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Quando il cronista è testimone oculare, quando la vita ti offre scene che mai potrai dimenticare. L’esperienza di chi ha scoperto il cadavere sul Vesuvio

La mattina quando esci di casa per andare a lavoro non immagini altro che la routine quotidiana e non consideri minimamente le variabili che possono presentarsi lungo il cammino. Tanto meno in un giorno di festa, quando vai a svagarti, penseresti di imbatterti in situazioni così forti come le ha vissute il sottoscritto ieri pomeriggio sul Vesuvio.

Ieri, appunto, 8 febbraio, la giornata finalmente prometteva bene, un timido sole ritemprava, nonostante il freddo ancora pungente, gli animi dopo una quindicina di giorni di freddo e pioggia. L’appuntamento è alla Valle delle Delizie a Ottaviano, per condurre un gruppo di diciotto tra escursionisti del CAI (Club Alpino Italiano) della sezione di Piedimonte Matese e del FIE (Federazione Italiana Escursionismo) di Avellino. Il sole con la neve e la spensieratezza di staccare la spina almeno per un giorno è quel che ci vuole.

Il gruppo si muove tranquillamente tra i boschi di castagno del sentiero n° 2 del Parco Nazionale del Vesuvio, socializza con un folto gruppo di cicloturisti e s’incammina fin sopra i Cognoli di Ottaviano che con i loro 1.112 metri coronano assieme a Punta Nasone l’antica caldera del Somma. La neve è immacolata e abbondante per le nostre latitudini, in pratica uno spasso.

Dopo una breve ma piacevole sosta pranzo nella Valle dell’Inferno ci si incammina sulla via del ritorno, non prima però di aver visitato le singolari lave a corda e il crepaccio lavico a queste prossimo. Il contesto è quello della scampagnata, si scherza, si fanno foto, si chiacchiera ma all’improvviso, un amico, che con un piccolo gruppo era entrato a vedere il crepaccio, esce dall’angusta apertura col viso sbiancato, e così anche gli altri che lo accompagnavano. Che succede? – gli chiedo – C’è un morto nella grotta – mi risponde – io li guardo tra il serio e il faceto e gli dico di non scherzare ma tutti gli altri confermano. Allora entro anche io in quel budello che è il crepaccio lavico, 80 metri circa di grotta, ma per lo più percorribile solo per una ventina. Porto con me una potente torcia elettrica e percorro col cuore in gola il breve tragitto e vedo il corpo di un uomo riverso sulle rocce nell’apparente intento di uscire da uno spazio ancor più stretto, nell’atto di scampare a qualcosa.

Provo, più che orrore, un misto di rabbia e tristezza, un’infinita tristezza nel vedere una vita spezzata in quel modo. Gli urlo qualcosa che neanche ricordo più, batto le mani per fare rumore, sperando che dia un segno di vita ma niente. Esco imprecando verso e non so che cosa ma poi rientro e non posso che notare che quell’uomo è veramente morto, quelli che sembravano guanti bianchi erano soltanto l’effetto che la morte attuava a quei tessuti ormai già da tempo esposti alle intemperie e questo toglieva ogni speranza al lieto fine di questa storia.

Guardo verso l’alto ma, perpendicolarmente al punto dove si trova il corpo, non c’è alcun varco che possa giustificarne la caduta. Forse un masso può averlo colpito, o una forte botta alla testa può averlo stordito e poi il sopraggiungere dell’ipotermia, chissà! Sta di fatto che una vita è stata spezzata e questo mi sconcerta.

Riesco, chiamo, grazie al cellulare di un amico, il 112 che allerta Carabinieri e Corpo Forestale dello Stato. Organizzo il gruppo e lo affido a Nino, il vice direttore di escursione, in modo che li accompagni a valle anche perché un incaricato dei Carabinieri di Torre Annunziata mi raccomanda di restare sul posto. Altri due amici attenderanno i militari nello Slargo della Legalità, a circa 800 metri più a valle. Il gruppo parte e arriverà tranquillamente alle autovetture, incontrando le forze dell’ordine mentre salgono verso di noi. Io e il mio caro amico Salvatore rimaniamo a vegliare quel corpo a così poca distanza da noi ma ormai distante dalla vita. Penso alla sua famiglia, penso alla sua vita e alla sua morte solitaria e al perché della sua presenza in quel luogo.

Carabinieri, Forestali e il sindaco di Ottaviano finalmente arrivano, costatano il fatto, fotografano la scena e riescono a trovare i documenti nel portafogli semivuoto che l’uomo teneva nella tasca posteriore dei jeans. Qualche foglietto e la tessera sanitaria che ne rivela l’identità. Si chiamava Vittorio ed era di Terzigno, la famiglia ne aveva già dato notizia della scomparsa il giorno 30 gennaio scorso. Vittorio avrebbe compiuto 42 anni il prossimo mese di marzo ma lo stato del suo corpo, gonfio per la decomposizione, non rendeva merito all’immagine mostrataci dai militari. Salgono all’imbrunire anche i Vigili del fuoco ma il buio e il sopravvenire di una forte nevicata rimanda alla mattinata di oggi il recupero della salma, probabilmente con l’ausilio dell’elicottero del Corpo Forestale.

Penso al mondo di fuori, fuori quella grotta a speculare sulla quella morte e il presunto giallo che dovrebbe avvolgerla, penso al giornalismo di seconda e terza mano, fatto dietro lo schermo di un pc o al telefono, quella che fa il suo corso inarrestabile, veicolando disinformazione per creare seguito e banner, penso a quel che resta di un uomo, alla sua fragilità e alla sua dignità.