzo (tangente) al malcapitato proprietario che, anche lui provvisto di un grazioso pizzo al mento, diciamo di un pizzetto (non un pizzino, per carità!), se ne sta beato, seduto in pizzo di sedia (dialettale = in punta di sedia. Chissà perchè, poi? forse per un suo vezzo), ad ammirare una veduta del Pizzo Bernina (vetta), sognando di trascorrervi una bella vacanza. E, pregustando, fa ” “o pizzo a riso”(dialettale = risolino agli angoli della bocca):.”.

Un altro esempio di ambiguità ce lo offre Stefano Bartezzaghi nella sua rubrichetta sul “Venerdì”, supplemento settimanale di “La Repubblica”, “essico&nuvole” “L”esempio più noto, in italiano, è: “La vecchia porta la sbarra”. Vuol dire che c”è una signora anziana che reca con sè una spranga? Oppure che un uscio annoso impedisce di percorrere un passaggio che non viene menzionato?”.
Ma già nell”antichità: “Ibis redibis non morieris in bello” (Andrai ritornerai non morirai in guerra). Ambiguità indotta dalla mancanza di segni di interpunzione e disambiguamento possibile mediante l”introduzione nella frase di una semplice e però decisiva virgola, prima o dopo il “non”.

Per non parlare, sempre nell”antica Roma, la vox ambigua per eccellenza: “fortuna” che il dotto Cicerone disambiguava con “fortuna adversa e secunda fortuna”.
Ma torniamo ai nostri tempi e alla nostra quotidianità: per gustarci quest”ultima ambiguità:disambiguata. “L”elettricista filosofo (sic!) mollò la presa di ciò che aveva preso:poi, presa la presa (di corrente) la sistemò nell”apposito foro:scongiurò l”ennesima presa in giro e dopo una presa d”atto e una salutare e necessaria presa di coscienza, si concesse una gratificante presa di tabacco”.

Interviene il prof. Eligio Ligio, che ha ascoltato e, come suo solito, rispolvera, a suggello e chiosa poetica del discorso del collega e amico, alcuni versi di un poeta ingiustamente dimenticato. Recita con enfasi, tentennando la sua veneranda canizie:

“La viola del pensier messa a seccare
in un libro di versi e di cultura,
ha tutte le ragioni per gridare
– Com”è seccante la letteratura!” (Luciano Folgore)

N.d.A. – Prossimamente sarà risposto ai lettori che ci hanno scritto.

LA RUBRICA

“LA PAROLA FORMIDABILE: GUERRA!”

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Nella primavera del 1915 l”Italia entra in guerra. Il Paese è lacerato e diviso ma la scelta ormai è compiuta. “Un”inutile strage ed orrenda carneficina”, la definisce Papa Benedetto XV. Di Ciro Raia

La guerra, che si sta combattendo sul fronte europeo sin dal 1914, mette il popolo italiano di fronte ad una scelta tra neutralisti ed interventisti. Neutralista è la posizione del primo ministro Salandra, come quella dei cattolici; neutralisti sono i socialisti, che dichiarano di non essere disponibili a dare “nè un uomo nè un soldo per la guerra”, quella stessa guerra che accresce gli utili degli industriali e mette contro gli operai dei vari paesi.

Decisamente interventisti sono il re, gli industriali e gli irredentisti. Interventista è Mussolini, che dalle colonne dell”Avanti! contro la linea di neutralità dei socialisti, auspica il coinvolgimento dell”Italia nella guerra. Egli è passato dall”antimilitarismo del 1912 all”interventismo del 1914. Proprio per questa sua posizione è, perciò, espulso dal partito socialista. Il segretario politico, Costantino Lazzari, durante l”assemblea di partito del 24 novembre, dice: “Formulo qui l”atto di accusa di indegnità morale e politica contro Benito Mussolini. Se voi siete solidali con la guerra dei re , allora mantenete fra voi Mussolini. Se a questa guerra siete contrari, espelletelo e farete opera buona”.

