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Un mezzo miglio fuori dal centro di Somma, nella parte settentrionale, sorge la celebre e devotissima Chiesa di Santa Maria del Pozzo con annesso convento. Una chiesa, che conserva tesori d’inestimabile valore, la cui origine è per certi versi di leggendaria memoria. E’ di questi giorni la ristampa di un prezioso compendio sulla storia del complesso monumentale a cura del prof. Emanuele Coppola.  

 

Un mezzo miglio fuori dal centro di Somma, nella parte settentrionale, sorge la celebre e devotissima Chiesa di Santa Maria del Pozzo con annesso convento.  E’ una chiesa che conserva tesori d’inestimabile valore. A tal riguardo, l’amico Emanuele Coppola ha ripubblicato, con il patrocinio della Municipalità cittadina, un pregevole ed interessante lavoro, che non solo riporta alla luce la storia di questo sacro luogo, ma ci offre una nuova serie di documenti (archivistici, fotografici, araldici etc.) di una certa rilevanza, che sono il frutto dell’appassionata e amorevole ricerca dell’emerito studioso. Peraltro, il prof. Coppola, dalla sua cabina di regia, sta gestendo con ampio risalto la valorizzazione di quest’ immenso patrimonio per raggiungere, finalmente, adeguate condizioni di accessibilità e fruizione. Sarebbe utile, inoltre, prendendo esempio dal Complesso Monumentale di S. M. del Pozzo, che anche altre strutture monastiche e chiese della città avessero un proprio direttore dei beni culturali. Solo in questo modo si eviterebbe la dispersione di tante opere d’arte, come è successo, ad esempio, nella chiesa municipale di San Domenico negli anni passati. Resta il fatto che Santa Maria del Pozzo, oggi, è in prima linea nello sviluppo per la conservazione e il corretto restauro dell’ inestimabile patrimonio storico – artistico, che costituisce una preziosa eredità da salvaguardare e tramandare alle generazioni future.

L’origine della Chiesa di S. Maria del Pozzo – quella superiore che oggi noi vediamo – è stata sempre difficile da comprendere, in quanto molto ingarbugliata secondo le numerose fonti scritte. In un certo senso, la sua origine è permeata da un sottile alone di miracoloso. A riguardo, come leggeremo, furono elaborate diverse tesi sull’origine. Certo è che in questo luogo, dove attualmente si erge il complesso monumentale, era ubicata anticamente una piccola chiesa dedicata alla gloriosa Vergine e Martire S. Lucia.

Secondo l’abate Placido Troyli (1688 – 1757) dell’Ordine cisterciense, questa chiesetta fu fatta costruire nel 1333 da re Roberto d’Angiò (1276 – 1343) a riverenza di Nostra Donna, per perpetrare memoria di un incontro con Carlo Roberto (Caroberto 1288 ca. – 1342), Re d’Ungheria, il cui figlio, Andrea, andò per isposo alla Reina Giovanna I (s.1333 – 1345).

Lo storico fiorentino Giovanni Villani (1280 – 1348) – nella sua Nuova Cronica del 1348, libro XI – afferma che, alla fine di luglio del 1333, Giovanni, Principe della Morea e Duca di Durazzo, accompagnò il Re Unghero infino a Napoli, donde il Re Roberto gli uscì incontro infino a Prati di Nola, e quivi con grande allegrezza si baciarono in bocca: in memoria della qual congiunzione re Roberto fece poi fare in quel luogo una bellissima chiesa dedicata a nostra Donna, detta oggi S. Maria del pozzo. A tal riguardo, la località denominata i prati di Nola sembra che sia stata identificata con il territorio ad oriente del palazzo reale della Starza Regina.

L’intitolazione a Santa Lucia della chiesetta trova riscontro nella forte predilezione che la famiglia reale D’Angiò nutriva per la martire siracusana, tantoché all’epoca furono edificate in suo onore numerose cappelle nell’intero Regno. Santa Lucia – oltre ad essere una delle sante più venerate e facilmente riconoscibili grazie all’attributo oculare che reca – incarnava gli ideali di forza, di combattente contro l’infedele e di martirio, come afferma lo studioso Francesco Calò (Dalla Sicilia alla Puglia: Santa Lucia e gli Angiò. L’iconografia luciana tra culto e propaganda (secoli XIII-XV), in Arte Cristiana, 911 marzo/aprile 2019, pp. 122-12).

