La cattura di Messina Denaro: applausi scroscianti e domande che aspettano risposte

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La storia, le cronache, i film hanno indotto noi Italiani a vedere sempre  zone d’ombra nella lotta che lo Stato conduce contro la mafia, e a convincerci – una convinzione sempre più salda – che su certe vicende non sapremo mai la verità nella sua interezza. La “profezia” di Salvatore Baiardo. La malizia di Luciano Liggio. Correda l’articolo l’immagine di un disegno opera di Peppe Fava, il giornalista che la mafia uccise il 5 gennaio 1984.

 

La cattura del “padrino delle stragi”, latitante da 30 anni, è il risultato dell’indagine meticolosa condotta negli ultimi mesi dalle forze dell’ordine, che, informate del cancro al colon, con metastasi al fegato, di cui soffre Matteo Messina Denaro, hanno controllato gli elenchi dei malati e i “database” degli ospedali e infine hanno avuto la certezza che il boss aveva assunto l’identità di Andrea Bonafede: e con questo nome egli stava in fila nella clinica palermitana “La Maddalena”, dove i carabinieri lo hanno arrestato, mentre era in attesa di sottoporsi al tampone di controllo  e poi al trattamento chemioterapico prenotato giovedì. Il vero Andrea Bonafede “seppure finora incensurato, è il nipote di Nardo Bonafede morto qualche anno fa e capo della famiglia mafiosa di Campobello, legatissimo a Francesco Messina Denaro, padre di Matteo” (Corriere della Sera, 17 gennaio): ci dicono i “media” che sta rispondendo alle domande dei giudici.  Teo Luzi, il comandante generale dei carabinieri, ha dichiarato che “non ci sono trattative e misteri dietro la cattura: questo risultato straordinario deve essere dedicato a tutte le vittime di mafia.” (Corriere della Sera, 17 gennaio). Maria Falcone, la sorella di Giovanni, ha fatto notare al giornalista del “Corriere della Sera” che l’esultanza della gente ieri per strada è un’immagine ben diversa da quella dei parenti dei boss che a Palermo inveivano, negli anni passati, contro gli agenti e contro i funzionari: forse qualcosa sta cambiando nella società, anche se Maurizio De Lucia, Procuratore capo di Palermo, non ha dubbi: il boss “ha goduto di protezione e appoggi da una fetta della borghesia mafiosa”. Nicola Di Matteo, fratello di Giuseppe, il bambino di 12 anni che Messina Denaro strangolò e fece sciogliere nell’acido, perché era figlio del pentito Santino, ha riconosciuto che lo Stato dimostra di essere presente. E’ stato scoperto anche il covo del boss, un appartamento a Compobello di Mazara, intestato al vero Andrea Bonafede: le forze dell’ordine vi hanno trovato abiti firmati e profumi, ma non le carte: né quelle di Messina Denaro, né quelle  di Totò Riina, conservate nella villa di Palermo, in una cassaforte che i carabinieri trovarono aperta e vuota: Maria Falcone ha ricordato che le forze dell’ordine perquisirono la villa di Riina solo tre settimane dopo l’arresto del capo dei capi, e quindi fu concessa a qualcuno – quasi certamente proprio a Matteo Messina Denaro, che di Riina era il pupillo – la possibilità di portare via tutto: è questa “un’area grigia”, una delle tante su cui bisogna far luce. Le domande che aspettano una risposta completa e esauriente non sono poche: i telegiornali ci dicono che è sotto inchiesta  il medico di Campobello di Mazara che ha curato il “falso” Bonafede. Ma il boss è stato operato al colon nel 2020 e, nella clinica “La Maddalena”, nel maggio del 2022, e il funzionario di qualche amministrazione avrà dovuto fornirgli un documento d’identità e una tessera sanitaria “falsi”. Una donna, anche lei in cura chemioterapica nella clinica palermitana, ha raccontato, dopo la cattura del boss, che il falso Andrea faceva la chemio con lei “ogni lunedì”, che “era una persona molto gentile, dava il suo numero di telefono alle mie amiche, mandava messaggi a tutti e ha scambiato messaggi con una mia amica fino a questa mattina. Lei è ora choc a casa”. Messina Denaro si muoveva liberamente nel suo territorio: e lo diceva già Sciascia che i capi della mafia non si allontanano mai dal loro territorio. Sui “social” molti stanno ricordando l’intervista che Massimo Giletti fece, per “Fantasmi di mafia” ( in onda su “La7”), a Salvatore Baiardo, ex gelataio di Omegna e già prestanome dei boss Graviano. Disse il Baiardo: “Presumiamo che uno come Matteo Messina Denaro sia molto malato e faccia una trattativa per consegnarsi lui stesso, per fare un arresto clamoroso.. L’unica speranza dei Graviano (di uscire dal carcere) è che venga abrogato l’ergastolo ostativo”: profetizzava l’intervistato “un regalino al prossimo governo”, per convincerlo a modificare la legge sull’ergastolo. Questo “regalino” era “uno storico arresto come quello di Messina Denaro” (Corriere della Sera, 17 gennaio). La malizia della mafia. Il maxiprocesso di Palermo contro la mafia si aprì nel febbraio del 1986. Per mesi Luciano Liggio tacque. Infine, al Presidente della Corte che gli domandava se conoscesse Salvatore Riina e Bernardo Provenzano, Liggio rispose “ Riina sta nel mio cuore, ma questo Provenzano non lo conosco”. Tre anni dopo un giornalista di “ Repubblica” ( 23-3-1989), ricordando l’episodio, esprimeva il sospetto che Luciano Liggio si fosse servito dell’aula del tribunale, dell’occasione fornitagli dalla domanda del magistrato, e dei giornalisti, per mandare una “mmasciata” a chi aveva il dovere di ascoltare e di capire: il mio erede è Riina, non è Provenzano.