Mentre Bruto lo pugnalava, Cesare gli disse: “Anche tu, figlio mio”. Glielo disse in greco. Perché?

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I misteri dell’ultimo giorno di vita di Giulio Cesare, che forse sapeva della congiura e del pericolo che lo minacciava. Cesare e le donne: l’amore per Servilia, la madre di Marco Bruto, che fu il capo dei congiurati. Le maliziose battute di Cicerone il “Voltagabbana”, e la scena dell’assassinio descritta da Svetonio, il quale dice di aver letto in alcune cronache che Cesare rivolse a Bruto che lo colpiva le sue ultime parole e le pronunciò in greco. Una possibile spiegazione. Il significato dell’ultimo gesto di Cesare.

 

Ogni 15 marzo – le Idi dell’assassinio di Cesare- dedico un pensiero al francese Michel Rambaud che consacrò i suoi studi a un solo progetto: dimostrare che, nel racconto della conquista della Gallia e della guerra civile, Cesare ha deformato la realtà, ha inventato, ha mentito. Poco ci mancò che sostenesse che la Gallia non venne mai conquistata dai Romani. Ma contro Cesare “scagliarono” i loro libri anche tedeschi e inglesi, e non mancò un italiano, Ettore Pais. Mi piace pensare che le pagine di questi studiosi siano come le pugnalate dei congiurati: hanno contribuito a rendere ancora più grande la figura di uno dei personaggi più grandi della storia dell’Occidente. Subito dopo aver ucciso Cesare, Marco Bruto, “levando in alto il pugnale insanguinato, gridò il nome di Cicerone e si congratulò con lui per la riconquistata libertà”: lo ricordava a tutti Marco Antonio, per dimostrare che anche l’oratore faceva parte della congiura: Cicerone stesso lo racconta, con manifesto orgoglio, nella “Seconda Filippica”. Marco Tullio “ il Voltagabbana” dimenticò i favori chiesti a Cesare durante la guerra contro i Galli, dimenticò che a Brindisi  Cesare, vincitore di Pompeo, aveva concesso la grazia e la vita a lui e a suo figlio. Ma anche l’ingratitudine di Cicerone fu un ornamento per la gloria di Cesare. C’è chi pensa che Cesare sia stato informato della congiura: Svetonio fa un lungo elenco di “prodigi” che gli annunciavano, “senza lasciare alcun dubbio, la sua futura uccisione”: del resto, tra i congiurati c’erano dei noti “chiacchieroni” e il “dittatore”, che aveva costruito le sue vittorie anche grazie a un efficace servizio di informatori, non era un ingenuo, non si lasciava ingannare dalle apparenze. Dice Svetonio che “ Cesare lasciò in alcuni degli intimi il sospetto che non fosse suo desiderio vivere ancora per molto”, e parla delle “sue non perfette condizioni di salute”: poi, spinto dalla sua manifesta ammirazione per il condottiero, ricorda che quasi tutti avevano ammesso che, morendo in quel modo, egli aveva esaudito un proprio desiderio: infatti, durante una cena in casa di Marco Lepido, aveva dichiarato che “una fine istantanea e inaspettata” era “il modo più piacevole di morire”. Forse Cesare intuì che l’esercizio prolungato del potere e la gravità dei problemi interni e esterni che incombevano su Roma avrebbero logorato la sua immagine.

Il condottiero ebbe tre mogli legittime, e Cleopatra gli diede un figlio. Ma era nota a tutti la sua “inclinazione ai piaceri dell’eros”. Gli storici antichi elencano con cura le donne che egli conquistò: tutte spose di uomini importanti, tutte appartenenti alle “migliori famiglie”. Ma “più di tutte amò Servilia”, sorella di un tribuno, sorellastra di M. Porcio Catone, madre di Marco Bruto, il cesaricida. A Servilia Cesare donò, durante il suo primo consolato, una perla che valeva – garantisce Svetonio- “sei milioni di sesterzi”; e dopo la guerra civile le vendette, a prezzo minimo,  vasti possedimenti che appartenevano ai pompeiani sconfitti. Poiché quel basso prezzo suscitò la meraviglia di molti, Cicerone ricamò una battuta di spirito: “Il prezzo è ancora più basso di quello che pensate, tertia deducta “: e “tertia deducta” può significare “c’è stato l’abbuono della terza parte” del prezzo già stabilito, ma può anche voler dire che Servilia “mise a disposizione” di Cesare Terza (o Terzia), la figlia avuta dal secondo marito: “si credeva – scrive Svetonio – che Servilia offrisse a Cesare anche i favori di sua figlia Terza”. Quando Cesare, già colpito da molti pugnali, vide che anche Marco Bruto si avventava contro di lui, trovò la forza di dire: “Anche tu, figlio”: lo disse in greco: “ kai su, teknon”. Se la notizia è vera, siamo davanti al prodigio di un uomo che, pur sul punto di morire, pur colpito da decine di pugnalate,  è ancora così lucido da rivelare a Bruto che egli è  suo figlio: non un figlio nell’affetto, non un figlio adottivo – il latino “filius” poteva significare anche questo-, ma figlio vero, generato dal suo seme: e questo poteva dirlo,  con una chiarezza che non lasciava spazio a dubbio alcuno, solo la parola greca “teknon”, dal verbo “tikto”, “generare”. Nessuno può dire con certezza se quelle parole siano state veramente pronunciate da Cesare: Svetonio afferma che la notizia l’hanno tramandata “ quidam “, “certuni”, mentre lui crede che il dittatore abbia emesso un gemito solo alla prima delle ventitré pugnalate, e che poi non abbia pronunciato più parola.

Ma proprio Svetonio racconta che Cesare, quando vide che non aveva scampo, “si avvolse il capo nella toga e con la mano sinistra ne tirò la piega fino ai piedi, per cadere più decorosamente”, perché nessuno lo vedesse giacere a terra con le gambe scoperte. Ebbene, un uomo che, mentre sta per morire, e in quel modo, riesce ancora a pensare al decoro del suo cadavere, può anche aver trovato la forza e la lucidità per rivelare al capo dei suoi assassini una terribile verità. Che fu anche una terribile vendetta.