La venerazione luciana, inoltre, che si sviluppò precocemente in Sicilia, già all’epoca di Ruggiero I d’Altavilla, non solo si diffuse rapidamente in Campania, ma fu portatrice di precisi significati politici e dinastici nel Medioevo, attraverso le numerose testimonianze monumentali, realizzate dalle due case reali concorrenti: gli Angioini e gli Aragonesi.

Nella Terra di Somma, già precedentemente, Carlo I d’ Angiò (+1285) fece costruire, nel 1268 ca., all’interno della possente cerchia muraria dell’arce svevo – normanno sul monte Somma, un’ altra devota cappella (vedi foto sotto) dedicata, anch’essa, alla martire siracusana, col dovuto stipendio ad un cappellano.

La chiesetta, giù in paese, invece, non solo era situata molto lontana dall’abitato, ma era normalmente anche chiusa al culto, come ci racconta P. Serafino Montorio (1647 – 1729), nella sua opera del 1715 Lo Zodiaco di Maria. Un giorno, verso il 1500 – racconta il Padre domenicano – forse per divina ispirazione, tale chiesetta rimase aperta ai fedeli del luogo. Oltretutto, intorno, pascevano animali di ogni genere. Avvenne che un maiale, allontanatosi dalla compagnia degli altri, entrò nella suddetta chiesetta e nel mezzo di essa, scavando col muso, spezzò un mattone del vecchio pavimento e senza passar oltre, se né usci fuori. L’animale fu veduto entrare da chi avea pensiero della Cappella, e timido, che quel zozzo animale non facesse ivi qualche notabile danno, vi accorse in compagnia di alcuni altri, li quali vedendo smosso il mattone, o pietra che fosse, curiosi si accostarono per osservarne la frattura. Ecco che, sorprendentemente, i presenti videro traspirare di sotto due come camerette tutte dipinte, e particolarmente vi osservarono l’Immagine della Madre di Dio. L’ incredulità popolare, allora, vide nel gesto dell’animale un eccezionale miracolo della Vergine.

Padre Gianstefano Remondini, però, nella sua opera Della Nolana Ecclesiatica Storia, Volume 1, 1747, a pagina 303, conferma, si, l’esistenza di una chiesetta dedicata a San Lucia, ma all’epoca dell’evento del maiale, afferma che la struttura era stata seppellita da uno strepitoso torrente del Vesuvio, sicché rimastavi abbandonata vi si portavano a giacere a loro agio gli animali più immondi. Lo storico Candido Greco (cit. Fasti di Somma), a tal riguardo, attesta che la piccola chiesa era stata completamente interrata a causa di una violenta alluvione del 1488 che innalzò il livello della strada di alcuni metri. Padre Serafino Montorio, invece, come abbiamo sopra letto, ci ha attestato che la chiesetta era solo abbandonata e chiusa al culto. La dedicazione alla santa siracusana, comunque, ci viene confermata sia dal primo storico di Somma, l’abate Domenico Maione, nella sua opera del 1703 dal titolo Breve descrizione della Regia Città di Somma, in cui attesta, a pagina 16, che vi era la Chiesa della Beata Lucia, la quale si è poi chiamata S. Maria del Pozzo vecchia; e poi dal francescano e storico irlandese Luca Wadding (1588 – 1657), che, nei suoi Annales minorum, vol.15 del 1736, scrive a proposito: In Campania felici, ad radices montis Vesuvii in planitie, aliquanto procul a Summa oppido, Nolanæ dioecesis, erat sacellum Sanctæ Luciæ, quod ingressa suś, rictu seu rostro effodiens…

Ebbene, ritornando al racconto di Padre Serafino Montorio, della sorprendente scoperta fu avvisata la regina Giovannella (1479 – 1518), che dimorava nella vicina casa reale o starza. All’epoca, la donna era afflitta dalla morte del suo amato consorte Ferdinando (1467 – 1496), morto di malaria tra Somma e Napoli. La buona regina subito si prodigò per offrire a quel luogo un più decoroso culto, soprattutto in relazione alle numerose grazie, che la Vergine stava iniziando a dispensare. Fatta istanza al Vescovo di Nola, Mons. Orlando Orsini (in carica dal 1475 fino alla morte nel 1503), la regina non solo comprò la struttura, ma fece costruire a proprie spese una chiesa molto più grande con un annesso convento, concedendolo nel 1503 (o 1504), con assenso pontificio di Papa Giulio II (1443 – 1513), ai Frati Minori Osservanti, affinché tenessero vivo il culto per quella sacra immagine, come attesta Remondinii.

