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Aspettando che Cavalieri nel vento, il film biografico su Ivan Graziani, si concretizzi e arrivi presto nelle sale e in TV, rendiamo tributo al percorso artistico e all’affascinante mondo del grandissimo cantautore e chitarrista, molto amato dal suo pubblico ma troppo spesso dimenticato dal suo stesso ambiente. Lo facciamo, soprattutto a beneficio delle nuove generazioni, certi che tutti ne saranno molto presto incuriositi e affascinati proprio grazie all’atteso film.

Nato a Teramo, viene da una regione molto particolare come l’Abruzzo, in passato terra di confine fra Stato della Chiesa e Regno delle Due Sicilie e, come molte terre di confine, diventata zona di contrasti estremi, gli stessi che in pochi chilometri accostano la spaziosità del mare adriatico e la minacciosità del Gran Sasso cantata nell’omonimo brano del 1983. Questo paesaggio ha finito immancabilmente col condizionare anche la creatività dei propri figli, poiché gli artisti abruzzesi hanno in gran parte manifestato una decisa propensione all’estremismo, senza mediazioni: basti pensare a Ovidio o a D’Annunzio (cui Ivan ha dedicato un brano nel 1978) e alla loro spudorata disinvoltura nel parlare d’amore.

Le musiche e i testi, la voce e gli atteggiamenti di Ivan Graziani sono di una semplicità oltraggiosa, nonostante la complessità e la ricercatezza. Un vero e proprio sberleffo per quelli che se la tirano (e il mondo dello spettacolo ne ha piene le tasche) e che vincono per mestiere. Lui con la chitarra sapeva fare cose che pochi s’immaginano e riusciva a raccontare storie terribili con la naturalezza di chi si è seduto a fianco ai protagonisti, ascoltando con tolleranza sincera la loro storia, senza mai giudicarli.

Dada (che vive una storia d’amore con sua cugina ed è coinvolta, suo malgrado, in vicende di droga e violenze), Attilio, Raimondo, Paolina, Federica (che è messa alla gogna dalle solite malelingue per una presunta storia d’amore con un uomo più maturo di lei), Lello, Isabella. Sono personaggi normali e reali, con le loro miserie umane, piccole storie ignobili di provincia, intrise di un’umanità palpitante, troppo vera, raccontati in musica da quella faccia di abruzzese pulito dietro quegli occhiali assurdi, inguaribilmente imprudente e fuori dal coro.

Ivan della sua origine è sempre stato molto orgoglioso, al punto da affermare convinto che il rock era nato in Abruzzo: “Il rock è nato in Abruzzo, non perché io sia abruzzese, ma perché nella seconda metà dell’ottocento in America c’erano più abruzzesi che indiani. Perché l’abruzzese ha una cosa importantissima musicalmente parlando, che è il saltarello, che ha le basi di una chitarra battente, un ritmo tipicamente rock. E allora, siccome gli americani non hanno mai inventato niente e mai lo inventeranno, la parte nera l’hanno presa dai negri e quella bianca l’hanno presa da noi abruzzesi. Per questo, quando qualcuno mi attacca e dice: ma tu tratti male gli americani e gli inglesi, però suoni il rock & roll; io rispondo semplicemente che sto suonando la mia musica”.

 Il finire degli anni Settanta vede Graziani reagire diversamente alla crisi d’ideali che comincia a fare capolino in quel periodo, dopo anni caratterizzati da lotte dure, molto ideologizzate. Ivan, infatti, pone l’accento su una vena malinconica e intimista scrivendo canzoni profonde e struggenti come Agnese: Io vado in bicicletta per sentirmi vivo, alle cinque di mattina con la nebbia nei polmoni, però non c’è più Agnese seduta sul manubrio a cantar canzoni, a cantar canzoni. Il brano inizia con una citazione da While my guitar gently weeps dei Beatles (Ivan nutriva una grande stima per i baronetti della canzone) verso tradotto quasi letteralmente: Se la mia chitarra piange dolcemente…, per poi inoltrarsi in una delicata galleria d’immagini nostalgiche che rimandano con la mente a giorni lontani e felici mentre il presente del protagonista è fatto di nebbia nei polmoni quando va in bicicletta di mattina presto.

