Perché i posteggiatori ciechi di Raffaele Viviani suonano “’A risata” di Cantalamessa..

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La canzone – “macchietta” “’A risa” (La risata) di Berardo Cantalamessa – la prima canzone italiana a essere incisa su disco nel 1902 – consolidava l’immagine dei Napoletani come di un popolo capace di vivere con distacco i giorni neri e di trovare nel canto una vera consolazione. L’atto unico “La musica dei ciechi” rivela il pessimismo di Viviani e nello stesso tempo fornisce la misura del suo genio di Maestro del teatro. L’immagine di corredo è una fotografia di Viviani che “posa” per Vincenzo Gemito.

 

 

L’atto unico “La musica dei ciechi” Raffaele Viviani lo compose nel 1928 e in quell’anno lo rappresentò per la prima volta a Roma interpretando il personaggio di Ferdinando. Sono protagonisti dell’atto unico cinque suonatori ciechi, il contrabbassista Ferdinando, il mandolinista Antonio, il clarinista Lorenzo, il violinista Vincenzino e il chitarrista Gennarino: essi, quando si alza il sipario, sono intenti a suonare il valzer lento dell’operetta “Il conte di Lussemburgo” di Franz Lehar: il fondale di scena rappresenta un angolo del Borgo Marinari, nel rione Santa Lucia. Li accompagna e fa da impresario Don Alfonso, ruvido e panciuto, anche lui cieco di un occhio, che chiede la “questua” ai passanti agitando il piattino di latta in cui tintinnano le monete. E’ una situazione tipicamente napoletana, in cui il paesaggio, il nome fascinoso dei luoghi, la miseria drammatica e la carità non trovano un punto di equilibrio. E se anche lo trovassero, questo equilibrio verrebbe immediatamente scompaginato dall’ ostricaro“ un rozzo tipaccio, vestito di un “maglione turchino accollato e con una berretta dalla visiera nera”, il quale ha deciso di far saltare i nervi a don Alfonso convincendo i cinque ciechi che il loro accompagnatore li deruba: e quando qualche passante lascia una moneta nel piattino, egli avverte i suonatori, “mmo ha avuto dduie solde”,Mo ha avuto mezza lira”. Si incrociano le battute irritate dell’accompagnatore, quelle “sfottenti” dell’ostricaro, e i commenti dei ciechi. Ferdinando cerca di mettere pace e dice a don Alfonso “sape ca vuie ‘o pigliate sul serio, e se diverte a ve sfruculià.”. Ma le offerte sono rare: il “concertino” non attira più l’attenzione dei passanti da quando il cantante ha abbandonato il gruppo. Ferdinando “ha un’idea”, si ricorda che Don Alfonso un tempo cantava nelle “feste” e perciò lo esorta – “è nel vostro interesse” – a esibirsi ancora come cantante. L’accompagnatore finge di non gradire l’invito. “Eh…io sto fuori esercizio…tengo nu repertorio viecchio”, ma subito dopo è proprio lui a proporre di “fare” “’A risa”,“La risata” che Berardo Cantalamessa compose nel 1895, dopo aver ascoltato “The Laughing Song” di George W. Johnson. La canzone di Cantalamessa fu la prima ad essere incisa su disco in Italia. Nei suggerimenti per gli attori Viviani scrisse che Don Alfonso doveva cantare la “macchietta” con atteggiamenti da “comico”: Cantalamessa, infatti, prima ancora che un cantante era un geniale “machiettista”, abile nell’alternare, nelle sue interpretazioni, canto e fischio. Don Alfonso canta la prima parte, ma non si ferma nessun passante, e il piattino resta vuoto. E allora il cantante interpreta la seconda parte “Io rido si uno chiagne / si stongo disperato, / si nun aggio magnato,/ io rido comm’a che…/ Me pare ca redenno /ogne turmiento passa,/ ca uno cchiù se ‘ngrassa:/e accussì io voglio fa’…/ Sarrà difetto gruosso chistu ccà! / Ah! Ah! Ah! Ah! / Ma io ‘o tengo e nun m’’o pozzo cchiù leva’. Nelle note per gli attori Viviani scriveva che “Don Alfonso esegue la risata del ritornello, esagerando le espressioni e i gesti. I ciechi lo assecondano, sforzandosi di rider contro voglia, con un risultato quanto mai pietoso e grottesco”. Ma anche questa seconda esecuzione non richiama i passanti e non porta danaro. La tensione cresce, nel gruppo, e infine esplodono l’ira e lo sconforto di Ferdinando, a cui l’ostricaro fa credere che sua moglie Nannina, venuta a chiedere 50 lire per pagare un debito, e Don Alfonso si siano appartati “sotto ‘o palazzo ‘e rimpetto” per amoreggiare. Ferdinando inveisce contro la moglie, giura che non tornerà più a casa, abbandona il gruppo e si mette a suonare da solo: tenta con un brano della “ Fanciulla del West” di Puccini, “ma non riesce ad andare fino in fondo. Prende allora a cantare una parte di “Pusilleco addiruso” di Gambardella con una vocetta flebile e acuta. Silenzio”. Non si avvicina nessuno, e il cappello messo a terra per ricevere qualche soldo rimane vuoto. Ferdinando sente, lontana, la musica suonata dai suoi compagni, e capisce che deve tornare con loro: e torna, accompagnato, come sempre, dalla moglie. “Lentamente si avviano, sorreggendosi l’un l’altro. Una sola figura. Li guida il suono della musica, che continua, dolcemente, nel silenzio”. In questo atto unico, e attraverso “ ‘A risa”, Viviani ha ancora una volta sottolineato l’inconsistenza di un luogo comune che era stato costruito nell’Ottocento sul “carattere” dei Napoletani, e cioè quello della loro capacità di vivere con distacco – con una “risata” – le avversità, le disgrazie e di addolcire con il canto  i giorni neri della vita. Ma ormai i Napoletani non si lasciano incantare nemmeno da “Pusilleco addiruso”.Il pessimismo dell’autore si manifesta chiaramente in alcune battute dei personaggi. Ferdinando dice che nella terra dei ciechi è veramente fortunato chi ha anche un solo occhio, e che quando sposò la moglie, “unimmo ‘e guaie mie e ‘e guaie suoie e ce ‘nguaiaieme tutt’’e dduie”.