Diversa impressione ci fornisce, invece, il sopracitato storico Luca Wadding, che attesta l’acquisto di Giovanna nel 1510, in relazione ad un atto di permuta di quell’anno. All’ epoca il Vescovo di Nola era Giovan Francesco Bruno. Ecco le testuali parole del frate irlandese: Prope hanc statuit Joanna Regina, relicta olim Ferdinandi Siciliæ Regis, quæ tunc in illo oppido hærebat, Coenobium construere Fratrum Observantum, & Ecclesiam terramque adjacentem ad mensam Episcopalem spectantes, ab Episcopo Nolano, nuncupato Joanne Francisco, aliorum bonoruna compensatione redemit. Obtenta itaque hoc anno a Julio Pontifice permutationis confirmatione, & fabricandi facultate, commodum & pulchrum quidem ædificavit Fratrum ferme triginta habitaculum (traduzione: Proprio nelle vicinanze, viveva la regina Giovanna, che, dopo la morte di Ferdinando, si era stabilita a vivere in questa città. Fece costruire un Cenobio (convento) per i frati Osservanti, e riscattò dal Vescovo di Nola, di nome Giovan Francesco, con la compensazione di altri beni, la cappella e le terre adiacenti, appartenenti alla Mensa Vescovile di Nola. Così, quest’anno (1510), ottenuta da Papa Giulio la conferma della permutazione, con la facoltà di fabbricare, edificò, inoltre, quasi trenta convenienti e graziose stanze per i frati).

Frate Wadding, inoltre, affascinato dal luogo, scrisse ancora: Vidi ipfe locum amoenum valde & salubrem, & subterraneam luftravi Ecclesiam piam valde & devotam, in qua tria nunc conspiciuntur Altaria, unum sanctæ Mariae Gratiarum, secundum sanctæ Mariæ Coronæ, tertium ad modum parvi sacelli, & reliquis demissius sanctæ Mariæ Puteis (traduzione: Vidi questo luogo assai ameno e salubre, dove risaltava una chiesa sotterranea assai consacrata e devota, in cui chiaramente si vedevano allora tre altari: uno a Santa Maria delle Grazie; il secondo a Santa Maria della Corona; il terzo, sotto forma di cappella, con ciò che rimaneva dell’altare di  Santa Maria del Pozzo). Wadding, infine, scrupoloso nella descrizione, attesta che: Ante Altare beatæ Mariæ de Corona jacet in sepulcro marmoreo nobilis vir Paulus de Capograsso, anno MCCCCLXXXI defunctus; prope quem sepultus est Josephus Capograssus nobilis Salernitanus, & Patritius Romanus. In seguito, sicuramente, dopo la divisione dell’Ordine francescano, il complesso  passò ai Frati Riformati di San Francesco d’Assisi.

Per l’occasione – afferma Padre Serafino Montorio – fu fatta costruire anche una statua in legno della stessa Vergine, appellandola anche con il titolo iniziale del Presepe. Da allora, la Madonna non solo operò strepitosi miracoli, ma sparse ovunque copiose grazie, specialmente nei sacri giorni della Pentecoste, nei quali si solennizzava la festa principale con grande concorso di popolo. Oltretutto, l’intercessione della Vergine si rivelò miracolosa nel frenare le ceneri ed i torrenti del fulminante Vesuvio, senza recarle verun danno, benché sia nel più basso luogo situata (cit. G. Remondini). La Chiesa superiore, infine, fu consacrata nell’anno 1575, il giorno 15 marzo, da Aurelio Griani, O.F.M. (+ 1576), Vescovo Minorita di Lettere e Gragnano. In questo luogo – conclude Wadding – incumbunt Fratres juniores studio Philosophiæ.