I “mercati” della camorra dell’’800 nel racconto di Marcella Marmo

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La settimana scorsa ha lasciato la vita terrena Marcella Marmo, che ha insegnato storia contemporanea alla “Federico II” e ha fatto luce, con le sue ricerche e con i suoi libri, su aspetti poco noti del sistema sociale, politico e giudiziario in cui metteva radici la camorra napoletana dell’Ottocento, e sui “mercati” che i camorristi controllavano. Nel libro “Il coltello e il mercato-La camorra prima e dopo l’unità d’Italia” (2011)importanti pagine la Marmo ha scritto sugli “affari” (perfino la vendita dei cadaveri) e sulle “ruberie” di cui fu teatro l’ospedale “degli Incurabili”, il più grande dell’Italia del Sud. Significativo è il “ritratto” di Maddalena Dioguardi, “donna di camorra”.

Nel passaggio dai Borbone ai Savoia l’ospedale degli “Incurabili” divenne campo di battaglia tra opposte fazioni di infermieri, di medici e di fornitori: una battaglia combattuta con agguati, denunce, “libelli” anonimi, che sotto il colore della politica tentavano di nascondere, ma non ci riuscivano, la causa prima del conflitto, e cioè la gestione degli incarichi e degli appalti che “le vecchie e nuove élites di governo” non riuscivano a condurre con equilibrio. La Marmo sottolinea la nuova dimensione del ruolo di Gaetano Coppola, camorrista del quartiere Sant’ Antonio Abate, il quale non si limita a gestire, fin dagli anni ’50, l’appalto “di pezze e sfili”, ma nell’ ospedale “intrattiene relazioni sociali verticali, inconsuete per la camorra plebea di metà Ottocento e che prefigurano la “camorra amministrativa”, oggetto dell’inchiesta Saredo nella crisi di fine secolo.”.

Le relazioni “verticali” consentono al Coppola di controllare un gruppo di impiegati, tutti membri della commissione di verifica “dei generi immessi nello stabilimento”. Il cosentino Raffaele Paura, “farmacista appaltatore”, forniva all’ospedale i farmaci, ma “in misura eccedente le prescrizioni mediche”: i farmaci superflui venivano sottratti da infermieri e da impiegati, e rivenduti all’esterno. Una vera e propria “latronaia tra cuochi, sguatteri, assistenti ed intrusi, indisciplinata, audace, arrogante e disonesta” gestiva i rifornimenti di carne per la cucina dell’ospedale: era quasi sempre “carne fetida”, e una sentenza di tribunale del novembre 1867 confermò che i ladroni avevano portato nella cucina degli “Incurabili” carne marcia anche nei giorni del colera. L’analisi magistrale di un vasto corredo di documenti, in gran parte inediti, consente alla studiosa di scrivere che i giudici attribuirono la responsabilità dell’immondo affare “ai soli cuochi e sguatteri”, ma il direttore dell’ospedale non si sottrasse alle critiche “di una provata “massima oscitanza” e “scarsa vigilanza” nel presiedere la commissione di verifica, come altri servizi dell’ospedale”. Alcuni medici tenevano lezione di anatomia in casa propria e si procuravano i corpi di cui avevano bisogno presso le sale dell’ospedale, diventate “un vero macello dove da ogni ceto di persone si fa mercato di carne umana. Per sfuggire ai controlli “si intrigò per aprire una porta in pubblica strada, e ciò permise l’andirivieni vergognoso di becchini e di inservienti, che trasportavano cadaveri e pezzi di cadavere richiesti dai professori.. A prezzi crescenti, e “qualche volta anche con il permesso di chi dovrebbe avere interesse ed abominio contro sì nefandi abusi e l’offesa dignità della propria specie”.

Di questa offesa dignità parlava il dottor Napoleone Domenico Casilli, chirurgo degli “Incurabili” fin dagli anni ’40 e autore, nel novembre del’61, di un testo “sui disordini del servizio sanitario” dell’ospedale e su una “proposta di un organamento per rimediarvi”. Ricorda in nota la studiosa che già nei primi anni dell’’800 “il divieto della vendita dei cadaveri era presente nelle normative europee e ad esse dovette uniformarsi l’Inghilterra, a seguito della scandalosa diffusione di tale mercato”: un “mercato” che Jeremy Bentham cercò inutilmente di giustificare con un pamphlet pubblicato nel 1831.Nelle pagine dedicate a Salvatore De Crescenzo e a Ciccio Cappuccio, due capi storici della camorra, il metodo di Marcella Marmo manifesta tutto il suo rigore e la sua capacità di cogliere, anche nel linguaggio e nel corredo dei valori, le relazioni tra i singoli personaggi e l’ambiente, e di resistere al fascino del “colore” che non solo la “plebe”, ma anche giornali e intellettuali – si pensi a Ferdinando Russo – usarono per raccontare i due camorristi. Maddalena Dioguardi era la moglie di un camorrista importante, Antonio Peluso il “Catariello”. Durante il lungo domicilio coatto del marito Maddalena inviò una supplica alle autorità, come facevano i famigliari di tutti i coatti: ma, invece di appellarsi alle lacrimevoli ragioni della povertà, dell’innocenza del marito e degli affetti di famiglia, la moglie del “Catariello” comunicò al “Governo del Re” che qualcuno aveva promesso di aiutarla, ma aveva chiesto, in cambio, un “favore” che avrebbe distrutto il suo “onore di donna”. E forse proprio perché lei era bella, “molti della sezione Avvocata” avevano deciso di “aggravare la posizione del marito”. “Ritroviamo Maddalena, negli anni Settanta, a esercitare prostituzione e usura”. Dicono i documenti che il marito, tornato a casa dopo i non pochi anni trascorsi nel domicilio coatto, accettò senza eccessive proteste l’attività della sua signora. E nell’accettare violò un “comandamento” fondamentale del codice della camorra. Anche per i camorristi il danaro incominciava a guarire ogni ferita. Questa vicenda, che ricorda “il colorato e torbido mélo I guappi di Pasquale Squitieri”, ci dice quanto sia importante la “strada” aperta da Marcella Marmo per una comprensione vasta, profonda e rigorosa di quel complicato fenomeno che fu, ed è, la camorra.