Come per le sue altre celebri canzoni inseribili in questo filone, da Firenze (canzone triste) a Lugano addio, anche per Agnese va rilevata la grande capacità dell’autore di abbinare un cantato che trasmette il senso di rimpianto per qualcosa che si è perso, a bellissime e delicate immagini che portano allo stesso tempo ricordi dolci e amari. La canzone fu anche al centro di un caso quando, molto tempo dopo la sua uscita (nel 1998), Phil Collins pubblicò un brano dal titolo A groovy kind of love che musicalmente era in sostanza identico ad Agnese. In realtà Phil Collins non aveva plagiato Graziani, ma semplicemente entrambi gli artisti avevano rielaborato il brano Sonatina op. 36 n. 5 in sol maggiore (parte 2) di Muzio Clementi, musicista del ‘700, spesso presente nei libri come esercizio di pianoforte.

Come non ricordare la splendida Lugano addio (di due anni prima), secondo alcuni il capolavoro assoluto di Ivan Graziani. Sicuramente uno dei suoi pezzi più celebri e belli. Una melodia incantevole e struggente fa da sfondo a una storia piena di nostalgia per un ricordo di tanti anni prima legato a una donna alla quale il cantautore abruzzese dedica dei versi che sono entrati di diritto nella storia della canzone italiana: Le scarpe da tennis bianche e blu, seni pesanti e labbra rosse e la giacca a vento. Uno splendido ritratto della vasta galleria dei personaggi femminili di Ivan, quello di Marta che cantava Lugano addio, il canto degli anarchici, e che parlava di frontiere, finanzieri e contrabbando. Il brano è pervaso da un profondo senso di nostalgia reso in maniera molto efficace dal cantato sospeso di Ivan che grazie al suo marchio di fabbrica, quell’inconfondibile falsetto (che per l’occasione diventa proverbialmente etereo e delicato), fa immedesimare l’ascoltatore trasmettendogli lo struggimento per quei ricordi intensi, nonostante siano minati dal trascorrere del tempo. Addio Lugano bella, dunque, è un canto anarchico e molto probabilmente Ivan fa riferimento proprio a questa canzone popolare quando canta: Lugano addio cantavi mentre la mano mi tenevi, addio cantavi e non per falsa ingenuità tu ci credevi e adesso anch’io che sono qua. Oh, Marta mia, addio! Ti ricordo così: il tuo sorriso e i tuoi capelli, fermi come il lago. La figura di Marta era ispirata a una ragazza di Urbino amica di Anna Maria Bischi, moglie di Ivan.

Un altro tema molto interessante che ha da sempre affascinato Ivan è l’imprudenza, come quella che viene fuori nel brano Monna Lisa del 1978. Costruita su un testo descrittivo molto efficace, è una delle migliori ballate rock-blues italiane di sempre. L’idea di fondo è geniale: il furto della Gioconda a scopo di esproprio proletario con fini culturali. Bob Dylan diceva che l’arte non va messa nei musei e che i quadri famosi dovrebbero essere esposti nei bar e nelle case della gente comune. Il protagonista di Monna Lisa sembra far suo questo principio perché la scuola è una gran cosa, soprattutto se t’insegnano ad amare i capolavori del passato, però è un peccato che tu non li puoi vedere, né toccare. S’introduce, dunque, nottetempo nel Louvre e ruba il celebre quadro di Leonardo Da Vinci. Il testo è giocato su un’ironia tipica di Ivan con frasi di grande potenza narrativa venate da un forte sarcasmo che sfocia talvolta nella comicità: Il custode parigino che spiava le bambine dell’asilo, ora ha la bocca piena di biglietti del museo. Lassù una civetta urla ed io non ho ancora iniziato il mio lavoro! La cultura mi sorride fra le ombre e le tende di velluto e io sto torturando la tela col rasoio e con le unghie, il custode si lamenta, probabilmente vuole un’altra botta in testa. Musicalmente molto ricca e accattivante è caratterizzata da un bel ritmo e da un ritornello irresistibile. Ivan dichiarò: “Sfido chiunque a musicare parole come quelle di Monna Lisa con un genere musicale diverso dal rock. Per inseguire quelle parole, specialmente negli stacchi, sono andato letteralmente al manicomio”. Il brano fu ispirato dall’episodio del folle che sfregiò a colpi di martello la Pietà di Michelangelo, oltre che da un viaggio che egli fece a Parigi con visita al Louvre con tanto di salato biglietto d’ingresso…

In attesa che la pausa forzata a causa del Covid 19 finisca presto in modo che il film possa essere completato sullo sfondo dell’incantevole scenario rinascimentale della splendida Urbino, riascoltiamo le sopracitate e le tante altre bellissime perle della lunga e valida produzione di Ivan.