I morti di Genova sono eroi di un dramma assoluto: meritano un momento, almeno un momento, di meditato silenzio.

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C’è il tempo per tacere e per meditare, e c’è il tempo per giudicare. Quei morti ci costringono a rivolgerci, ancora una volta, la “madre” di tutte le domande: quali sono i confini della Provvidenza divina? Qual è il potere del Caso? Essi ci lasciano un messaggio di amore per la vita. E’ perciò avvilente il sospetto che qualcuno voglia “servirsi” dei morti di Genova per la propaganda politica. Chi lo fa dovrebbe sapere che la storia non ha pietà degli avvoltoi.

 

Conviene scommettere sull’esistenza di Dio (B. Pascal)

Mio figlio non è un numero nell’elenco dei morti, è una persona (il padre di Giovanni Battiloro, uno dei ragazzi di Torre del Greco morti a Genova)

 

La morte più atroce. Vedersi morire per interminabili attimi, mentre la testa, il cuore e gli occhi esplodono, e le mani stringono il figlio che grida, scuotono la persona amata, o l’amico che stanno seduti a fianco, o annaspano, le mani, nel vuoto del veicolo: e nello stesso tempo si grida, si implora, si vuole essere già morti, e l’ultima immagine è quella del pallone con cui il ragazzo avrebbe giocato sulla spiaggia, l’ultimo ricordo è un falò in cui vanno in cenere tutti i ricordi, l’ultima percezione è quella del corpo che si spacca. Nessuno scrittore ha mai descritto quello che accade dentro una persona che va a morire come sono andati a morire gli sventurati di Genova. Qualcuno pensa che abbiano implorato Dio – come implorava Dio, “Dio mio, Dio mio” lo spettatore stravolto mentre vedeva volare giù, come in un cinico moto al rallentatore, le pietre, le travi, le auto. E anche se avessero bestemmiato, quei vivi già morti, bestemmiato contro tutto, le loro bestemmie sarebbero state preghiere.

Il crollo di Genova è l’effetto di una causa che pare più che probabile: lo Stato ha lasciato che i politici, i funzionari, i concessionari si dimenticassero di quel ponte, o ne esaminassero i problemi da incompetenti, o da delinquenti: in situazioni del genere, incompetenza e delinquenza sono la stessa cosa. Ma questa risposta lascia in sospeso un’altra domanda, la più terribile. Perché proprio quelle persone? Chi ha voluto che proprio in quel momento attraversassero il ponte proprio quelle donne, proprio quegli uomini, e l’autista di un camion, invece, riuscisse a bloccare il veicolo a pochi metri dall’orlo del precipizio e costringesse alla frenata della salvezza le automobili che lo seguivano? E’ la domanda delle domande. Se la pose Thornton Wilder nel romanzo “Il ponte di San Luis Rey”, pubblicato nel 1927. E’ il 20 luglio 1714: in Perù il ponte che collega Lima e Cuzco crolla e trascina nel baratro della morte cinque persone. Assiste alla tragedia Fra Ginepro, un religioso italiano che già da tempo si pone inquietanti e pericolose domande sui confini che separano il potere del Caso e quello della Provvidenza.  Fra Ginepro decide di capire perché proprio quelle cinque persone passavano sul ponte nel momento in cui il ponte crollava: e perciò indaga sulla loro vita, si convince che c’è una relazione tra quel modo di morire e i peccati che hanno contaminato la loro esistenza, e pubblica in un libro indagini e conclusioni. L’Inquisizione condanna al rogo il libro e l’autore. Dio non può progettare per nessuno una morte così atroce?

I morti di Genova sono degli eroi tragici, perché contro di essi si sono avventate la criminale pochezza di altri uomini e l’insondabile forza della Sorte. Gli antichi avrebbero classificato la loro morte come un “exitus”, un’uscita dalla vita capace di costringere i vivi a riflettere, a porsi delle domande che pretendono comunque una risposta “decisiva”, perché senza una di queste risposte “decisive” si rimane fermi al bivio, non si sceglie una strada da imboccare e da percorrere, insomma non si vive più. Uno vedrà confermata l’onnipotenza della Provvidenza, un altro dirà che tutto dipende dal Caso, e c’è chi come Blaise Pascal proporrà di scommettere sull’esistenza di Dio, solo perché è la scommessa più conveniente. Gli eroi tragici di Genova meritavano e meritano che la loro morte sia onorata con il silenzio. Un momento, almeno un momento di silenzio,  in questa smisurata alluvione di chiacchiere. Ma pare che molti, anche titolari di incarichi pubblici di altissimo profilo, abbiano dimenticato che, davanti a tanta tragedia, c’è il tempo per tacere e per meditare, e c’è il tempo dei processi e delle condanne.   Sta andando in scena, in queste ore, uno spettacolo avvilente: c’è il fondato sospetto che qualcuno voglia, per difetto di cultura delle istituzioni o per disegno, incauto più che malefico, “servirsi” di quel ponte  come di una grancassa per la propaganda politica. Disegno incauto più che malefico: se questi signori conoscessero un po’ di storia, saprebbero che la storia non ha pietà degli avvoltoi. E perciò capisco le ragioni di coloro che ,per i loro cari, ai funerali di Stato hanno preferito l’abbraccio delle comunità di appartenenza, e lacrime sincere, versate nel silenzio della meditazione. Solo la comunità di appartenenza può capire e custodire per sempre il messaggio d’amore – l’amore per la vita – che questi eroi ci hanno lasciato in eredità, come patrimonio perenne.

Ma tutta questa storia genovese- le vicende ultime del ponte, il crollo, i morti, il coraggio e lo spirito di sacrificio dei soccorritori, le chiacchiere, i proclami, le sentenze emanate prima del processo e prima delle indagini, i “noi non abbiamo preso soldi” – tutta questa storia è un amarissimo “exemplum”, una sintesi esauriente e definitiva dello stato in cui versa l’Italia, della palude di chiacchiere che si aggiunge ad altre paludi e che induce a sospettare che non vogliano la verità, o ne vogliano solo una parte – la parte per loro più conveniente – proprio quelli che gridando predicando schiamazzando dicono di volerla.E’ accaduto già, e ancora accadrà.