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Somma Vesuviana, il calvario del monte Somma e i politici responsabili del degrado

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La Montagna di Somma, madre premurosa che distribuisce agli abitanti frutti, materiali di sostegno e di arredo, risorse energetiche e protezione, sta vivendo un calvario. I lagni, i valloni ed i terrazzamenti, costruiti con il sacrificio di intere generazioni, oggi sono il regno di erbe infestanti e di rovi.

 

Sembra quasi che il Monte abbia indossato una corona di spine per vivere fino in fondo una dolorosa Passione.

Eppure il Monte Somma, con i suoi declivi, con le selve ed il suolo fertilissimo è prodigo e generoso. Negli appezzamenti coltivati sono nate nel corso dei secoli molte varietà di piante di albicocca, di ciliegie, di castagne e tanta altra frutta di qualità inimitabile. Nelle selve scoscese la montagna amica regala anche prelibatezze cosiddette selvatiche che crescono semplicemente per la diffusione dei semi portati dal vento e dell’acqua piovana e grazie ad un terreno dalla grana fine, ricco di microelementi minerali.  Tra gli odorosi frutti che oramai nessuno raccoglie più ci sono anche: diverse varietà di prugne, i corbezzoli, il sorbo, le mandorle, le lazzarole, i gelsi e tanto altro. Ricco e variegato è anche il corredo di erbe commestibili, presenti   in quantità   estensive.

Rosario Serra, studioso ed esperto botanico, ha calcolato che sulla Montagna ci sono almeno 100 varietà di erbe alimentari ed officinali che potrebbero essere utilizzate. Per non parlare poi della bontà dei funghi in buona parte: porcini, chiodini, ovuli e mazze di tamburo, molto apprezzati per il sapore ed il profumo. Tra le mele selvatiche si annotano tra le altre le zitelle e le limoncelle.

“Era usanza dei nostri genitori – ricordano i vecchi contadini del Casamale – mettere nelle cristalliere delle mele zitelle. Il profumo di quel frutto si diffondeva per tutta la casa e trasferiva sensazioni di bontà e di leggerezza”. Tutti questi sapori sono quasi perduti. Un panorama olfattivo, visivo, gustativo e tattile, adesso completamente dimenticato.

“Le colture agricole – dice Michele Maiello, un uomo che ha dedicato la sua vita al lavoro nei campi – si estendono fino ad un’ altezza di 600 -700 metri. Purtroppo non riusciamo a recuperare neppure l’1 per cento dei prodotti offerti dalla terra. Ci sarebbero anche tante sperimentazioni da fare. In molte selve crescerebbero bene mirtilli e lamponi, mentre le more e le fragoline di bosco si stanno diffondendo indipendentemente dall’azione dell’uomo”.  A sentire i pochi contadini rimasti è un pianto continuo. Sembra un improvvisato Miserere. Tutti richiedono interventi per rimettere in sicurezza le strade, e finanziamenti seri per progetti d’ investimento e di sviluppo. I sommesi sono molto interessati alle sorti della loro Montagna e vorrebbero vedere interventi decisivi e risolutivi. I politici e gli amministratori, invece, sono il problema dolente. Un vero flagello. Peggio della peronospora. Le diverse istituzioni: Comune, Regione, Parco si arrovellano in conflitti di competenza. Ognuna accusa gli altri per la manifesta inefficienza e alla fine nessuno fa niente. Le discussioni impazzano, ma intanto la Montagna muore.

 

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