Dal 20 novembre scorso Gennaro Raia è attaccato ad un respiratore. Secondo la famiglia, la morte cerebrale sarebbe stata causata dalla negligenza dei medici. La procura apre un’inchiesta.
Voleva vivere il resto dei suoi anni godendosi i nipoti, leggendo il giornale o chiacchierando di calcio, sua grande passione, insieme ai suoi amici di sempre su una panchina riscaldata dal sole, rievocando i ricordi belli della giovinezza e condividendo con loro piccoli e grandi problemi quotidiani. Come l’ansia per qualche accertamento clinico che il suo medico di fiducia gli aveva prescritto e che lo aveva portato nella clinica Meluccio di Pomigliano D’Arco per un piccolo intervento all’intestino. Cosa del tutto risolvibile – aveva rassicurato il medico – considerato anche il fatto che, nonostante avesse ottant’ anni, Gennaro non era affetto da nessuna patologia.
Un corpo di un ottantenne sano e con una gran voglia di vivere, Gennaro Raia, residente a Somma Vesuviana, persona nota e stimata da tanti, non avrebbe mai immaginato che avrebbe trascorso gli ultimi giorni della sua vita attaccato ad un respiratore e, forse, mai avrebbe immaginato che un uno come lui, sempre informato e attento, scrupoloso e preciso, sarebbe diventato un “caso“ di malasanità. O perlomeno ne sono certi i suoi tre figli, che hanno denunciato la Clinica Meluccio provocando l’intervento della Procura della Repubblica.
La storia, costruita su dolore e strascichi giudiziari, inizia il 20 novembre 2012. Gennaro Raia scende con i propri piedi nella sala operatoria della casa di Cura Meluccio per essere sottoposto ad un intervento al tratto intestinale. «Nostro padre – raccontano i figli – stava benissimo, tant’è che è voluto scendere con i suoi piedi in sala operatoria. Erano le 8,30 e, dopo ben quattro ore, alle 12,30, un infermiere è venuto a chiamarci. L’anestesista ci ha spiegato che nostro padre era andato in arresto cardiaco, che però era stato subito ripreso e che dovevamo attendere solo che si svegliasse, da lì a poco. Abbiamo atteso per ore che si risvegliasse e intanto continuavamo a chiedere come mai nostro padre si scuoteva come se fosse attraversato da scariche elettriche. Per tutto il tempo i medici e l’anestesista ci hanno detto che dovevamo stare tranquilli, che si trattava solo di una situazione temporanea e che dovevamo attendere che si svegliasse».
«In nottata, ci hanno detto che potevamo andare e che ci avrebbero chiamati appena si fosse svegliato e, nel frattempo, se fosse stato necessario lo avrebbero trasferito nella sala di rianimazione dell’ospedale di Nola. E così è stato e solo lì, a Nola, ci hanno detto che nostro padre era in anossia celebrale. Praticamente la morte cerebrale era avvenuta nell’istante in cui gli era stato iniettato l’anestetico , ma alla Meluccio hanno solo cercato di prendere tempo, nascondendoci la verità».
La famiglia Raia, pur nella consapevolezza dell’età avanzata del loro caro e delle complicanze che ogni intervento chirurgico può portare, si sono sentiti dunque lesi nel diritto alla corretta informazione medica e sono convinti che da parte dei medici ci sia stata una grossa negligenza e che l’anossia celebrale sia stata provocata da un errore di dosaggio, considerato pure che il loro genitore non ha mai presentato patologie cardiache. Di fronte a quel corpo attaccato ad un respiratore che da oltre cinquanta giorni giace nell’ospedale di Nola, la famiglia Raia ha voluto vederci chiaro e ha sporto denuncia presso il comando della compagnia di Castello di Cisterna; L’inchiesta è stata aperta e, pochi giorni fa, la Procura ha disposto il sequestro della cartella clinica.
«Siamo fiduciosi nella giustizia ed andremo fino in fondo, se nostro padre è stato ridotto così per un errore umano, chi ha sbagliato deve pagare».
«Abbiamo agito in piena scienza e coscienza», spiega il dott. Vincenzo Barretta, direttore sanitario della Clinica Meluccio. «Non c’è e non c’è stato nessun caso di malasanità. Non c’è stata né negligenza e né superficialità da parte di nessuno dei nostri medici: Il signor Raia è stato assistito come si doveva fino alla fine: non abbiamo nulla da rimproverarci. Anche noi siamo fiduciosi nella giustizia, siamo parte offesa e saranno i nostri legali a far cadere tutte le accuse».
(Fonte foto: Rete Internet)

