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Le vie del Vesuvio, tra simboli, miti e realtà: il progetto editoriale di “Quaderni vesuviani”

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Le vie del Vesuviano “interno” sono lastricate di storie, di miti e di simboli: i quadri e gli scritti di pittori e di intellettuali che hanno visitato Madonna dell’Arco; i riti delle “Madonne nere”, il magnetismo del vulcano, e la leggenda dei “luoghi di forza”;  il commercio del vino, dell’olio, dei frutti, le storie di mercanti e di sensali; la “strada” della pasta; l’epopea dei carrettieri, e delle taverne: gli storici si sono interessati solo di alcuni di questi temi: i documenti inediti non sono pochi, e meritano di essere pubblicati in una serie di “Quaderni”, che chiederò al nostro giornale di ospitare.

 

Sul Vesuvio, sulle terre vesuviane, sulle strade che dal Vesuviano portano nell’agro Nolano e in quello Sarnese è stato detto tutto, o quasi. Una parte di quel “quasi” sta nei documenti conservati in corpose e ampie cartelle, insieme con la memoria di lunghe e interessanti giornate che ho trascorso negli Archivi di Stato, e sui libri della vasta bibliografia, e sulle lezioni di Kerouac, di Chatwin, di Dalbono, di Fucini, di Eco, che mi hanno insegnato a “sentire” la presenza di simboli e di metafore nascosti lungo ogni strada: e posso dire che  lungo le strade del Vesuvio ve ne sono in gran numero, e tutti suggestivi. E’ stato detto poco, per esempio, sui pittori, sugli intellettuali e sugli scrittori napoletani e forestieri, italiani e stranieri, che visitarono Madonna dell’Arco e lasciarono impressioni e commenti in quadri, disegni, cronache. Niente è stato raccontato sulla folla di artigiani, operai e massari che nel corso del Settecento si trasferirono a Sant’Anastasia, e divennero cittadini anastasiani, attratti dal “movimento di beni e di danaro” che veniva sollecitato dal Santuario e dai riti del culto mariano. C’è poi la “via delle Madonne Nere”, che congiunge Madonna dell’Arco e la Chiesa del Carmine a Ottaviano, passando per Somma, e raccogliendo nella memoria collettiva il racconto dei miracoli che la Madre di Cristo oppose alla violenza del vulcano: molto è stato raccontato su questa “via”, ma scarsi sono stati, fino ad oggi, i riferimenti ai misteri della Natura vesuviana, alle storie e alle leggende del magnetismo vulcanico, al mistero dei luoghi di forza di cui si interessarono non solo stregoni e fattucchiere, ma anche uomini di scienza e medici “positivisti”. Bisogna anche dire che i Vesuviani dell’interno partecipavano, con le loro carrozze, alle “arretenate” dei Napoletani dirette al Santuario di Montevergine di Mercogliano, ma avevano anche una loro “arretenata”, meno chiassosa, ma non meno affascinante, che aveva come meta la chiesa di Montevergine in Ottajano.

Ci sono le vie del vino e dell’agricoltura del Vesuvio: molto è stato già scritto, ma restano ancora nell’ombra la vita quotidiana delle masserie – la vita dei contadini e quella dei ricchi proprietari – e le tecniche di lavorazione, gli aspetti particolari di alcuni mestieri, le storie dei sensali, l’organizzazione dei mercati. Sapevamo, ne ha scritto anche Marcella Marmo, che i Borrelli di Sant’ Anastasia controllavano il contrabbando delle carni, “dei salumi e dei salami” con le “piazze” di Napoli; ma i documenti, in parte inediti, ci dicono che negli ultimi anni dei Borbone essi si misero in affari con Antonio Lubrano, noto come “Antonio di Porta di Massa”, che contendeva a Salvatore De Crescenzo la direzione della camorra napoletana. Fatta l’Unità, Silvio Spaventa ordinò l’arresto di Lubrano, che venne ucciso in carcere, ma i suoi luogotenenti, Francesco Carfora e Carmine Ruggiero, ereditarono e gestirono “l’affare” con i Borrelli: un “affare” di decine di “carri” di vino, di barili di spirito e anche  di limoni, di cui negli ospedali si faceva largo consumo. Francesco Carfora cercò di mettere le mani anche sul prezioso olio del Vesuvio, che veniva prodotto a Torre del Greco, e tra Boscoreale e Terzigno, ma i sensali ottajanesi gli fecero rapidamente capire che non c’era spazio per lui nel mercato dell’olio vesuviano.

Un “Quaderno” merita la via della pasta, perché nella seconda metà dell’Ottocento i mulini di Torre Annunziata lavoravano non solo il grano che veniva dal mare, ma anche quello che arrivava dal Tavoliere, attraverso i mercati di Avellino e di Nola; e ogni giorno decine di carri portavano i sacchi di “maccheroni lunghi e corti” nei paesi del Vesuviano interno, e scrivevano quell’epopea dei carrettieri di Terzigno, San Giuseppe e Ottajano che merita di essere raccontata, perché vi si celebrano gli avi di famiglie che nel Novecento hanno scritto la bella storia dell’economia del nostro territorio. E  un capitolo fondamentale dell’epopea dei carrettieri è quello delle taverne, e della ospitalità, spesso pericolosa, degli osti e delle “tavernare”.