Marigliano, perché il livello delle polveri sottili non diminuisce nemmeno in virtù dell’isolamento? Lo studio di un ingegnere prova a dare risposte

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Il cosiddetto lockdown, causato dalla pandemia di COVID-19, prosegue ormai da oltre un mese e da allora costringe in casa la stragrande maggioranza delle persone. Escono soltanto quelli che vanno ancora a lavoro e, sporadicamente, chi ha bisogno di farlo per motivi di assoluta necessità. Sicuramente in giro ci sono meno automobili, le attività commerciali sono chiuse e infatti alcuni studi hanno già dimostrato che il pianeta è tornato a respirare, soprattutto nelle zone più inquinate, come la Cina o la Pianura Padana, qui in Italia.

Sembrava fosse accaduto lo stesso anche nell’agro nolano, dove purtroppo è consuetudine che si sforino i livelli di inquinamento, come testimoniano le centraline collocate tra San Vitaliano, Pomigliano D’Arco e Acerra. Tuttavia, dopo un primo momento di fisiologico calo, dovuto al passaggio traumatico (per l’uomo, non certo per la natura) dalla normalità a questo periodo di eccezione, i livelli delle polveri sottili sono tornati pericolosamente alti e allora qualcuno, a Marigliano, si è dato da fare per trovare risposte alle dinamiche di formazione e ristagno delle PM10 e PM2.5. Questo qualcuno si chiama Francesco Romano, ingegnere con la passione dell’osservazione astronomica e una spiccata sensibilità ambientale che ha voluto misurare la qualità dell’aria in questi giorni di isolamento. Per farlo ha installato presso la sua abitazione una centralina per il monitoraggio continuo delle polveri sottili PM10 e PM2.5 basata sul sensore Nova laser SD011, quindi estremamente preciso.

La centralina adoperata da Francesco, che non lascia nulla al caso, fa parte della rete di rilevamento tedesca Luftdaten, progetto sviluppato dall’OK Lab Stuttgart in collaborazione con l’Università di Stoccarda che nasce dalla volontà di acquisire informazioni sull’inquinamento ambientale e sulla qualità dell’aria che si respira, anche per colmare la lacuna di centraline istituzionali spesso poco numerose o comunque non sufficientemente presenti sul territorio. Per ogni centralina accesa (attualmente circa 4500 in tutto il mondo) il sito Luftdaten permette di visualizzare un esagono, cliccando sul quale si apre una finestra con i dati in tempo reale delle polveri sottili: inoltre, il sito consente anche un monitoraggio dei dati tramite grafici, come fa notare l’ingegnere Romano nel suo breve ma intenso paper realizzato per l’occasione e condiviso pubblicamente.

Da diverso tempo Francesco sta cercando di capire l’evoluzione del fenomeno polveri sottili attraverso i dati che quotidianamente gli vengono forniti dalla centralina di rilevazione, supportato anche da una stazione meteo installata presso la sua abitazione, un piccolo osservatorio organizzato di tutto punto. Considerati i continui sforamenti dei limiti di legge, a Francesco interessava soprattutto mostrare la distribuzione nel tempo delle concentrazioni di polveri sottili nel territorio preso in esame: anche perché, a quanto pare, i dati delle centraline ARPAC (Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale in Campania) non forniscono dati istante per istante.

Per farlo bisogna innanzitutto chiarire quali sono le fonti di immissione delle PM10 e 2.5 e i fenomeni naturali che generano l’aumento temporaneo della loro concentrazioni.

