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Nel 1688 San Francesco De Geronimo condusse una “missione” di Gesuiti in Ottajano, città violenta

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Le date più importanti della vita di San Francesco De Geronimo, a cui Napoli fu assegnata come “terra di missione”. Le eruzioni vesuviane del 1631 e del 1660, viste anche dai Gesuiti come “segni” dell’ira di Dio nei confronti delle violente comunità che abitavano intorno al vulcano. Il così detto “miracolo delle croci” “smontato” da Athanasius Kircher, e la “missione” di De Geronimo a Ottajano. La predicazione e la tecnica dei “disinganni”. Correda l’articolo l’immagine degli affreschi della Chiesa dell’Oratorio in Ottaviano.

 

Pochi cenni su questa notevole figura della storia religiosa nella seconda metà del Seicento. Francesco De Geronimo nacque a Grottaglie nel 1642 da genitori che appartenevano a famiglie importanti del territorio, nel 1670 entrò nella Compagnia di Gesù e la sua cultura e la sua arte di predicatore suscitarono l’ammirazione del vescovo di Lecce, Antonio Pignatelli, che poi sarebbe diventato arcivescovo di Napoli e Papa con il nome di Innocenzo XII. Nel 1675 Francesco si recò a Napoli per completare il corso degli studi e quando, diventato “doctor in utroque jure”, chiese di essere inviato in India e nelle regioni dell’Oriente, “terre di missione”, gli fu risposto che la sua “terra di missione” era la città di Napoli. Quello che egli fece per i “miseri” di Napoli con l’esempio, con la parola e con l’impegno quotidiano merita di essere raccontato a parte. Francesco De Geronimo, illuminato dallo spirito profetico, predisse ai genitori di Alfonso Maria de’ Liguori che il loro figlio sarebbe stato un santo. Egli morì nel 1716 e venne sepolto nella Chiesa del Gesù Nuovo a Napoli, ma nel 1945 i suoi resti vennero traslati in processione a Grottaglie. Nel 1839 Papa Gregorio XVI lo proclamò Santo.Le due terribili eruzioni vesuviane del 1631 e del 1660 vennero “lette” dai Gesuiti non solo come fenomeni naturali, ma anche come “piaghe d’Egitto”, e cioè come avvertimenti e “segnali” che Dio inviava prima di tutto, scriveva Carlo Calà, agli “abitanti delle falde del Vesuvio”, colpevoli di violenze, rapine e “grassazioni”. Tra l’agosto e il settembre del 1660 a “Ottajano, Bosco e altri castelli convicini” sui panni bianchi comparvero alcuni segni di croce “di color d’ oglio”: il gesuita Athanasius Kircher, che era autorizzato dal Papa a studiare la magia e l’astrologia, chiese a Giovanni Rho, Provinciale dei Gesuiti napoletani, una dettagliata relazione sul fenomeno. Il Rho venne a Ottajano, vide, interrogò, notò che quelle croci si formavano solo su superfici umide e su tessuti di lino e di seta e resistevano all’acqua, ma non al sapone: fu facile per Kircher sentenziare che i segni nulla avevano a che fare con l’ira di Dio e con i peccati dei Vesuviani, ma venivano formati dai sedimenti minerali diffusi nell’aria dal vulcano che “mischiati ai vapori facevano una densa rugiada”, e questa rugiada scivolando nelle trame del lino e della seta vi si consolidava nella forma della croce. E tuttavia, nonostante le chiare spiegazioni di Kircher, i Gesuiti continuarono a vedere nelle terre vesuviane la presenza diabolica del Male e a considerarle “terre di missione”. Perciò, quando, tra il 1687 e il 1688, Ottajano fu teatro di alcuni delitti, Teresa Mari, moglie di Ottaviano, figlio di Giuseppe I Medici, invitò il Provinciale della Compagnia di Gesù a inviare  a Ottajano una “missione”: e la Compagnia inviò Francesco De Geronimo, accompagnato dai Padri Martinez, Marquez e Mangrella. I “missionari” adottarono, nella predicazione, la tecnica dei “disinganni”, messa a punto da Tirso Gonzales. Essi per quattro giorni consecutivi uscirono a notte inoltrata “per le vie con l’immagine del Crocifisso e alcuni lumi, e in diversi punti cantavano massime e disinganni, al cui eco uscivano quanti giungevano a sentirli; riunitili, i Padri tenevano un breve discorso che si chiudeva con un atto di contrizione”. Con abilissimi discorsi Francesco De Geronimo “disingannava” i violenti, li induceva a convincersi che la loro violenza era segno non di forza, ma di miseria morale,  che solo il pentimento era prova di coraggio e che il perdono era atto molto più nobile della vendetta. Grazie ai “missionari” due vedove perdonarono pubblicamente gli assassini dei loro mariti e tre rapinatori di strada  confessarono le loro sanguinose “grassazioni” : e quando Francesco De Geronimo tenne la predica davanti alla chiesa dell’Oratorio un sacerdote che aveva ucciso un collega ottenne il perdono dai fratelli del morto e alcuni ecclesiastici “con una pubblica confessione si liberarono dal fango degli scandali in cui erano immersi”.