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Una volta, passeggiando tra le lussureggianti campagne sommesi, verso le pendici più basse del territorio di Somma, a circa due chilometri dal centro cittadino, si raggiungeva l’isolata e artistica chiesa di San Sossio. Era l’epoca dei campi profumati e delle terre verdeggianti di cui si circondava la città di Somma.

 

Il Santo, a cui è dedicata la chiesa, nacque a Miseno nel 275 d.C. e morì decapitato alla Solfatara di Pozzuoli il 19 settembre del 305. Era uno dei tanti compagni del Vescovo Gennaro. Il suo corpo fu traslato a Miseno il 23 settembre dello stesso anno.

Le origini di questo luogo sacro debbono essere molto antiche. A riguardo le prime notizie sono alquanto scarse e relativamente limitati sono i riscontri documentali, in quanto la costruzione veniva a trovarsi un po’ tagliata fuori dalla vita pubblica del paese e immersa in quella estesa e fertile campagna che dalla Terra di Somma si protraeva nella vicina città di Marigliano.

La chiesa, con l’adiacente costruzione, era una vasta grancia (struttura produttiva religiosa) appartenente alla giurisdizione ecclesiastica della Diocesi di Nola, a cui già nel 1561 spettava il diritto di nominare il rettore, come afferma il compianto prof. Raffaele D’Avino. Un’ altra notizia, citata nella Santa Visita del Vescovo Antonio Scarampo,  ci attesta che la chiesa non solo era diruta et sine porta et era magazenum, ma in uno  stato di abbandono totale. Non è un caso che nelle Sante Visite successive non fu più menzionata.

La chiesa, con il suo immenso territorio, fu concessa dal Vescovo di Nola Mons. Gianfrancesco Bruno (vescovo dal 1505 fino alla morte avvenuta nel 1549) in enfiteusi perpetua col censo di cento ducati l’anno a Bartolomeo Camerario, che era il Conservatore del Regio Patrimonio e Provveditore all’abbondanza del Papa Paolo IV (1476 – 1559). L’erede di D. Bartolomeo, Donna Isabella Camerario, moglie del patrizio napoletano Tiberio Brancaccio (+ 19/11/1592), volendola donare ai Padri della Compagnia di Gesù del Collegio di Napoli, risolse il tutto con l’affrancazione del censo il 26 giugno del 1579.

I Gesuiti, con il loro operato, subito la riadattarono con le nuove forme barocche, che ancora oggi permangono. Vi edificarono accanto una spaziosa costruzione per il loro soggiorno in tempo di riposo, di divertimento e di vendemmia. Qui – continua Raffaele D’Avino –  i Padri venivano a rilassarsi durante le interruzioni delle loro infaticabili studi e delle loro ininterrotte applicazioni. Il luogo era molto adatto e indicato per i periodi di svago e abbastanza lontano dalla comunità, immersa in una pace campestre non comune.  Nel 1712, la  chiesa fu consacrata da Fra Vincenzo Maria Orsini (1649 – 1730) dell’Ordine dei Predicatori, all’epoca eminentissimo Cardinale ed Arcivescovo di Benevento, divenuto infine Pontefice nel 1724 con il nome Papa Benedetto XIII. Con la prammatica del 21 ottobre del 1767, abolita la Compagnia di Gesù, i padri furono espulsi dal regno ed i beni sequestrati e messi a disposizione del governo, che istituì una Azienda generale al fine di amministrare i beni del soppresso ordine. La chiesa, quindi,  passò prima all’Azienda gesuitica e poi dagli atti esecutori del concordato, fu assegnata, in supplemento di dotazione, ai Padri Domenicani del Convento di San Domenico Maggiore di Napoli. Nella Santa Visita del 1815 di Mons. Vincenzo Maria Torrusio fu trovata bentenuta e fornita di paramenti sacri. Più tardi, però, verso il 1821, la chiesa non solo fu trovata in cattive condizioni, ma addirittura non si celebravano messe. Fu questo il motivo per cui fu interdetta al culto. Nel 1837, versava ancora in uno stato di abbandono deplorevole, quando la sorte volle che il signor Gaetano Manzi, proprietario dell’intera masseria ove sorgeva la struttura, la chiese in cessione dai Padri Domenicani, obbligandosi a riadattarla a sue spese e a riaprirla ad uso pubblico. Con rescritto sovrano del 9 maggio 1838, i PP. Domenicani di Napoli autorizzarono la cessione al Sig. Manzo Gaetano. L’ istrumento del 6 settembre 1843 fu firmato tra i detti Padri e D. Gerardo Manzo, figlio di d. Gaetano. Nel 1845 finalmente la chiesa, per la gioia dei contadini, fu benedetta dal Vicario Foraneo, come attesta lo storico Francesco Migliaccio. Oggi la sacra struttura ricade nella giurisdizione ecclesiastica dell’ antica parrocchia di Santa Croce, il cui beneficio parrocchiale è ora passato nella chiesa di  Santa Maria del Pozzo. La costruzione si presenta con una notevole proporzione in confronto alle piccole cappelle rurali sparse per le campagne. L’edificio accanto accoglie il grande edificio scolastico dell’Istituto Industriale. L’ingresso artistico – continua D’Avino –  ripete le forme degli sfarzosi portali settecenteschi, molto comuni in Campania, con sovrapporta a cornice spezzata, sorretta ai due lati da due colonne impostate su alti piedistalli. L’interno conserva la sagrestia che, nel 1844, era  lunga circa palmi trenta e larga circa palma venti. Ancora vi sono i sontuosi rifacimenti barocchi, con gli stucchi mirabilmente lavorati e composti. Gli stessi decorano le cappelle laterali e il magnifico scomparto dell’altare maggiore. A di sopra della zona d’ingresso, il ligneo parapetto del coro ancora conserva le linee curve del tardo barocco e le auree decorazioni sulle cornici massicce. Tra le suppellettili sacre, spiccano i due confessionali lavorati in legno ed un semplicissimo altare al di sopra del quale troneggia un grande dipinto su tela raffigurante la decapitazione di San Sossio.  Accanto, infine, il busto del Santo con le reliquie incastonate sul petto. Una chiesa questa – conclude D’Avino – che è riuscita a conservare immutate le sue caratteristiche attraverso i secoli in un luogo ancora di pace e tranquillità.