“La concentrazione delle polveri sottili è determinata dalla formazione di uno strato di aria calda che forma una sorta di cappa invisibile e semipermeabile sopra le nostre teste, in termine tecnico chiamata Planetary Boundary Layer (PBL) o Strato Limite Planetario”  – spiega Francesco Romano – “Particolari condizioni, ad esempio una persistente alta pressione anticiclonica e scarsa ventilazione tra gli strati d’aria (venti con velocità a meno di 2-3 m/sec), portano ad un abbassamento dell’altezza del PBL con conseguente aumento della concentrazione di inquinanti. Nel nostro territorio non sono rare queste condizioni, per cui ogni particella di inquinante immessa in atmosfera non ha modo di essere trasportata via e resta nel volume racchiuso tra il suolo e il PBL. Tuttavia bisogna dire che basta una leggera ventilazione o il sopraggiungere di una bassa pressione per determinare un innalzamento della quota del PBL e avere di conseguenza una diluizione degli inquinanti se non addirittura la loro completa dissoluzione”.

Le fonti inquinanti, come da letteratura specifica, vengono individuate almeno in quattro categorie di attività potenzialmente in grado di immettere poveri sottili in atmosfera, e cioè: la combustione di biomasse, di gas naturali e combustibili liquidi per il riscaldamento; i trasporti, soprattutto su gomma; le emissioni industriali; infine le industrie zootecniche, come ha recentemente dimostrato anche la trasmissione Report di Rai3, parlando degli allevamenti intensivi, che però nella nostra zona mancano quasi del tutto. Ora, le recenti misure di restrizione adottate con il DPCM del 9 marzo 2020 che ha ufficialmente innescato il lockdown, hanno determinato una condizione favorevole e raramente verificabile per individuare con maggiore precisione le categorie di sorgenti più inquinanti. Come abbiamo detto, per oltre un mese si è verificato un drastico calo del traffico veicolare: di conseguenza l’incremento delle concentrazione delle polveri sottili non sembra dipendere in maniera preponderante dal flusso di autoveicoli in circolazione, anche perché il rilevamento operato dall’ingegnere Romano dimostra che i valori di PM10 aumentano a partire dalle ore 18 per poi diminuire dopo le ore 24, quando il traffico veicolare è praticamente nullo.

Per la stessa ragione legata agli orari dei picchi Francesco è portato a escludere anche le emissioni industriali. Così facendo resterebbero sul banco degli imputati solo le emissioni derivanti dalla combustione di biomasse, gas naturali e combustibili liquidi per il riscaldamento.

“Questa ipotesi” – sostiene l’ingegnere –  “è avvalorata dalla distribuzione temporale delle massime concentrazioni di inquinanti che avvengono verosimilmente negli orari di accensione dei riscaldamenti domestici”. Chiaramente il passaggio alla bella stagione consentirà di condurre ulteriori rilevamenti che potranno dire di più su quanto i riscaldamenti incidano sui livelli di inquinamento dell’aria.

Intanto il geologo Salvatore De Riggi, in risposta all’elaborato dell’ingegnere Romano, fa notare che anche i roghi tossici potrebbero incidere sulla qualità dell’aria, in quanto produttori di particolato (oltre che di altre sostanze inquinanti). Un fenomeno che si registra costantemente nel territorio di riferimento, non a caso noto come “Terra dei fuochi”, e che non si è fermato nemmeno durante questo lungo periodo di isolamento, come riportato più volte dalle notizie di cronaca. Non del tutto scagionato il termovalorizzatore di Acerra, ma per considerazioni più rilevanti “dovremmo sapere se funziona con le prestazioni per il quale è stato progettato”, sottolinea Romano.

Tuttavia l’ingegnere, nel suo elaborato, chiosa facendo riferimento alla possibilità che tra i potenziali inquinanti si potrebbe annoverare anche le polveri derivanti dalle attività estrattive che avvengono nella zona circostante la città di Marigliano: le cave di Polvica, nel nolano. Alcune caratteristiche del territorio, come l’orografia (quella parte della geografia fisica che studia e descrive le caratteristiche dei rilievi montuosi) e la direzione dei venti dominanti, portano a non escludere del tutto la probabilità che una aliquota del particolato possa derivare proprio da tale attività.