Dobbiamo imparare di nuovo a ridere di noi stessi: solo così, diceva Umberto Eco, potremo misurare concretamente l’abisso in cui siamo precipitati: solo così, per esempio, oseremo chiedere a chi ci governa come e perché è successo quello che è successo nel “rave-party” in provincia di Viterbo. “E’ tornata la legalità” ha annunciato l’altro ieri un ministro: ma vorremmo sapere perché se n’era andata, la legalità, in un momento in cui su tutti i canali televisivi va in onda la predica quotidiana contro gli assembramenti, sulle mascherine, sul green pass, e sulle varianti del virus. Il prezzemolo è “sfuttente” e perciò può aiutarci a ridere di noi. Un riso amaro, ma necessario.
Ingredienti: 2 scatole di fagioli cannellini; 2 gambi di sedano; 2 spicchi di aglio tritato; olio d’oliva; origano; sale, pepe, pane raffermo.
Mettere in una casseruola un trito di aglio, di prezzemolo e di sedano, l’olio, una parte dei fagioli scolati, e gli altri fagioli con il liquido in cui sono conservati. Dopo aver cosparso il tutto con il sale, con il pepe e con l’origano, coprire la casseruola e far cuocere a fuoco moderato per un quarto d’ora. Completata la cottura, coprire il fondo dei piatti con fette di pane raffermo, versarvi sopra i fagioli e portare in tavola (l’immagine è pubblicata su internet).
Nella poesia “‘e vermecielle a vongole” Giuseppe Marotta elencò, come ingredienti fondamentali, “ ‘ a resatella d’uoglio senza ‘mbruoglie, ‘a ‘nziria ‘e ll’aglio, ‘ a frunnella sfuttente ‘e pretusino”. In questo aggettivo denso di significati, “sfuttente”, Nello Oliviero vide “un senso mordente, piuttosto terroso, ritornante, insistente”. Insomma, per Oliviero, sugli spaghetti aglio e olio il prezzemolo esiste non in sé, ma solo in funzione dell’aglio, solo per contrastarlo. Mi permetto di dissentire. Lo sfuttente di Marotta significa proprio sfottente, che sfotte, che piglia in giro. E questa sua virtù, questa sua forza ironica, il prezzemolo la trasmette a tutto il piatto, all’aglio, agli spaghetti, anche al noioso peperoncino, perfino all’olio, che per sua natura è invece pacioso, e perciò non urta, non sfida. Il prezzemolo ci aiuterà a compiere un atto rivoluzionario: ridere. Non degli altri, ma di noi stessi. Se non impariamo di nuovo a ridere di noi stessi, le strade della conoscenza saranno tutte chiuse. Lo diceva Umberto Eco: non dimentichiamo che il “Nome della Rosa” è costruito su una storia di delitti compiuti in un’abbazia per impedire che venga scoperto un documento terribile: un documento in cui si provava che anche Cristo rideva. Non so se i nostri gesti e i nostri pensieri siano “orientati”, come accade per l’economia, da una “cupola”, più o meno segreta, che governa il mondo: ma se questa “cupola” culturale, chiamiamola così, esiste, certamente ha fatto in modo che gli uomini non sappiano più ridere di sé, non siano più in grado di esercitare su sé stessi quel riso amaro, “sfuttente”, anche lacerante, che è il fondamento primo di una visione consapevole della realtà effettiva. E dunque non vediamo e non “sentiamo” più in quale abisso stiamo precipitando. Lasciamo da parte la fuga vergognosa dall’ Afghanistan e il capo di un partito “governativo” che vede nel programma dei talebani le luci della moderazione, dimentichiamo per un momento la tragedia degli incendi, quasi tutti appiccati dall’uomo, che stanno distruggendo vite umane, un patrimonio “naturale” di incalcolabile importanza, l’oggi e il domani delle comunità, i cui rappresentanti accusano senza giri di parole l’inconsistenza dei sistemi di protezione e di pronto intervento, una inconsistenza che la competenza e lo spirito di sacrificio dei vigili del fuoco e delle forze dell’ordine solo in parte riescono a compensare. Io oggi cerco qualcuno che mi spieghi cosa è accaduto a Valentano, in provincia di Viterbo, dove si è svolto il “rave-party” di migliaia di giovani provenienti da tutta Europa: un “rave-partty” non autorizzato, durante il quale un giovane è morto annegato e ci sono “insistenti notizie di due ragazze violentate e di diversi ragazzi in coma etilico”. Per non parlare di furti, di danni alle proprietà degli abitanti, di pecore sgozzate (Corriere della Sera, 19 agosto). Per non parlare della droga. Dopo aver riso amaro pensando alle quotidiane prediche “televisive” sul pericolo degli assembramenti, sulle mascherine, sui green pass, sulle scuole che riaprono per intero, o a metà, o per un quarto, sui soldi spesi per i banchi a rotelle, vorrei capire cosa è successo in quei campi di Valentano. La legalità è tornata. Ma vorrei sapere chi aveva permesso che se ne andasse, la legalità, in quel modo, in quella misura. In tempi come questi. La legalità è tornata, e ora incominciano due “programmi” tipicamente italiani: far dimenticare queste scene al popolo (per fortuna riparte il campionato di calcio, e distrarre le masse sarà facile); e se un colpevole bisogna trovarlo, a tutti i costi, inizierà – forse è già iniziato – il gioco dello scaricabarile: un povero cristo, da crocifiggere, lo si troverà agevolmente.
(FONTE FOTO:BUTTALAPASTA.IT)