Nella primavera avanzata dell”anno 1915 anche l”Italia entra in guerra al fianco delle potenze della Triplice Intesa (Francia, Inghilterra e Russia). La decisione desta sorpresa in quanto l”Italia è legata alla Germania dal patto –di natura difensiva- della Triplice Alleanza (1882), che vincola i firmatari a prestarsi reciproco soccorso in caso di un attacco armato da parte di altre nazioni. Però, visto che ad attaccare la Serbia sono state l”Austria e la Germania, questa volta l”Italia non ritiene di doversi schierare a fianco degli alleati. Anzi, Vittorio Emanuele III dichiara: “l”Italia è intenzionata a rimanere in pace e in amicizia con tutti”.

Ma le ragioni della scelta italiana sono ben altre. Il Paese ha patteggiato la sua entrata in guerra, al fianco dell”Intesa, sin dal mese di aprile, a Londra. Il “tradimento” italiano, in caso di vittoria, sarà ricompensato con l”annessione di Trento, del Tirolo, di Trieste, di Gorizia, dell”Istria, di parte della Dalmazia, con un protettorato sull”Albania ed il possesso della città di Valona, con alcuni possedimenti coloniali nell”Africa tedesca.
Il giorno dell”entrata in guerra dell”Italia, il 24 maggio 1915, il Corriere della Sera scrive: “La parola formidabile tuona da un capo all”altro dell”Italia e si avventa alla frontiera orientale, dove i cannoni la ripeteranno agli echi delle terre che aspettano la liberazione: guerra! È l”ultima guerra dell”indipendenza [:]”.

L”esercito italiano si compone di 23.000 ufficiali, 852.000 soldati, 9.160 civili, 144.522 animali. Il comando delle operazioni militari è affidato al generale Luigi Cadorna. Il fronte di guerra si estende per oltre 600 chilometri, dallo Stelvio al mare; la sua difesa è nel coraggio e nel sacrificio di migliaia di giovani; è negli oggetti di morte costruiti dalla Breda di Milano o dall”Ansaldo di Genova: 1.600 cannoni, 100.000 bombe a mano, 700 motori per aerei!

I giudizi sulla guerra sono contrastanti. Giovanni Papini la definisce “risvegliatrice di infiacchiti”; Benedetto Croce parla, invece, di “religiosa ecatombe”; Gaetano Salvemini parla di uno “strumento doloroso ma necessario di più larga pace”. In netto contrasto, poi, i giudizi di Filippo Tommaso Marinetti, che parla della guerra come “igiene del mondo e sola morale educatrice”, e di Benedetto XV, che la definisce “un”inutile strage ed orrenda carneficina”.

ANTOLOGIA

Dal Patto di Londra del 1915

Manifesto del Partito Socialista

I redattori di “Lacerba”

La leggenda del Piave

LA SCUOLA. ROVINATA DALL’ATTUALE POLITICA

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L”anno scolastico che sta per chiudersi è stato all”insegna dell”incertezza e dei proclami. Quello prossimo ci affiderà una Scuola di Stato più o meno cancellata. Di Raffaele Scarpone

Caro Direttore,
Spero che il trattamento riservatomi la settimana scorsa sia stato del tutto casuale. La mia rubrica, come ben sai, non solo non è stata inserita in “Pensare italiano” ma è stata anche tolta dalla prima pagina del “Mediano.it” in meno di 24 ore. Ti sei offeso perchè ti ho chiamato cancherone, ho pestato i piedi a qualcuno, ho divagato troppo, ho infilato troppi errori o che altro?

