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Il tema delle “vite da scarto”, esaminato da Z. Bauman e da L. Wacquant in riferimento alla società del neoliberismo globale. La prospettiva stravolta dalla pandemia, che alla cultura economica e sociale del neoliberismo ha inferto un colpo mortale. La speranza dei populisti che la crisi economica mondiale demolisca il sistema delle democrazie e apra la strada a nuovi “sovrani”. Le riflessioni di Cacciari e quelle di Bernardo Valli sull’idea della morte. Siamo tutti “vite da scarto”, e perciò la reazione dei gruppi sociali alle conseguenze politiche della pandemia non è prevedibile. “Non io”, il volto “spezzato” nel quadro di Filippo Robboni.

 

Prima del febbraio del 2020, prima del virus, le “vite da scarto”, elencate nel libro di Z. Bauman, erano tutte le vittime  costrette a offrire il loro sangue al neo liberismo spietato della società globale: i migranti, i richiedenti asilo, i profughi dalle guerre, i lavoratori in nero che venivano da fuori, e quelli “nostri”, i perdenti interni, i lavoratori a tempo, quelli condannati al limbo degli esuberi, quelli che la mattina trovavano chiusi i cancelli dell’azienda in cui avevano lavorato fino al giorno prima, e venivano informati da un cartello che l’azienda aveva trasferito armi e bagagli in un altro Stato, – e a voi la Madonna vi accompagni-. Dovremmo ricordare che prima dell’arrivo del virus i telegiornali raccontavano ogni sera le manifestazioni di lavoratori che le aziende avevano lasciato, come diciamo a Napoli, in mezzo a una strada, e i comizi dei sindacalisti, e le solenni dichiarazioni di qualche ministro che diceva tutto senza dire niente. Perché, signori miei, l’economia del neoliberismo globale vuole che i capitali siano liberi di circolare – come il virus, viene da dire- alla ricerca dei luoghi in cui è più conveniente depositarsi, e dei portafogli in cui è più sicuro sistemarsi, e sono sempre gli stessi portafogli: ed è pure giusto, perché la sicurezza  è un pregio che non si costruisce all’istante, ma viene dall’esperienza e dalla lunga pratica. Dunque, fino a gennaio le “vite da scarto” subivano un destino simile a quello degli scarti veri, dei rifiuti ammassati nelle discariche, a far da base a loschi affari e all’abbraccio tra politici e criminali. Le “vite da scarto”, i “reietti”, venivano relegati nelle periferie, nelle bidonville, e i populisti se ne servivano come bersaglio per il loro programma di “fare pulizia”: e anche qualche partito, diciamo così, di sinistra, si dichiarava d’accordo e assisteva, in complice silenzio, allo smantellamento dello Stato sociale. A metà dicembre 2019 il “Corriere della Sera” e il “New York Times” pubblicavano insieme “Turning Point”, i “Punti di svolta” che nel 2020 avrebbero cambiato le nostre vite: i problemi del clima, le minacce alla foresta amazzonica, la guerra commerciale con la Cina.  E le Olimpiadi di Tokyo e le elezioni negli Stati Uniti.

Ma poi venne il virus. E vennero le lunghe file di automezzi militari che trasportavano le bare nei cimiteri che avevano spazi liberi; e i poveri cristi che morivano soli nei letti degli ospedali; e gli intubati; e i malati ammassati nelle case di riposo, e il dramma delle Regioni che hanno smantellato la sanità pubblica, la coscienza tranquilla del governatore della Lombardia, le schiere dei luminari spenti nominati dal Governo, la pioggia di decreti, il blocco del sistema economico, le rigide limitazioni alla libertà personale, la quarantena sistematica, la chiusura delle scuole. E l’eroismo di medici e infermieri, le solite manovre degli “sciacalli”, la tragedia che si colorava e si colora di commedia, come accade da sempre. Parve, in un primo momento, che il virus colpisse solo i vecchi: e poiché i vecchi nella società del neocapitalismo globale sono per definizione “vite da scarto”, neoliberisti e populisti ne furono contenti. Ma poi il virus cominciò a colpire tutti, e continua a prendersi gioco di virologi, di scienziati, di profeti.“Sentiamo” di essere tutti “vite da scarto”, e non perché abbiamo tutti paura della morte e tutti saremo travolti dalla catastrofe finanziaria. Siamo tutti “vite da scarto”, perché il virus ci ha strappato due forme del “sentire” e del pensare, “lo spazio” e “il tempo”, su cui si costruiscono, diceva Kant, il nostro conoscere e il nostro essere. “L’io” lo sentiamo come “Non io”, e giustamente Filippo Robboni ha intitolato “ Non io” il volto” strappato” del quadro che correda l’articolo. Come ha scritto Massimo Cacciari (l’Espresso, 10 maggio) il virus ci sta addestrando ad accettare severe limitazioni di libertà e di diritti, a diventare a poco a poco “servi del Sovrano”, a trasformarci da subito in “numeri” per Amazon, Google e “per il colossale sistema dei big-data”, che stanno raccogliendo “miliardi di ulteriori informazioni” e smantellando “ogni residua privacy”. Cacciari teme che si stia delineando una svolta autoritaria nelle democrazie dell’Occidente, fatte a pezzi dalla pandemia, dalla miopia dell’Unione Europea, dal disastro economico, dalle dichiarazioni di guerra di Cina, di Russia e degli Stati Uniti. E anche a livello locale, nelle Regioni e nei Comuni c’è chi organizza i soliti “colpi” nella persuasione che lo stato di emergenza “distragga” l’opinione pubblica.

Ma forse conviene ai potenti muoversi con cautela. Come ha notato Bernardo Valli, il virus sta cambiando il nostro rapporto con l’idea della morte, modificando, come dicevo prima, la nostra percezione dello spazio e del tempo. Se i potenti dei vari livelli leggessero le riflessioni di Philippe Ariès, “lo storico della morte”, saprebbero che una società persuasa della precarietà del vivere non è prevedibile nelle sue azioni, e anche nelle sue reazioni alle trame del potere: è capace di girarsi dall’altra parte e di fingere di non vedere, ma è anche capace di fare sconquassi. Senza perdere tempo a domandarsi se in piazza ci sono tutti, o se ci si muove solo in pochi.