“Mario vincitore dei Cimbri”: nel 1864 S. Altamura dipinge la storia antica con l’orgoglio del patriota.

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“Mario vincitore dei Cimbri”: nel 1864 S. Altamura dipinge la storia antica con l’orgoglio del patriota.

Il pittore Francesco Saverio Altamura (Foggia, 1822 – Napoli 1897) partecipò ai moti del 1848, fu incarcerato, e poi liberato, e continuò a combattere per l’unità d’Italia. Fu grande amico di Garibaldi e a Napoli, che amministrò come consigliere comunale, promosse la fondazione della Pinacoteca e del Museo. “La storia antica- egli diceva – è fondamento della storia di oggi, e noi dobbiamo raccontarla nei termini del realismo, come se fosse storia del presente”. Questo quadro (olio su tela, cm. 230x 353) fu commissionato da Vittorio Emanuele II.

 

Mi sono ricordato di questo pittore mentre leggevo che alcune Università americane, ispirate dalla “cultura della cancellazione”, hanno eliminato dai loro programmi anche Socrate e Aristotele, ritenendoli dannosi per i giovani. Ma torneremo su questo tema: qualcuno crede che Socrate e Aristotele siano ignoti anche agli alunni dei nostri Licei. Per tutto l’Ottocento i reperti di Ercolano, di Pompei e degli scavi pugliesi e siciliani, l’applauso scrosciante degli scrittori stranieri che venivano a visitarli e le gloriose storie del Grand Tour si innestarono nelle vicende politiche degli Italiani che incominciavano a credere nell’unità nazionale e a combattere per essa e alimentarono l’orgoglio dei combattenti. Il filologo Gaetano Trezza, studioso delle civiltà classiche, esortava a “vedere” il mondo antico non attraverso le estetizzanti analogie del neoclassicismo, ma a “vederlo e a sentirlo” come parte organica e ancora viva del mondo moderno. Il mondo antico doveva essere rappresentato, con le parole e con le immagini, nei termini del realismo e del verismo. Saverio Altamura era pugliese: aveva cinque anni quando Metternich, sollecitato da Luigi Medici, ritirò dal Regno di Napoli i 50.000 soldati austriaci che vi erano stanziati dal 1822, su richiesta dei Borbone, ai quali dovevano difendere il trono, minacciato dai Carbonari e da altri “sediziosi”. I soldati austriaci venivano pagati da Napoli: pubblicheremo anche le cifre del costo, citando i documenti ufficiali del Bilancio del Regno delle due Sicilie. Per ora diciamo solo che nel 1825 Luigi Medici dichiarò che la presenza delle truppe austriache non solo offendeva l’autonomia e la libertà dei governi napoletani, ma stava per provocare una catastrofe finanziaria. Immaginiamo con quale piacere il “patriota” Altamura abbia dipinto il trionfo di Mario che vinse nel 102 a.C. i Teutoni e l’anno dopo, nella battaglia dei Campi Raudii, i Cimbri: i superstiti delle due tribù germaniche furono costretti a tornare nei loro territori, dai quali non uscirono più. Alla vittoria di Mario Altamura dedicò due quadri. Con il primo, in cui erano notevoli i segni della pittura accademica, egli partecipò al concorso Ricasoli del 1859, mentre questo di cui stiamo parlando venne commissionato al pittore, che lo portò a termine nel 1864, da Vittorio Emanuele II, re d’Italia. La tecnica e la “visione” sono quelle del realismo. I soldati romani non sono gli atleti “olimpici” che avrebbe disegnato e dipinto un pittore neoclassico: nei moti, nell’espressione e nell’abbigliamento sono quelli che erano nella realtà storica, e cioè dei “plebei”: e in un disordine “plebeo” celebrano la vittoria. Mario sta al centro del quadro, ma si volge verso destra e il nostro sguardo viene distratto dal braccio del soldato teso verso l’alto in un moto bilanciato dal disegno dell’arco, mentre un efficace tratto naturalistico è l’urlo del soldato barbuto, che volge il braccio verso l’esterno. Pare una foto di oggi: quella di un corteo di votanti che sciamando e gridando festeggiano la vittoria del loro candidato. La profondità del dipinto è creata dai colori tenui del cielo e dal forte contrasto cromatico tra i quattro livelli: il primo piano, con il corteo del vincitore; il secondo piano, con la mischia della folla dipinta rapidamente in tono chiaro; il livello delle alture sormontate da una striscia di verde; il velo celeste che forma i monti dell’ultimo livello. Pare veramente che sia enorme la distanza tra questa montagna celeste e i soldati stesi a terra nell’angolo in basso a sinistra. Non ci sono due figure che facciano lo stesso movimento: e questa è una regola del verismo. Altamura vuole che non sfugga all’osservatore l’impianto naturalistico del suo dipinto, e lo aiuta a capire con due dettagli: il triangolo formato in cielo dagli uccelli migratori, ed è un dettaglio che ricorda il verismo dei Macchiaioli; e i due cani legati insieme sul lato sinistro del quadro: sono dipinti, i due cani, con il contrasto dei colori complementari e con rapide, sintetiche pennellate. Altamura rimase per sempre un degno allievo del Maestro, che era Domenico Morelli.