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Le ricette di Biagio: timballo di zucca e patate. Le patate che ispirarono Van Gogh

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La patata sporca di terra è “ l’ immacolata concezione della botanica ”, secondo Stewart Lee Allen, perché si riproduce in modo asessuato, non ha semi, e i frutti nascono direttamente dal suo corpo. Chi chiama “patata” l’organo sessuale della donna, lo fa solo per blasfema ironia. Inoltre il tubero porta in sé tutta la gloria di aver saziato per secoli popoli di contadini e di proletari, di aver sconfitto le carestie. E la gloria di aver ispirato Van Gogh.

 

 

Ingredienti (per 6 persone): gr. 500 di zucca, kg.1 di patate, gr.50 di parmigiano grattugiato, 2 cucchiai di olio d’oliva, sale e pepe. Sbucciate la zucca e tagliate la polpa della zucca e le patate a fette molto sottili che disporrete, a strati alterni, in un’ampia teglia a bordi non troppo bassi, ricordando di spruzzare di sale ogni strato e solo gli strati delle patate con una cucchiaiata di parmigiano. Aggiungete ogni tanto un pizzico di pepe e, poiché le patate tendono a diventare troppo asciutte, un mezzo bicchiere d’acqua. Mettete il tegame nel forno già caldo e fate cuocere per circa un’ora (dalla “Cucina Campana di Domenico Manzon”).

Onorata sei come una mano /che lavora nella terra” (P. Neruda)

 

Ambigui sono i simboli della patata, ancora più ambigui quelli della zucca, di cui parleremo a parte. In questa ricetta immagini e sapori di nobiltà derivano dal pepe e dal nome “timballo” che evoca il suono del timpano e gli strumenti e le forme della cucina borghese. Ma nessuno può togliere alla patata il merito di aver nutrito i poveri, anche nei giorni più bui della storia di un popolo e di aver dettato, nel 1885, a Van Gogh il quadro “ I mangiatori di patate”, un olio su tela di cm.82 x 114. Non a caso quasi tutti i libri in cui si parla di quest’opera (e anche Wikipedia) pubblicano a parte i volti dei mangiatori, perché essi esprimono, nelle ricurve anomalie dei profili e nello smarrimento degli sguardi, la forza della rivoluzione portata dal pittore nel Realismo. E la stanza in cui i mangiatori sono seduti, il buio, le lunghe pennellate che si incrociano, la scarna tavolozza sono un risoluto addio all’Impressionismo, uno “schiaffo” che colleghi e pubblico ripagarono dimenticando il pittore e le sue opere. Opere che rivoluzionarono, con i loro prezzi stellari, il mercato dell’arte del ‘900: ed è questo un mistero veramente complicato. Nemmeno il fratello di Van Gogh, Theo, importante mercante di opere d’arte, apprezzò “ I mangiatori”, e il pittore gli scrisse:” Ho voluto, lavorando, far capire che questa povera gente, che alla luce di una lampada mangia patate servendosi dal piatto con le mani, ha zappato essa stessa la terra dove quelle patate sono cresciute. Il quadro, dunque, evoca il lavoro manuale e lascia intendere che quei contadini hanno onestamente meritato di mangiare ciò che mangiano. Non vorrei assolutamente che tutti si limitassero a trovarlo bello o pregevole.” Van Gogh ruppe risolutamente il rapporto di amicizia con l’amico pittore Van Rappard quando gli sentì dire: “Converrai con me che un lavoro del genere non può essere preso sul serio. Per fortuna puoi fare meglio. Perché hai osservato e trattato tutto allo stesso modo, superficialmente? Perché non hai studiato a fondo i movimenti? Così, i personaggi sono in posa.”. Non erano in posa, i mangiatori: essi esprimevano la sorpresa e l’attenzione per qualcuno che era entrato all’improvviso nella loro intimità. Van Gogh aveva immaginato che la stanza in cui i contadini consumavano il loro pasto fosse aperta verso gli spettatori, e che i protagonisti dell’opera non sopportassero di essere osservati. Nella sua ode alla patata Pablo Neruda ricordò che il suo primo nome fu “pata” e non “patata”, “non nascesti castigliana/ sei scura, come la nostra pelle/ siamo americani, siamo indios, / profonda e soave sei,/polpa pura, purissima / rosa bianca….”. Quando la patata venne introdotta in Europa e qualcuno decise di offrirne al Papa un copioso rifornimento, sembrò sconveniente presentarla col suo antico nome “papa”: il Papa si sarebbe offeso. E dunque il nome “papa” venne sostituito dal castigliano “batata”, e da qui “patata”.

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