Ad ogni modo riprendo con rinnovato entusiasmo, salvo, poi, a non dovermene pentire. Dunque, nonostante tutte le cronache abbiano messo in primo piano il battesimo del Pdl e le esternazioni del suo mentore e padrone, credo che l”argomento su cui tornare a riflettere sia sempre quello riguardante la scuola. Tu che dici che siamo ancora un po” troppo lontano dal prossimo settembre? Secondo me, invece, conviene parlarne sempre più ad alta voce e, possibilmente, con quante più voci insieme. La scuola di Stato è irrimediabilmente cancellata. Con l”inizio del nuovo anno scolastico i posti in meno (meglio, i posti immolati alla logica del risparmio, non certo per il miglioramento dell”offerta) dei lavoratori della scuola saranno circa 40.000.

Ad ogni nuova conta, facci caso direttore, sembra di ascoltare un bollettino di guerra. Una guerra che falcidia posti di lavoro, sradica ogni speranza di futuro, non fa manco uno sconto ad un progetto di società che si regge solo sul consenso acritico e mediatico, con la rivisitazione (in peggio) delle regole democratiche e di tutto quanto (poco o molto) di buono o di decente è stato costruito negli anni passati ed anche più oltre.

Il 50% dei tagli interessa il Sud, le scuole del Mezzogiorno. E, poi, l”aumento del numero di alunni per classe (fino a un massimo di 29 per le materne, 27 per le elementari, 28 per le medie e 30 per le superiori), l”abbandono del tanto sbandierato potenziamento della lingua inglese (alle elementari circa 2000 insegnanti di inglese in meno!), una sforbiciata notevole di ore di insegnamento in ogni ordine di scuola, un tetto (con quale percentuale? Lo stabilisce la Lega nord!) per l”ingresso nelle classi degli alunni stranieri, la discriminazione nella valutazione per quanti non si avvalgono dell”insegnamento della religione (chi insegna attività alternative è escluso dal consiglio di classe) e -ma non per ultimo- la riduzione degli insegnanti di sostegno per gli alunni disabili. Insomma, un”ecatombe!

Caro direttore, come ben sai, al Festival del cinema di Cannes, nel 2008, la Palma d”Oro è stata assegnata al film di Laurent Cantet “La classe”. La pellicola è tratta dall”omonimo romanzo di François Bègaudeau (pubblicato in Francia, nel 2006, col titolo “Entre les murs” ed in Italia, nel 2008, con il titolo come il film, “La classe”), che racconta di un anno di scuola in una media francese. Gli avvenimenti raccontati sono simili a quelli riscontrati nelle scuole italiane: i banchi sono affollati di alunni provenienti dall”Asia e dall”Africa che, perciò, sono portatori di un disagio forte, tipico di tutte le società migranti. Bègaudeau racconta, all”incontrario, del suo disagio e di quello dei suoi colleghi: “che bello sarebbe avere una classe di genietti, di persone che sanno parlare e capiscono il francese, invece di questi energumeni”.

Che bello sarebbe avere una scuola senza indisciplinati, fannulloni: solo alunni bravi e meritevoli. Sai, caro direttore, quel romanzo sembra scritto per l”attuale scuola italiana, per il disegno politico pensato dal nostro attuale governo. Un governo che parla di riforme a vanvera, non mette mano al portafogli e si inventa piccoli artifici come il cinque in condotta, il grembiulino e, forse, anche il cappello d”asino. Direttore, il problema a me sembra di altra natura: la scuola è solo per i meritevoli e per i capaci o anche –e sempre di più- per quelli che non hanno mezzi, non hanno capacità e meriti particolari? Non c”è bisogno di dare una risposta.

C”è bisogno di non rendere catastrofica una situazione già drammatica, che non diverte, che preoccupa, che rischia di escludere masse enormi di cittadini dai processi di trasformazione (ci sarà ancora?) della società. Così potremo trovarci anche in una situazione assurda: l”Italia, il paese che trent”anni fa, primo in Europa, eliminò le classi differenziali, oggi, grazie alla politica scolastica del governo, potrebbe farvi ritorno col suono delle fanfare!

