CONDIVIDI

Pochi vini sono legati a un territorio e alla sua civiltà con la stessa coerenza che “stringe” il catalanesca alle straordinarie vicende del Somma. Nella complessa e armoniosa struttura del “Katà”, il catalanesca di “Cantine Olivella”, ci sono i segni della Natura, della storia e della cronaca: in questo senso, anche il “Katà” è un vino da meditazione.

 

Il vino catalanesca, “‘o catalanesca”, mio padre, che era sommese, lo beveva sullo stocco, sul baccalà, sui maccheroni con la genovese, che erano uno dei vertici dell’arte culinaria di mia madre, e anche sugli spaghetti con la salsa dei pomodorini freschi: e a chi gli faceva notare che sulla salsa i bianchi e “‘o catalanesca” in particolare non ci azzeccano proprio, egli rispondeva “ a muss’asciutto” che il “suo” catalanesca non era né bianco, né rosso, era un vino del Somma, e andava bene con tutti i piatti del Vesuviano interno. Quando arrivava il tempo delle “percoche”, non c’era giorno in cui due, tre “percoche” non andassero a “’mporparsi” nella brocca piena, a metà, di catalanesca. La musica di aromi e sapori che veniva liberata da quell’incontro  fa parte della memoria della mia adolescenza: ricordo con nitida precisione lo sguardo concentrato di mio padre che controllava il processo di assorbimento delle “percoche” e le tirava su dal bagno al momento giusto, prima che incominciassero a “sfarsi”, a spappolarsi.

Il “Katà” ,il catalanesca delle “Cantine Olivella” di Sant’ Anastasia, è destinato dai suoi produttori a riassumere la storia d un “meraviglioso” luogo del Monte Somma. L’Olivella, da cui prende il nome la ditta, fu prima una selva, e poi un vasto vigneto di “olivella”, un vitigno che gli studiosi napoletani dell’Ottocento consideravano una variante della “corvina” e giudicavano all’altezza della “pignola”: anzi, per Semmola, l’“olivella ‘ era superiore, perché dava un vino più robusto e resistente, “ gentile e spiritoso”.  A metà del ‘700 le vigne di “olivella” erano state impiantate lungo le sorgenti che allora erano ancora vive da due signori napoletani, Andrea Farina e Antonio Giaccio. Se le carte non ci ingannano, un altro “signore” napoletano coltivava in una sua vigna in “località denominata lo Caputo” uva “catalana”, e lavoravano al suo servizio due “garzoni” originari di Casalnuovo, i fratelli Vincenzo e Filippo Barone, che precedentemente avevano lavorato alla Masseria Carafa.

All’Olivella trovò rifugio, nel 1860, il brigante Vincenzo Barone: in quel tempo gli osti di Somma e di Sant’Anastasia servivano già ai loro clienti il catalanesca. Nella relazione del 1848 Vincenzo Semmola lo aveva giudicato un vino “generoso, aromatico e grato”, ma “scarso”: il vitigno era poco produttivo, e perciò i contadini usavano il catalanesca per “dar nerbo” ai vini delle altre uve bianche.  Qualche anno dopo il Semmola modificò in parte il suo giudizio, e sostenne che con particolari accorgimenti le uve catalanesche avrebbero potuto produrre più litri di vino, ma il corso della storia non venne modificato: la catalanesca rimase a lungo soprattutto un’uva da tavola. Agli inizi del’900 la Serao e Del Giudice parlarono dell’usanza dei contadini vesuviani di innestare un tralcio di catalanesca in un vaso, di separarlo dalla vite madre prima delle gelate invernali, e di continuare a curarlo, “diradando gli acini guasti”, in locali coperti e ben ventilati: a Pasqua andavano a vendere a Napoli queste “teste d’uva”, questi vasi sormontati di grappoli – da 7 a 15 -, e incassavano, per ciascuna “testa”, in media, 50 lire.

Nel 1961 la catalanesca “ e la sua mutazione o sottovarietà Gianniello” erano ancora uva da tavola, anche se Giuseppe Fiorito confermava che “il vino di catalanesca, quando viene fatto a regola d’arte, è veramente gustoso, risulta molto profumato e piacevole come sapore, con un senso vinoso marcato che ha come un lontano odore di muschiato.” Tuttavia, era ancora diffusa la pratica di trarre dal mosto di catalanesca “lambiccati e filtrati dolci” che agricoltori e cantinieri usavano “per costituire tipi diversi di vino abboccato di largo consumo “e per correggere “vini scadenti”.

Da qualche anno il catalanesca ha ricevuto il riconoscimento IGT del Monte Somma. Il “ Katà” delle “Cantine Olivella” è un vino del Somma, del “Vesuviano di qua”, come diceva mio padre: conosce i venti asciutti  che vengono dalla pianura, il sole ardente, la cenere, i lapilli di eruzioni particolari, che infiammarono la fede e alimentarono prodigi e miracoli. E’ un vino che sa di frutta e di erbe, che, come un giorno di primavera, inizia nella frescura dell’alba e poi si apre al calore luminoso e fermo del giorno pieno. E’ il vino che porta dentro di sé la storia delle genti del Somma: un vino che, come ha scritto Gimmo Cuomo, da “clandestino” è diventato nobile, e suggerisce alla riflessione di chi lo gusta – è un vino “filosofico” – le immagini delle anfore romane, di Bacco, dei lancieri spagnoli che tenevano accampamento a Volla e al Ponte della Maddalena, dei fujenti che vanno al Santuario di Madonna dell’Arco.  La purezza di questo vino colto la “sente” chi conosce tutti i colori delle vicende del territorio: e fanno bene le “Cantine Olivella” a promuovere la conoscenza e a difendere i valori di queste vicende meravigliose.