Il temperamento dei Napoletani e quello dei Vesuviani…

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Gli intellettuali Napoletani del Settecento e del primo Ottocento pensavano che non ci fosse differenza alcuna tra il carattere dei Napoletani e quello dei Vesuviani. Furono i viaggiatori stranieri i primi a notare che c’era una sostanziale differenza di temperamento anche tra i Vesuviani della costa e quelli dell’interno. E vedremo, in un altro articolo,  che i pittori confermarono questa idea. La “metafisica del silenzio” nella cultura dei Vesuviani dell’interno. L’immagine di corredo è quella di un quadro di Oswald Achenbach “Una strada di Pompei”.

 

“Li Napoletani sono di un temperamento acceso, a cagione del gran solfo che hanno nel sangue, loro comunicato dalle minerali che sono in quest’aria, e del clima; e questo fa sì che siano di mente svegliata, e pronta a voltarsi a tutte le cose, , e perciò atta a vestire in un momento  tutte le passioni, ma non tanto stabili e fermi nel ritenerle, a cagione che, ancorché siano malinconici di temperamento, sono accensibili ed impetuosi. La grande vivacità di pensiero fa ancora che siano alla malizia abilissimi”:  così scrisse, tra il 1709 e il 1710, Mattia Doria. Alla fine del ‘700 Iannucci e Galanti fecero proprie le idee di Mattia  Doria sul carattere dei Napoletani e a metà dell’’800 Salvatore De Renzi ritenne di poter confermare, alla luce della scienza medica, che nella natura e nel carattere i Vesuviani erano Napoletani, insomma che non esisteva uno specifico carattere vesuviano. Ma forse tutti peccarono, un poco, di superficialità, per difetto di metodo. Se avessero lavorato sul campo, se non si fossero lasciati ingannare dalla sirena della centralità di Napoli, e, forse inconsapevolmente, dai pregiudizi sui “ cafoni ”, avrebbero visto che il Vesuvio costruiva una specifica identità vesuviana forgiandola con la forza del fabbro che lavora di maglio, e con la paziente finezza dell’ orafo che cesella ricami . Anzi, se avessero approfondito la questione, avrebbero scoperto che dall’officina del vulcano venivano fuori due identità vesuviane: quella dei Vesuviani della costa, quella dei Vesuviani dell’interno.  Per capirlo bastava leggere le memorie dei viaggiatori, le relazioni degli Intendenti e dei Prefetti, le statistiche che hanno misurato, dall’eruzione del 1821-22 in poi, i modi e le misure del vivere e del morire. E’ diversa perfino la lingua con cui i due popoli vesuviani parlano con i santi e con le Madonne. E’ anche una questione di prospettive: quelli della costa il Vesuvio ce l’hanno di fronte, tutto intero, incombente nella sua nudità minacciosa, e sono abituati a confrontarsi, ogni giorno, con le sue forme e con i suoi colori. Non ne hanno paura, infine, anche perché oppongono all’idea del fuoco l’immagine del mare, vitale: il mare dei pescatori, dei corallari, dei  velieri e dei vapori che sbarcavano grano e imbarcavano pasta. E poi la prima ferrovia,  Quisisana, Sorrento, i cortei di turisti incantati, le ville del Miglio d’Oro, i pittori. Il Vesuvio delle escursioni è quello che si affaccia sul mare. Giustino Fortunato vi sale, in una passeggiata notturna, dopo l’eruzione del 1872. Parte da Resina, segue il sentiero tra    “ vigneti e boschetti d’aranci ”: “ sentivamo la frescura  e il profumo dello zeffiro che alitava per quei dintorni ”.  Dalla cima contempla il golfo di Napoli, la marina di Portici e di Torre del Greco, poi, al sorgere del sole, guarda ad oriente: “ il cielo era ancora di un azzurro grigio, ma dietro la catena di Monteforte cominciava a sfumarsi in rosso carico: poche nubi, a lunghe falde, si stendevano al di sopra di questa luce misteriosa. Il vallone circolare, che divide il cono dai picchi del monte Somma, durava sempre nell’oscurità; la nebbia del mattino pendeva fitta e uguale sulla valle di Nola “.  Somma,  Sant’ Anastasia, Ottajano, Boscotrecase non esistono, l’oscurità li sommerge. Era il luogo del silenzio.  Di questa metafisica del silenzio nelle terre vesuviane al di qua  hanno parlato i visitatori “ eccentrici ” con una attenzione e una sorpresa che trovano la loro giustificazione nel confronto con i rumori continui e assordanti della città più chiassosa d’ Europa. Il silenzio del Vesuvio  diventa un simbolo: di molte cose: prima di tutto, di riflessione sugli “ strepiti “ delle eruzioni – lo “ strepitoso ” monte – , e di attesa: è un silenzio ambiguo come una delle molte maschere di Dioniso. E’ l’ambiguità del fuoco, descritta da Piero Camporesi: Elemento anfibio e ambivalente, nel sec.XVII poteva identificarsi con lo Spirito Santo, con l’ardore della santità, col lume della scienza e il fervore dello spirito, ma anche con la lussuria, la concupiscenza, la vendetta, l’inganno dell’ Anticristo, la pena eterna, il fuoco del giudizio.  L’ambiguità del Vesuvio è nell’ immaginario dei  “ viaggiatori “ che hanno visitato anche il Vesuviano interno: Macrino, De Salis Marschlins, Lear, Mayer, Tarchetti, Gregorovius, Sarmiento, Chalon, Pellet,  Benjamin, Soldati. La intuì, a metà dell’ Ottocento, anche Scipione Volpicella,  ma nessuno ne esprime il senso meglio di Nicola Covelli, che, conclusa l’eruzione del ’21, scrisse:  Quando il Vesuvio si giace in quel corpo silenzioso e par che in esso tutto sia morte, evvi una vita arcana che, mistero della natura, si nasconde all’ occhio profano del volgo. Il naturalista, il filosofo ministro o interprete di questo mistero, vi vede mille e mille chimiche forze, le quali sono in perpetua attività, ed ora concordi, ora nemiche, compongono, creano, distruggono e danno nascimento a mille opere meravigliose, le quali sotto un velo sacro si ricoprono, aspettando che mano animosa e perita giunga ad alzarlo, e mostri che meraviglioso e quasi incredibile spettacolo vi ha, dove i profani non veggono che pietre fumiganti e sterili sabbie. “  Ma tutti dipendevano da Chateaubriand : “ritrovo qui quell’assoluto silenzio che ho osservato altre volte a mezzogiorno, nelle foreste dell’ America, quando, rattenendo il respiro, non udivo che le pulsazioni delle arterie nelle mie tempie e quelle, più forti, del mio cuore.”.