Sto rileggendo le “Memorie di Adriano” di Marguerite Yourcenar. Volevo riproportene un passo: “Che cos”è l”insonnia se non la maniaca ostinazione della nostra mente a fabbricare pensieri, ragionamenti, sillogismi e definizioni tutte sue, il suo rifiuto di abdicare di fronte alla divina incoscienza degli occhi chiusi o alla saggia follia dei sogni? L”uomo che non dorme si rifiuta più o meno consapevolmente di affidarsi al flusso delle cose”.
Bello, vero, direttore? Perchè non proviamo a dormire un po” di meno tutti?

COMUNI SCIOLTI PER CAMORRA-5/A TAPPA

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Comune di S.Antimo. Nonostante lo scioglimento, non vi è stato nè rinnovamento nè rottura dei rapporti tra politici e clan. Gli elettori fanno a gara per salire sul carro dei vincitori. Di Amato Lamberti

Il fatto che la Campania detenga il record dei Comuni sciolti per camorra colpisce tutti gli osservatori per così dire “esterni”, giornalisti di testate nazionali e internazionali, studiosi dei fenomeni mafiosi, opinionisti televisivi e della carta stampata. L”intreccio costante tra pubblici amministratori e soggetti criminali appare, infatti, incomprensibile a quanti hanno della pubblica amministrazione una visione “astratta” come se la stessa funzionasse sulla base di regole e procedure certe, trasparenti e verificabili. In realtà non è così, anzi essa è il regno della discrezionalità più sfrenata e spesso truffaldina che si traduce anche in alti livelli di corruzione.

Come notava qualche anno fa, nel 2006, l”Alto Commissario per la prevenzione e il contrasto della corruzione e delle altre forme di illecito nella pubblica amministrazione, la corruzione è diffusa in tutta Italia e viene facilitata da fattori quali l”entità e la natura dei rapporti tra pubblico e privato nella gestione degli affari economici, aggravate dalla farraginosità delle norme e dalla scarsa trasparenza delle regole, ma è, soprattutto, “la mancata condivisione di valori etici e di codici comportamentali, quali il senso civico, che alimenta la corruzione”.

La situazione si aggrava nelle regioni meridionali dove la pressione delle organizzazioni criminali si scarica fortemente sulle amministrazioni locali per conseguire l”obiettivo di appropriarsi e di governare tutte le opportunità economiche, ma anche occupazionali e di impresa, gestite dalle stesse amministrazioni. Questa pressione delle organizzazioni criminali arriva fino alla occupazione delle posizioni di comando e di governo amministrativo.

Il caso del Comune di S. Antimo è emblematico. Per molti anni, il territorio comunale è stato teatro di uno scontro violentissimo fra le cosche criminali dei Puca e dei Verde. Il Consiglio comunale di S.Antimo è stato sciolto, il 28 settembre 1991, per infiltrazioni e condizionamento da parte della malavita organizzata locale, “visto che il Consiglio comunale:presenta collegamenti diretti ed indiretti tra parte dei componenti del consesso e la criminalità organizzata:constatato che la chiara contiguità degli amministratori con la criminalità organizzata ha creato una perdurante situazione drammatica nella vita amministrativa e politica dell”ente.. “.

Nel decreto di scioglimento, firmato dal Ministro dell”Interno, si legge: “Proprio i rapporti della Legione Carabinieri gruppo Napoli II:.evidenziano che si è in presenza di una struttura pubblica che strumentalizza le proprie iniziative alle finalità dei nuclei delinquenziali operanti nel territorio.
I collegamenti di taluni degli amministratori con la malavita organizzata –clan Puca Pasquale e Verde- si estrinsecano attraverso rapporti di parentela e/o cointeressi in attività economiche e patrimoniali. Risultano legati da rapporti di parentela l”attuale assessore Raffaele Ronga, imparentato con il noto pregiudicato Francesco D”Agostino, tratto in arresto in flagranza di reato con Antimo Flagiello, in quanto ritenuti responsabili dell”omicidio di Salvatore Puca, pluripregiudicato.

