Perché la strage di Pinguini Adelia ci riguarda

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Niente nuova generazione quest’anno per i pinguini di Adelia. e non è la prima volte. Alle porte l’istituzione di un’area marina protetta per proteggerli

 

Ne dovevano nascere 40.000. E invece ne sono nati solo due. Tutti gli altri sono morti di freddo e di fame. I pinguini di Adelia – 18.000 coppie in totale nella piccola isola Petrel in Antartide – hanno vissuto un nuovo anno horribilis. Sì perché già quattro anni fa, fu riservata la stessa sorte ai nuovi nati, che all’epoca, però, morirono tutti. Neanche uno riuscì a salvarsi in quell’ambiente così ostile. Senza contare che quattro anni fa, c’erano 2.000 coppie di adulti in più. Un trend che va assolutamente spezzato se non vogliamo far entrare anche questi pinguini, considerati da sempre fra gli animali più resistenti e sorprendenti del pianeta, nella rosa delle specie che rischiano l’estinzione a breve termine.

La colpa, come sempre, è dell’uomo. Il riscaldamento del globo ormai è in atto e le sue conseguenze si vedono ovunque: dal deserto che avanza ai ghiacci che si sciolgono. Ma se in Artico la retrocessione dei ghiacci è nota e ben visibile, in Antartide la cosa è un po’ più complessa. E riguarda tutti noi.

Nonostante il buco dell’ozono sopra l’Antartide da circa un anno si sta rimpicciolendo, non possiamo esultare. Smettere di immettere CFC nell’aria non basta a interrompere la catena di eventi che abbiamo messo in moto con il riscaldamento globale. E l’Antartide, l’unico continente ancora poco intaccato dall’uomo, a lungo isolato anche dalla presenza umana, al riparo dal turismo, dalle pressioni di pesca, dalle intense rotte commerciali e dalle esplorazioni sottomarine alla ricerca di idrocarburi, rischia parecchio.

In totale il ghiaccio antartico sta diminuendo, ma mentre alcune aree perdono ghiaccio, altre sono soggette a un ispessimento dei ghiacciai. E la cattiva notizia, come sempre, riguarda i pinguini.

Ad esempio, mentre i ghiacciai sul mare di Amundsen diventano sempre più bassi perdendo fino a sette metri in altezza ogni anno e contribuendo di oltre 0,30 mm all’innalzamento dei mari e alla perdita di acqua dolce, il ghiaccio intorno all’isola di Petrel è andato via via aumentando. L’intera regione dove vivono i pinguini di Adelia è stata gravemente colpita da una delle infinite conseguenze dell’innalzamento delle temperature: la rottura della lingua di ghiaccio del ghiacciaio del Mertz, avvenuta nel 2010 a circa 250 chilometri da dove si trovavano i pinguini. Una rottura che però ha avuto e ha ancora effetti devastanti sull’intera area. Da allora, prima nel 2013 e poi quest’anno, i pinguini di Adelia si trovano spesso in situazioni in cui enormi ammassi di ghiaccio impediscono l’arrivo in mare. Perciò, durante la stagione riproduttiva, devono percorrere centinaia di chilometri prima di tuffarsi in mare a caccia di krill, allontanandosi dai piccoli più a lungo. Così i loro cuccioli, di solito 2 per coppia, restano senza protezione, spesso bagnati a causa delle abbondanti piogge e incapaci di mantenersi caldi. La maggior parte, dunque, muore di stenti e di fame. In un’altra situazione simile, con grossi iceberg alla deriva, nel 2016 furono 150.000 adulti a morire di stenti perché dovevano percorrere più di 60 km per raggiungere il mare e nutrirsi.

Già l’anno scorso, infatti, un’équipe di ricercatori della University of Delaware aveva lanciato l’allarme sulle pagine della rivista Scientific Reports: due terzi delle colonie di pinguini di Adelia – la specie più diffusa al polo sud – potrebbero scomparire prima della fine del secolo, a causa dei cambiamenti climatici in atto.

Nei precedenti 50 anni di osservazione, avvenimenti del genere non si erano mai verificati con tale intensità. Un evento che preoccupa doppiamente se si pensa che in quelle stesse aree potrebbero agire i pescatori. Non possiamo in alcun modo correre il rischio di aprire questa zona alla pesca di krill, che è l’alimento base dei pinguini, perché sarebbe da incoscienti programmare l’estinzione di una specie: i pinguini già a rischio per problemi climatici creati dall’uomo, non possono combattere contro l’uomo anche per trovare cibo.

Anche per questo ambientalisti e scienziati chiedono che venga urgentemente creata una zona marina protetta nell’Antartide orientale, precisamente nel Mare di Ross. Il mare di Ross, infatti, è considerato dagli scienziati il “Serengeti antartico,” anche chiamato “The Last Ocean”: l’ultimo oceano del pianeta a non aver ancora subito le conseguenze delle attività umane in modo importante. Le sue acque sono ricche di nutrienti e di creature straordinarie, come foche leopardo, orche, balenottere minori e balenottere comuni antartiche, pinguini imperatore e oltre un terzo dell’intera popolazione antartica dei pinguini di Adelia.

L’area marina protetta – se si farà – sarà grande 1,55 milioni di chilometri quadrati: un santuario no-take, dove sarà vietata ogni forma di pesca commerciale, grande due volte la Spagna. La proposta, guidata da Australia e Francia con il supporto dell’Unione Europea ha già affrontato un lungo iter di 8 anni di attesa. Ora finalmente la richiesta sarà ufficialmente avanzata la prossima settimana, il 16 ottobre, alla Commissione per la conservazione delle risorse marine antartiche che fa capo a Bruxelles, con il sostegno del WWF. E ci riguarda perché la Commissione per la conservazione delle risorse marine antartiche è composta da 25 Stati membri e dall’UE, Italia compresa. E speriamo che il rappresentante per l’Italia Eugenio Sgrò del Ministero degli Esteri, membro anche della nuova commissione scientifica nazionale per l’Antartide, compia la scelta giusta.