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“Sotto gli ulivi”, di Abbas Kiarostami.

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Tra Neorealismo e Nouvelle Vague, s’inserisce “Sotto gli ulivi”, terzo film della cosiddetta “Trilogia di Koker” (che ricomprende: “Dov’è la casa del mio amico?”, “E la vita continua”), diretto da Abbas Kiarostami. 

Il regista iraniano Kiarostami, venuto a mancare lo scorso luglio, aveva sviluppato uno stile molto peculiare, riconoscibile anche nella pellicola in questione, caratterizzato da ritmi lenti e panoramiche lunghe, capaci di generare un’atmosfera intensa, sempre in bilico tra finzione artistica e realtà.

“Sotto gli ulivi” è la storia di Keshavarz, un regista di Teheran, che si reca nell’entroterra iraniano, povero e recentemente devastato da un terremoto, alla ricerca di attori non professionisti per il suo nuovo film: “E la vita continua”. Con l’aiuto della rigida ed esigente Shiva, trova, dopo aver visionato decine e decine di aspiranti attrici, la sua protagonista femminile in Tahereh, una indocile adolescente, rimasta orfana in seguito al terremoto. Il protagonista maschile è Hossein, un giovane analfabeta, innamorato di Tahereh e respinto da lei e dalla sua famiglia poiché povero e ignorante. Il regista, molto sensibile al dramma del giovane, cerca, quasi vanamente, di agevolare il dialogo, del tutto assente al di fuori del set, tra i due giovani. Il silenzio della giovane, non fermerà, però, il determinato Hossein.

Lo stile documentaristico di “Sotto gli ulivi” non è un mero marchio di fabbrica, è, al contrario, un insegnamento: i film sono irrimediabilmente vincolati alla realtà, non possono far altro che essere composti su note che non si discostano poi così tanto dalle esperienze di vita vissuta. Questa pellicola, un po’ sotto tono rispetto alle precedenti e alla memorabile “Close Up”, rischia, a causa della trama semplice, di essere banalizzata. Errore da non commettere, poiché, malgrado la trama sia un cliché cinematografico, “Sotto gli ulivi”, non è una semplice storia d’amore. È, invece, il ritratto, ispirato al neorealismo italiano, della difficile e arretrata realtà iraniana, spaventata dal diverso e timorosamente vincolata alla sua arretratezza. Da un lato, c’è Tahereh, benestante ed istruita, dall’altro c’è Hossein, il cui analfabetismo è specchio della condizione di buona parte dei suoi coetanei. L’ostinazione e l’educazione del giovane, non servono a rompere il silenzio dell’amata, ma sono portatori di un messaggio fondamentale: le disuguaglianze non si superano emarginando e denigrando il diverso.

“Sotto gli ulivi”, non è solo questo, è anche la stratificazione di più esperienze sovrapposte armonicamente, che sfumano magicamente nella panoramica finale, che diventa panoramica comica e cosmica del mondo. L’uso di Kiarostami del paesaggio montano è, ancora una volta, visivamente e drammaticamente mozzafiato, e la sua sensibilità è in grado di rendere malinconica poesia la quotidianità iraniana.