Del sopracitato Salvatore Puca è inoltre nipote Francesco Ponticiello ( già sindaco e assessore). Tale ultima parentela avrebbe determinato la scelta del Ponticiello quale Sindaco di quel Comune (19 giugno 1990) contrariamente a quanto già concordato in sede politica intorno al nome di Antimo Tarantino e ciò “stranamente” in concomitanza con la concessione del beneficio della semilibertà in favore del ripetuto Salvatore Puca in data 15/6/1990, che il successivo giorno 20 giugno veniva ucciso.
La cointeressenza in attività economiche si coglie soffermandosi sugli accordi in materia di appalti tra il clan di Pasquale Puca e il clan dei Verde, che operano rispettivamente attraverso le Cooperative “La Paola” e “Raggio di Sole”, addivenendo in tal modo ad una spartizione dei settori dell”imprenditoria locale.

Della Cooperativa “Raggio di Sole” è socio il consigliere comunale Aniello Cesaro unitamente ai fratelli Raffaele –legale rappresentante- e Luigi.
Lo stesso consigliere Aniello Cesaro risulta citato a comparire dalla A.G. in ordine a molteplici attività estorsive messe in atto da Pasquale Puca, capo dell”omonimo clan camorristico operante in S.Antimo e Casandrino; risulta avere in atto anche procedimenti per truffa, interesse privato in atti di ufficio, omissione di atti di ufficio e peculato”.

C”è poco da aggiungere. Si resta semplicemente esterefatti. Giustamente nel decreto di scioglimento si conclude: “Le connessioni intercorrenti tra amministratori dell”Ente ed appartenenti ad organizzazioni criminose offrono una inequivocabile chiave di lettura che pone in risalto come capillarmente siano ormai distribuiti i loro rapporti e come gli interessi della malavita organizzata siano quasi del tutto finalizzati al controllo delle attività amministrative del Comune di S.Antimo, ormai vincolato nella sua libertà discrezionale, in quanto la mentalità mafiosa ne ha permeato la struttura, le modalità operative e la prassi amministrativa”.

Naturalmente, lo scioglimento non ha prodotto quel rinnovamento democratico che ci si poteva attendere. Non ha prodotto neppure la rottura dei rapporti tra pubblici amministratori e organizzazioni criminali. Anzi, i camorristi sono diventati imprenditori e girano a testa alta sempre con la stessa tracotanza; le carriere politiche e le fortune economiche degli amministratori indicati come collusi sono continuate con successo e qualcuna continua ancora oggi, sempre con successo; la gente, continua a spingere per salire sul carro del vincitore: spera sempre di raccogliere qualcosa, fossero anche solo briciole; subappalti, forniture, autorizzazioni, sussidi, raccomandazioni.

CITTÁ AL SETACCIO

LA CITTÁ, I CRISTIANI, L’IMPEGNO POLITICO

Da dove derivano i mali delle città? Politica e sociologia si interrogano. Certo è che il non-impegno, il ritrarsi nella propria sfera, non ha giovato alle relazioni e alla crescita civica della Comunità. Di Don Aniello Tortora

Mercoledì 18 Marzo a Pomigliano d”Arco è stato presentato l”Osservatorio cittadino “V. Bachelet”.
Promosso dalla locale Azione cattolica, aperto a tutte le Associazioni e all”intera comunità cittadina, vuole essere segno di una presenza di chiesa, che attraverso i suoi laici, è impegnata ad essere “sale” e “lievito” della società.
Colgo questa bellissima occasione per riflettere questa settimana sull”importanza dei cristiani nella città.
Dice la Gaudium et spes che “l”uomo per la sua intima natura è un essere sociale, e senza i rapporti con gli altri non può vivere nè esplicare le sue doti“.

