Le donne del pittore Passarelli:“Che si fa? Scendiamo in piazza a festeggiare lo scudetto?”

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Il titolo vero del quadro che Carlo Passarelli dipinse tra il 1910 e il 1911 è “Il giornale”. L’olio su tela (cm. 65 x 50) fa parte della collezione d’arte della Città Metropolitana di Napoli e fornisce testimonianza dell’attenzione che l’artista nato a Napoli nel 1860 e morto dopo il 1916 dedicò alle “novità” sociali e culturali degli ultimi anni dell’Ottocento e dei primi del Novecento, e, in particolare, alla trasformazione del ruolo della donna.

 

Stamattina, al bar, una gentile signora leggeva ad alta voce sul giornale, per due sue amiche, l’elenco dei provvedimenti adottati dalle autorità partenopee per far sì che la festa per lo scudetto del Napoli resti una festa, solo una festa, dal primo all’ultimo minuto: e di tanto in tanto proponeva alle amiche, che intanto sorbivano un lungo caffè, l’itinerario da seguire per raggiungere la città e partecipare, in qualche piazza importante, allo spettacolo eccezionale. Il trio mi ha ricordato – è una deformazione percettiva, ormai – le tre donne del quadro di Carlo Passarelli, un pittore napoletano condannato a restare in seconda fila dalla sua dispersiva ispirazione, sollecitata ora dalla pittura di genere, ora dal ritratto, infine dall’arte industriale e, ci dice Wanda Prevedello, dal disegno applicato ai ricami e a decorazioni “fini ed eleganti”. Il quadro “Il giornale” ci conferma che il pittore seguì con interesse e con favore la complicata “battaglia” che le donne conducevano per conquistare nuovi diritti e per rendere più significativo e incisivo il loro ruolo nel sistema sociale. E giustamente gli studiosi ci ricordano che tra l’Ottocento e il Novecento vennero fondati giornali e riviste “dedicati al pubblico femminile”, per esempio il periodico scientifico e artistico “Vittoria Colonna” – il titolo era già un programma – e le riviste “Regina”, “Il diritto delle donne” e “Vita magistrale femminile”. E mi piace ricordare il contributo che “alla battaglia” diedero Matilde Serao, Ada Negri, Sibilla Aleramo e Grazia Deledda, che meritò, nel 1926, il Premio Nobel. Scrive la Prevedello che “le donne di Passarelli risultano essere una mera commistione tra la donna exemplum virtutis” – la donna “casa e chiesa” – “e la donna del futuro, attenta e informata sui fatti sociali, politici e culturali della società in cui vive”. Non mi piace quel “mera commistione”, ma non è il momento delle polemiche. Nel quadro “Il giornale” i due modelli di donna sono presenti e vengono correttamente definiti dall’artista. Le due signore che ascoltano sono certamente tradizionali “signore da salotto”: ce lo dicono i colori e il taglio dell’abbigliamento, la collana e il bracciale, il taglio delle chiome, la “posa” elegante. Il loro ambiguo sorriso indica, a parer mio, non attenzione, ma la distanza che le separa dalla donna che legge, concentrata e a voce alta, il giornale. E non proprio da salotto sono il suo modo di sedere sul muretto, la gonna stretta sui fianchi  ( la Prevedello li definisce “prosperosi”) e tirata su, tanto da scoprire le caviglie, e dipinta con un blu intenso e contemporaneamente addolcito dal gioco delle pieghe: un blu impetuoso  che ricorda Vincenzo Migliaro e che, insieme al sapiente movimento della cintura pendula, serve a “portare” la lettrice verso l’osservatore e ad allontanarla, in ogni senso, dai delicati colori, dai leggeri tocchi di pennello e dalle velature di cui si è servito Passarelli nel dipingere le altre due signore. Sarà pure un pittore di seconda fila, l’autore di questo quadro: ma variando l’intensità delle macchie di verde della vegetazione egli riesce a darci la misura della profondità delle scena, e con il cestino di fiori splendenti poggiato sul muretto ci esorta a notare, e a dare importanza, alla struttura circolare formata dalle tre signore. Anche le due signore “da salotto” un giorno sentiranno il bisogno di leggere il giornale.