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Il “reddito d’inclusione”

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Il “reddito d’inclusione” è diventato finalmente legge dello Stato con l’approvazione in via definitiva da parte del Senato, dopo il sì della Camera alla fine del luglio dello scorso anno.

Arriviamo per ultimi in Europa, ma va pur sottolineato che per la prima volta si interviene contro la povertà assoluta con una misura strutturalmente inserita nel bilancio dello Stato e unica su tutto il territorio nazionale. Insieme al reddito è prevista una serie di servizi alla persona, di cui pure la legge dispone il riordino, nell’ambito di un piano personalizzato per ciascun nucleo familiare, rivolto a incentivare l’inclusione sociale. Con l’impegno a seguire corsi di formazione per favorire la ricerca di un lavoro, per esempio, o a mandare i figli a scuola e a vaccinarli. Il provvedimento viene presentato come universale, ma in concreto non lo è perché – stante la limitatezza delle risorse – arriva a coprire poco più di un terzo dei potenziali destinatari. Quindi i beneficiari saranno individuati prioritariamente tra i nuclei familiari con figli minori o con disabilità grave o con donne in stato di gravidanza o con disoccupati con più di 55 anni. Per gli stranieri sarà richiesto il requisito di un minimo di durata della residenza sul territorio nazionale. L’erogazione sarà subordinata alla “prova dei mezzi”, quindi si terrà conto dell’Isee (Indicatore della situazione economica equivalente), dell’effettivo reddito disponibile e degli indicatori della capacità di spesa. Saranno i Comuni, con il monitoraggio nazionale del ministero del Lavoro e il contributo dell’Inps, a gestire operativamente il reddito. Quella approvata – e bisogna dirlo – è una legge-delega e quindi per conoscere tutti i dettagli bisognerà attendere i decreti attuativi del governo. E noi ci auguriamo che i tempi di attuazione siano rapidissimi. Del resto è già in atto una sperimentazione compiuta con il Sia (Sostegno per l’inclusione attiva) che da settembre ha coinvolto circa 200mila famiglie, soprattutto al Sud. Come il Sia, anche il reddito si materializzerà in una carta. L’importo dovrebbe passare dai 400 euro mensili del Sia a 480 e soprattutto si allargherà la platea dei beneficiari: la stima per il 2017 è di circa 400 mila nuclei familiari, pari a un milione e 700mila persone. Non sono poche, ma quelle in condizione di povertà assoluta sono quasi il triplo: 4 e 600mila. Dal ministero fanno notare che il reddito sarà un’uscita stabile nel bilancio dello Stato, non un investimento temporaneo destinato a rientrare. Però la sproporzione è così forte che non si può non chiedere alle istituzioni uno sforzo di gran lunga maggiore. E’, questo, certamente un buon punto di partenza. È stato calcolato che occorrerebbero almeno 7 miliardi di euro per aggredire in modo sostanziale il problema. Un impegno finanziario arduo, per i nostri conti pubblici, ma non impossibile. Questione di priorità. Un vero Piano nazionale contro la povertà  diventerà il banco di prova di quel che davvero si intende fare su un fronte decisivo per la qualità umana e civile di un Paese. A me sembra che questa legge delega sulla povertà segni un momento significativo nel nostro Paese. Da tempo anche le associazioni cattoliche che sono impegnate nel sociale e contro la povertà, avevano  evidenziato la necessità di un impianto normativo che coniughi da una parte il sostegno al reddito e l’inclusione sociale e dall’altra preveda un Piano nazionale in grado di raggiungere tutti i cittadini che versano in povertà assoluta. Perché i sussidi senza i servizi (soprattutto al Sud) scadrebbero nell’assistenzialismo, perdendo, così, il carattere inclusivo che rappresenta, invece, il punto di svolta nella lotta alla povertà e all’emarginazione sociale. Fermo restando che , a mio modestissimo avviso, solo il lavoro dà vera dignità e libertà alla donna e all’uomo di oggi.

 

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