È talmente ovvia questa affermazione che non ha bisogno di essere dimostrata. Ogni individuo si costruisce e si realizza solo con i suoi simili che lo circondano. Nasce così, particolarmente nei pensatori cattolici del Novecento, il concetto di “persona“, contrapposto ad “individuo“. Ciascuno di noi è tale non in omaggio ad un”identità astratta, ma grazie ad un”identità che si costruisce, si consolida e si modifica nel tempo grazie anche alle relazioni sociali. In questa ottica ognuno di noi deve in un certo senso fare i conti con la storia nella quale è immerso e che determina le forme della sua educazione, mentalità, socialità e della stessa fede religiosa.

Da questo ragionamento deriva che la maturità di una persona e di un”intera collettività si misura anche dal grado di consapevolezza di queste condizioni e sulla capacità di rapporto critico con esse. Conoscere, allora, la storia della società cui si appartiene (nelle sue varie articolazioni) significa rendersi meglio conto delle complesse relazioni umane in cui ciascuno, lo voglia o no, si è venuto a trovare.
Deriva, da tutto ciò, la consapevolezza della propria responsabilità nel costruire relazioni sociali tali da costruire un arricchimento reciproco tra tutte le persone che le intessono.

La famiglia è il primo luogo di questi rapporti. Ma sono soprattutto i “rapporti” tra le persone che compongono il gruppo sociale e tra le diverse generazioni che rendono l”uomo un essere non chiuso in se stesso ma fondamentalmente “essere sociale“.
Gli altri sono tali anche in quanto io –con il mio comportamento– contribuisco a determinarli. In questa prospettiva un”autentica relazione implica un”educazione reciproca e paritaria: nel senso che ciascuno è impegnato a trarre fuori (e-ducere) dall”altro il meglio, favorendo l”avvicinamento di ciascuno alle proprie potenzialità. “Tutti siamo responsabili di tutti“, diceva Giovanni Paolo II.

Tutti, allora, siamo chiamati a “fare storia“. Essa non è, (ovviamente, “solamente”) il prodotto dell”attività di pochi individui chiamati a ruoli eminenti o di potere, bensì la risultante di una serie pressochè infinita di relazioni umane, familiari e sociali. “La storia siamo noi“, cantava anni fa De Gregori.
Entro un tale sistema di relazioni personali, la dimensione politica risulta –alla prova dei fatti– ineludibile. Politica non è altro che la sfera nella quale si confrontano le esigenze concrete che emergono dall”incontro-scontro delle relazioni sociali.

Attività politica” –potremmo dire– è dunque tutto ciò che tende al miglioramento delle relazioni tra le persone, imponendo anche delle decisioni a cui tutti devono attenersi e riguarda ogni società. Non dobbiamo peraltro dimenticare che l”etimologia di “politica” rimanda al termine greco “polis“, “città“. Fare politica è qualcosa che attiene dunque alla città, da intendersi sia nel senso specifico di realtà urbana delimitata nello spazio, sia nel senso più ampio di “civitas“, di realtà entro cui esistono legami di comunanza e di relazioni da far progredire insieme. È a questo che si riferiva Giuseppe Lazzati parlando di “città dell”uomo da costruire a misura d”uomo“.

Diceva Giorgio La Pira, il sindaco santo di Firenze: “La città, per noi credenti, è soprattutto il luogo dove la storia degli uomini si intreccia con la storia della salvezza e sappiamo che entrambe si muovono verso la stessa direzione e la stessa meta: il regno di Dio, Regno di Pace, di amore, di fratellanza e di giustizia“.
E allora sarebbe bello che ogni città avesse il suo Osservatorio cittadino, animato da laici cristiani che vogliono nella città essere “sale” e “lievito” e in essa e per essa essere testimoni di annuncio, di denuncia e di rinuncia, a servizio del bene comune.

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