Home Generali I quadri che “parlano” di Cristo vanno “vissuti” dall’interno: la lezione di...

I quadri che “parlano” di Cristo vanno “vissuti” dall’interno: la lezione di Mattia Preti nella “Discesa dalla croce”

150
0
CONDIVIDI

Il punto di vista laterale, indicato dalla gamba sinistra di Cristo, e la prospettiva “bassa” consentono all’osservatore di “entrare” nell’opera. La lezione di Caravaggio, di El Greco e dei caravaggisti napoletani. C’è virtuosismo, e c’è riflessione sul mistero della Morte del Signore: l’osservatore attento avverte una strana suggestione, e cioè che i personaggi dell’opera siano solo due, la Madonna e il Figlio, e che comunichino con il loro silenzio.

 

I quadri dedicati agli episodi della vita di Cristo, la Natività, l’arrivo dei Magi, la Crocifissione, la Discesa dalla Croce, la Deposizione e la Resurrezione, i pittori del Quattrocento e del Cinquecento li dipinsero secondo la prospettiva dell’“altare maggiore”: dovevano essere contemplati dal basso – la così detta “prospettiva alta”- da osservatori che restavano all’esterno dell’opera, il cui “centro” artistico coincideva con il centro geometrico del supporto. Questa prospettiva era imposta dalla destinazione dei quadri- gli altari delle chiese- e dalle ragioni della teologia, che collocava la vita di Cristo all’interno di una dimensione ideale e assegnava ai personaggi, al paesaggio, alle cose la funzione di simbolo definitivo, immutabile. Le opere di Piero Della Francesca e di Raffaello illustrano in misura esauriente queste riflessioni di Roberto Longhi. Poi vennero la Riforma, il Concilio di Trento, Caravaggio, El Greco, lo stesso Guido Reni e i “caravaggisti” napoletani, e la Storia entrò nell’Idea: nei quadri i pellegrini e gli “oranti” non nascondevano più i loro poveri panni e i piedi sporchi, e nella “Spoliazione di Cristo” El Greco assegnava ai soldati e agli aguzzini l’espressione ottusa di chi non sa cosa gli sta capitando e pensa che la violenza sia tutto.

Per consentire all’osservatore di “entrare” più agevolmente nell’opera Battistello Caracciolo sperimentò il punto di vista laterale e la prospettiva bassa, un “espediente” che Luca Giordano adottò poi in molte opere, ampliandone gli effetti attraverso i gesti e le espressioni dei personaggi, segnati da una intensità che risulta talvolta teatrale. “La discesa dalla Croce” di Mattia Preti si colloca sulla stessa linea: scrisse Roberto Longhi che “il minimo angolo visuale”, quello a destra in basso, indicato dalla diagonale  della gamba sinistra di Cristo consente allo sguardo dell’osservatore di entrare in spazi che si dilatano fino al cielo, nel vertice a sinistra, e di cogliere la centralità drammatica della figura di Gesù, il cui corpo “tende” verso i quattro angoli della tela. Questo corpo, costruito secondo un impianto di assi obliqui e asimmetrici, ripete un modello già usato dal pittore nel “Martirio di San Bartolomeo” e nel “San Sebastiano”, e sempre con lo stesso obiettivo. L’osservatore “sente” di stare dentro l’opera, accanto ai personaggi: geniale è la posizione della donna che regge la gamba sinistra di Cristo, e guarda in direzione contraria a quella a cui si volge lo sguardo della Madonna: i capelli di Cristo, il Suo braccio destro, lo sguardo e la mano del giovane che regge quel braccio, le pieghe dei panni bianchi e del cartiglio “I.N.R.I” imprimono a tutta la scena “una marcata profondità e un forte dinamismo” (Mariella Utili) che si placa nei colori blu, giallo e rosso degli abiti della Madonna e di Giuseppe di Arimatea. La testa di Giuseppe, che lo sforzo colora di un vermiglio più forte dell’ombra verdeazzurra, spicca, scrive la Utili, “sull’incarnato spento del corpo senza vita di Cristo”: eppure questo corpo vinto dalla morte pare che sia ancora in grado di tendere le gambe e il tronco.

E’ una splendida prova di virtuosismo, che sollecitò l’attenzione dei collezionisti e costrinse Mattia Preti a eseguire alcune copie, anche con l’aiuto della bottega. Ma in questo quadro non c’è solo una lezione di tecnica della impaginazione: il centro dell’opera è l’espressione di Cristo che chiude gli occhi non alla vita, ma al mondo che lo ha condannato alla Croce, e pare esprimere una dolente serenità, suggerita dalla certezza di aver gettato le basi di un mondo nuovo. Le mani giunte della Madonna sono il segno del dolore e di una convinzione, e cioè che il Mistero si è finalmente svelato, e la Storia ha acquistato il suo vero senso. L’osservatore attento è vinto, diceva Longhi, da una suggestione: che alla fine il quadro abbia due soli personaggi, la Madonna e il Figlio, e che essi, uno di fronte all’altra, si parlino con i loro silenzi. Il resto è contorno.