Madonna dell’Arco, il convento e il santuario nel Seicento tra opere e fama

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Nel Seicento, ormai, la fama della Madonna dell’Arco o di campagna, come la definirebbe lo storico Adriano Prosperi, era diffusa in tutto il Regno e non solo. I pellegrini si recavano quotidianamente al santuario per portare doni o voti. Intanto i lavori per il completamento della nuova chiesa procedevano lentamente. Nel 1611 fu costruito il portale di legno. Intervista alla dott.ssa Concetta (Conny) Viola.

Agli inizi del XVII secolo, la vita all’interno del convento di Madonna dell’Arco iniziava a delinearsi, dopo il passaggio definitivo nel 1595 ai domenicani. Il numero dei frati, infatti, era molto aumentato. Nel 1613 si contavano ventiquattro frati. Oltretutto, il convento ospitava anche il noviziato della Provincia domenicana Aprutina (d’ Abruzzo), accogliendo novizi e frati provenienti da altre regioni. Fu creata una zona propriamente per il noviziato, nella parte occidentale del convento, dotato di corridoio e un piccolo chiostro. Questo perché, oggi come allora, i giovani studenti dovevano avere un area propria, affinché non fossero disturbati. Nel 1625 fu istituito, per l’occasione, lo studium, che portò molti novizi a frequentare i corsi di teologia. A questi si aggiunsero numerosi docenti, che svolgevano i corsi e soggiornavano per brevi periodi nel convento. Ho avuto il piacere di intervistare la dottoressa Conny Viola, che ha appena conseguito con lode la laurea magistrale con un originale elaborato finale in Storia sociale dal titolo Antropologia, storia e religiosità: Il caso del Santuario della Madonna dell’Arco (XVI – XIX secolo). Educatrice, catechista ed animatrice giovanile, è stata accompagnatrice e guida turistica all’interno del percorso museale del santuario di Madonna dell’Arco e, nello specifico, nella sezione della pinacoteca riguardante le collezioni di ex – voto.

Dottoressa Viola, che cosa si intendeva per studium?

“Con il termine studium si indicava, all’epoca, l’originaria istituzione universitaria, sviluppata all’interno di chiese e monasteri a partire dal XII secolo. A differenza della definizione odierna però, non ci si riferiva all’istituzione universitaria in sé, ma all’unione di studenti e docenti che collaboravano per lo studium appunto, ovvero l’insegnamento superiore. Per colpa della peste, questo luogo di studio restò chiuso per due anni, dal 1656 al 1658. Divenne comunque un centro importantissimo per l’ intera provincia domenicana. Tanti docenti ottennero importanti titoli accademici e riconoscimenti, come quello di maestro in sacra teologia. Il meticoloso lavoro, che avveniva al suo interno, fu molte volte lodato dai vari maestri generali.”

Quali meritorie iniziative furono apportate nel convento?

“Nel 1645, inoltre, nacque all’interno del Santuario una spezieria. In sostanza si trattava di una farmacia, gestita da un frate o anche un laico, esperti in materia. Si preparavano intrugli curativi, sia per il personale del convento, sia per le persone esterne, se ne avevano bisogno. Sempre all’interno del porticato, erano presenti delle botteghe e una taverna, probabilmente per rendere più agevole il passaggio al santuario dei pellegrini.”

Chiostro del convento

Come era la vita all’interno del convento?

“Nel 1650, vivevano 61 frati, tra cui 34 sacerdoti, 21 conversi e 6 novizi. Il priore, all’ epoca, era padre Ludovico Loriano di Casalnuovo; vi erano, inoltre, maestri, studenti, novizi, e coloro che svolgevano mansioni di fornaio, falegname, speziale, guardiano di pecore, calzolaio, portiere, cuoco, giardiniere. Ognuno aveva un proprio incarico. Il convento, comunque, non godeva di ottima fama: c’erano state tante controversie tra i padri predicatori e molti di essi, nel corso del Seicento, furono addirittura imprigionati, perché accusati di ruberie, o di atti poco consoni per un religioso. Altri frati, invece, furono sanzionati per aver infranto delle regole, che all’epoca erano più rigide di oggi, come ad esempio quella di non poter passeggiare liberamente al di fuori del convento o di non vestire in abiti secolari. Altri furono ammoniti per aver fatto visita a familiari o amici lontani, altri ancora perché non svolgevano la propria mansione.”

Cosa avvenne a riguardo?

“Per via di questo clima non del tutto comunitario, il maestro dell’ordine De Marinis decise, nel 1652, di trasferire il noviziato dal Santuario di Madonna dell’Arco a quello di Gesù – Maria a Napoli, dove i giovanni studenti avrebbero ricevuto un educazione più consona ed equilibrata. Il convento, tuttavia, già dagli inizi del Seicento, non versava in una buona situazione economica in relazione ai numerosi debiti. Ciò era dovuto probabilmente alla cattiva gestione da parte degli economi. Gli obblighi erano talmente tanti, che le autorità sequestrarono molti beni al santuario. I frati, per ovviare alla loro passività, furono costretti a vendere alcuni terreni, oggetti d’oro e d’argento. Oltretutto, per dimezzare le spese, pensarono anche di diminuire il numero dei frati.”

ASN, Fondo Monasteri soppressi, n. 1320, c. 36

Quali erano gli obblighi dei domenicani?

“A ciò bisogna aggiungere che i domenicani dovevano pagare annualmente delle somme di denaro sia alla Collegiata della vicina Terra di Somma sia al casale di Sant’Anastasia per le doti delle ragazze povere. Papa Clemente VIII, sin dall’ arrivo dei domenicani nel 1595, obbligò i padri predicatori a versare annualmente 650 ducati all’erigenda Collegiata della Terra di Somma. Nel 1628, tale somma era assegnata parte alla Regia Dogana (antica istituzione aragonese) e parte sulla gabella del vino della stessa città. Il convento, inoltre, pagava ogni anno ducati 400 per dote alle zitelle di Sant’ Anastasio per Breve papale di Clemente VIII del 2 luglio 1602.  Da ciò nacque un accesa controversia tra il clero anastasiano e i domenicani di Madonna dell’Arco, dal momento ché questi ultimi non avrebbero versato la somma concordata.”

Come si concluse questa controversia?

“I frati domenicani si lamentavano dell’appropriazione indebita delle offerte da parte dei canonici anastasiani. A risolvere, parzialmente, la lite fu il vescovo nolano Giovanni Battista Lancellotti (1575 – 1656), che, durante una visita canonica al Santuario, discusse inizialmente sulla questione, decidendo che il casale anastasiano non doveva più accettare le offerte per le doti e che ad occuparsi della questione sarebbero stati soltanto i frati di Madonna dell’Arco. La controversia durò per molti anni, fino a quando il viceré di Napoli dispose che, se i frati del santuario avessero continuato ad essere inadempienti ai versamenti, il casale di Sant’Anastasia avrebbe potuto espropriare il convento dei suoi beni, e disporre i frati alle dipendenze del casale. Questi ultimi però si impegnarono affinché non avvenne quanto detto.”

ASN, Fondo Monasteri soppressi, n. 1320, c. 37