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In una traversa della vecchia cupa che conduceva a Nola, sul lato destro, percorrendo la discesa nel senso Sud – Nord, dopo aver attraversato, seguendo una stradina interpoderale, l’alveo Macedonio, si incontra il vasto complesso della masseria Santa Chiara. 

 

 

 

Il 16 aprile del 1342 la Regina Sancha di Maiorca (1285 – 1345), con un istrumento rogato per mano del regio notaio Giacomo Quaranta (nobile dei signori di Fossalopara), fece omaggio al monastero di Santa Chiara in Napoli di un territorio nella Terra di Somma. Tale notizia, riportata da Padre Benedetto Spila O.F.M. (1846 – 1928) a pag. 273 della sua opera “Un monumento di Sancia in Napoli” del 1901, fu citata nel 1928 dal Dott. Alberto Angrisani nelle sue Brevi notizie storiche e demografiche intorno alla Città di Somma Vesuviana.

Donna Sancia, ben sappiamo, fu la compagna del savio Roberto d’Angiò (1276 – 1343). Cresciuta ed educata nello stretto spirito francescano, non appena fu incoronata, si affrettò subito a dar principio al suo grandioso desiderio di  vita claustrale. La realizzazione del monastero in Napoli aveva, non solo, lo scopo di poter accogliere un istituto religioso femminile in memoria di Santa Chiara, ma anche di disporre di un luogo solitario dove potere attendere alla salute spirituale.

Le sorelle povere di S. Chiara, chiamate anche clarisse, tennero in grande considerazione il possesso dell’immobile sommese, rendendo  le terre interamente floride attraverso bonifiche e disboscamenti. In origine, lo stabile doveva tendere a salvaguardare la sicurezza e l’intimità delle monache nei brevi periodi di insediamento. Oltretutto, bisogna aggiungere che quelle terre dovettero servire sicuramente per la produzione e la raccolta della frutta e dei cereali per la casa santa in Napoli. L’anno di costruzione del complesso, invece, fa riferimento certamente al 1581: la data, infatti, è incisa sul bianco stemma marmoreo che riproduce uno scudo “partito” con l’insegna angioina a sinistra e quella aragonese a destra. Il tutto è sormontato da una corona regale. Lo stesso blasone è presente nel monastero di Napoli. Lo scudo, posto al di sopra dell’incorniciatura di piperno lavorato, orna il portone d’ingresso e, come tutti i beni di una certa importanza, va tutelato al fine di scongiurare un eventuale furto. A conferma della presenza delle clarisse nel territorio di Somma, vi sono ancora numerose attestazioni. Una breve menzione, inizialmente, viene fatta nella Santa Visita del 1561 di Mons. Antonio Scarampo (1516 – 1576). A tal riguardo si legge che tale “Angelillo Perillo aveva una terra in località via di Nola, a confine con i beni di Santa Chiara, con i beni di Berardino Pagano e con la via pubblica…”. A riprova, ancora, vi sono le successive Sante Visite del 1615 e del 1642. Il catasto onciario borbonico del 1744, chiarisce, invece, che le clarisse all’epoca non risiedevano a Somma, ma il loro monastero godeva di numerose entrate per causa di censo sul vasto territorio. Il monastero, inoltre, percepiva altri censi su un giardino situato in strada San Filippo e su altri tre territori: il primo, dove si dice sotto il Pizzone, il secondo, dove si dice le Cese e il terzo, dove si dice l’Aya. Stranamente, però, nelle pagine del librone catastale non è censito il casamento. La masseria, comunque, fu utilizzata, soprattutto, in tempo di vendemmia come luogo di svago e per la produzione del buon vino locale. Nel 1800 il territorio, circa 89 moggia, risulta censito ai coloni in questo modo: moggia 48 a Carmine e Luca Esposito, alias Alaja; moggia 3 a Vincenzo e Luca Raja; moggia 3 a Domenico Raja Picone; moggia 4 a Gioacchino Aliberti alias Tufano; moggia 3,5 a Gennaro Aliberti di Masiello; moggia 1 a Pietro Aliberti di Masiello; moggia 2,5 a Giovanni e Francesco Cioffi; moggia 1 a Carmine Esposito alias Ciaciullo; moggia 1,5 a Don Angelo Pacileo; moggia 1 a D. Michele Velotti; moggia 1 a Domenico Castaldo di Marigliano; moggia 4,5 a D. Carmine Gambardella; moggia 15 a Salvatore Di Falco.  

 La tenuta passò successivamente a tale Domenico Pistone, che pose una volgare lapide rettangolare in marmo bianco al di sotto del descritto scudo. La lastra reca la scritta: Proprietà Pistone Domenico. Il possidente, proveniente da Resina, come narra Vincenzo Romano, conduceva una vita dissoluta, dedicata allo sperpero e al gioco d’azzardo. Viveva grazie al contributo delle famiglie agricole del suo latifondo. Non badava minimante a risparmiare e quando i coloni pativano la fame, egli alimentava il suo cane con generose e saporite bistecche di carne. Pur di continuare nel lusso e gioco, fu costretto ad alienare le sue proprietà. Costretto ad elemosinare, rimase non solo senza casa, ma con il cane, anch’esso, affamato. Entrambi perirono abbandonati sotto ad un ponte, tantoché fu coniata dagli abitanti del posto il ridente detto: “ha fatto la fine d’ ‘o cane ‘e pistone”.

Dello splendore di una volta è rimasto ben poco. Il casamento è tuttora abitato e non mancano forti manomissioni. La masseria è attualmente raggiungibile, imboccando una traversa della vecchia cupa di Nola. Essa è ben inserita nel contesto generale delle altre masserie: da Ciciniello, a sud, a Madama Fileppa fino a Malatesta ad oriente. Dal punto di vista architettonico, l’edificio si presenta – afferma il compianto Raffaele D’Avino – come un semplice rettangolo chiuso da tutti i lati, su cui solo nella parte orientale e meridionale si sviluppavano le costruzioni. Si entra attraverso un altissimo androne, coperto da una solida volte a botte, la cui ampiezza dimostra la necessità di far passare, all’epoca, i grandi carichi di frutta, legna, fascine. Sulla sinistra vi era l’ampio cellaio, ora interrato, mentre sulla destra vi erano i locali adibiti a stalle. Il piano superiore residenziale è raggiungibile con una scala in piperno a rampa unica, posta di fronte al portone d’ingresso. Al centro, invece, era ubicata l’aia quadrata con un fondo in lastre di piperno finemente lavorate. Molte sono le superfetazioni, specie sul lato sud e su quello est, che interrompono oggi il severo impianto di epoca cinquecentesca.