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L’ampio pannello maiolicato, posto come fondale alla scala principale del convento di S. Maria del Pozzo, è da considerarsi – come spiega il prof. Antonio Bove – la più interessante tradizione visiva e misterica del culto dell’Immacolata Concezione in tutto il territorio sub vesuviano – nolano.

La festa della Concezione della Beata Vergine Maria fu inserita nel calendario romano nel 1476. Dopo la proclamazione dogmatica del 1854, il titolo divenne Festa dell’ Immacolata Concezione. Il devozionismo mariano sotto questo titolo incominciò a diffondersi a livello popolare in tutta l’area napoletana negli anni immediatamente al Concilio di Trento (1542 – 1563), grazie all’impegno dei Padri Francescani riformati. Era una visione – spiega Bove – tutta nuova e diversa della santità della Vergine: non più vista soltanto come Madre di Dio (Theotokos) o Dolente alla morte del Figlio (Madre Addolorata), oppure, ancora, con un ruolo subalterno a quello del Dio Figlio (Madonna del Rosario o del Carmine), ma come divinità a sé distinta. Il dogma fu elaborato lungo un tragitto storico di ben quindici secoli che, dal XII al XVII, diventò una epopea di trionfi e di storia drammatica di contestazioni e di dispute tra francescani, cavalieri dell’Immacolata e domenicani. Nel pannello maiolicato settecentesco di S. Maria del Pozzo (vedi disegno) appare nella parte centrale la figura della Vergine Immacolata in atteggiamento orante, con tutti gli attributi esaltativi che l’iconografia prescrive: Nel cielo apparve un segno grandioso: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul capo una corona di dodici stelle (Apocalisse 12,1). Il brano, invece, del serpente calpestato è di derivazione della Genesi (3,15): Io porrò l’inimicizia tra te e la donna,…questa ti schiaccerà la testa e tu le  insiederai il calcagno. Le caratteristiche sembrano attribuire all’effigie un arcano respiro medianico di una giovane maga. Il viso serio e leggermente gonfio è pensoso e non dolce, come afferma lo studioso Angelo Di Mauro. L’occhio vitreo e marcato  proferisce un fascino misterico al volto della Vergine. Quest’ Immacolata era posta nella cripta sotterranea della chiesa di Santa Maria del Pozzo: un luogo di sepoltura e di morte appartenuto all’omonima confraternita laicale. Ma dove l’iconografia assume significati ancora più complessi è nella simbologia posta nelle due bande verticali ai lati della figura centrale. Si tratta di un insieme simbolico di dodici segni coincidenti ognuno – afferma Bove – con la superficie di una riggiola. Per un’ esatta lettura di essi, bisogna incominciare dall’alto verso il basso e accoppiare nel significato, contemporaneamente quello di sinistra e quello di destra. Ogni immagine si carica di una valenza misterica, di un simbolismo inquietante proprio delle sette eretiche, che talaltro sono presenti storicamente nel territorio: i Templari a Cicciano (XIII sec.) e i Valdesi a Nola (secolo XVI).

I primi due simboli sono il Sole e la Luna. Sono, insieme, segni della mediazione cosmica: il sole, manifestazione di luce, si identifica con lo spirito della conoscenza diretta e della fecondità della vita; mentre la luna rappresenta, principalmente, la conoscenza razionale e, secondariamente, nel suo apparire periodico, configura i cicli rinnovativi della natura.

Nella seconda fascia si presentano lo Specchio e la Rosa. La figura dello specchio ha un riferimento preciso al Cantico dei Cantici (4,7): Tutta bella tu sei, amica mia, in te nessuna macchia. La rosa, invece, per antica simbologia cristiana, rimanda al calice che ha raccolto il Sangue del Salvatore. Da una parte, quindi, la Creatura senza peccato voluta da Dio e dall’altra il Sangue Redentore di Cristo per la cancellazione del peccato umano.

Nella terza fascia troviamo il Tempio e il Giglio. La prima immagine è tratta dal brano dell’Apocalisse (11,19): Allora si aprì il santuario di Dio nel cielo e apparve nel santuario l’arca dell’alleanza, con riferimenti chiari alla funzione mediatrice di Maria fra l’uomo e Dio. Il simbolo del giglio, invece, è un rimando alla vita terrena di Maria: Come un giglio fra i cardi, così la mia amata tra le fanciulle (Ct. 2,2), quale segno di purezza in mezzo al peccato.

Nella quarta fascia poi troviamo il Pozzo e l’ Oliva.  Il primo simbolo è anche esso un riferimento testuale al libro del Cantico dei Cantici (14, 15), con l’immagine metaforica, stavolta, dell’ acqua quale mediatore elementare che immergendosi in essa si rigenera e si purifica. Nella tradizione cristiana i pozzi, le sorgenti e le fontane ricoprono ruoli specifici in un luogo sacro (vedi S. M. del Pozzo). L’ulivo, invece,  è una immagine tratta da un passo dell’Apocalisse (11,4): Questi sono due olivi e due lampade che stanno davanti al Signore della terra, come metafora della costante presenza di Maria davanti a Dio.

Nella quinta fascia troviamo la Fontana e il Cipresso. La fontana è una immagine tratta dal versetto del Cantico dei Cantici (4,15): Fontana che irrora i giardini, pozzo d’acqua viva e ruscelli sgorganti dal Libano, intesa come la Grazia divina prorompente attraverso la figura della Vergine. Così il cipresso, anch’esso tratto dal Cantico (1,17): Le travi della nostra casa sono i cedri, nostro soffitto sono i cipressi, in riferimento alla simbologia dell’albero, che in tutte le religioni mette in relazione terra e cielo.

Infine l’ultima fascia che contempla la Città e l’ Inimca del Peccato, che riassume e completa tutte le altre. E’ l’opposizione netta tra il Bene ed il Male, tra la Gerusalemme celeste e l’enorme drago con sette teste, come dal libro dell’Apocalisse. Lo scontro finale e la vittoria di Maria definita la Nemica del peccato.

Si tratta quindi – conclude il prof. Antonio Bove – di una simbologia ricavata dai testi più ermetici e misteriosi di tutte le Sacre Scritture. Un utilizzo di elementi metaforici presi sia dalla natura che dalla cultura contadina, che riesce ad esprimere in modo completo e complesso le concezioni dello spirito.