“Guapparia”, la canzone del guappo che “chiagne”, scosse i Napoletani

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“Guapparia” – testo di Libero Bovio e musica di Rodolfo Falvo, detto “Mascagnin”–fu pubblicata nel 1914. E’ la storia di un guappo che viene tradito dalla sua fidanzata: accompagnato da “guagliune ‘e mala vita” va a cantare una serenata sotto il balcone dell’infedele Margarita, ma non riesce a trattenere i singhiozzi, e con lui “piangono” non solo i compagni, ma anche la chitarra e il mandolino. I Caffè “notte e giorno” che si trovavano solo a Napoli. E anche Tommaso Buscetta cantò in pubblico “Guapparia”.

 

Il guappo di Libero Bovio è una “figura” preziosa, perché appartiene alle due Napoli “teatrali”: egli è “ ‘o cchiù guappo ‘e vascio ‘a Sanità”e, dunque, con i guappi di Ferdinando Russo e di Abele De Blasio, fa parte della Napoli che “recita a mettere”, ma poi, nel momento in cui incomincia a singhiozzare, esce dall’ “onorata società” ed entra nella “Napoli che recita a levare”. La musica di Rodolfo Falvo, ora aggressiva, ora malinconica e pensierosa, commenta in modo splendido la crisi del protagonista. Rodolfo Falvo – lo chiamavano “Mascagnin” per la notevole somiglianza con Mascagni – nel 1898 lasciò l’impiego alle Poste per fare il cantante, “il fine dicitore e il duettista” (V.Paliotti).  Una sera, durante una festa che si teneva in una casa privata, accompagnò al piano Alfredo Falcone – Fieni e Concettina Tizzano, “comarella” della padrona di casa, che cantavano “ ‘O svenimento”. Concluso il ricevimento, Rodolfo Falvo e Alfredo Falcone – Fieni andarono a consumare ciò che restava della notte nel caffè “Croce di Savoia”, a via Toledo. Era uno di quei caffè “notte e gghiuono” che non chiudevano mai e la notte accoglievano giornalisti, poliziotti, fornai, qualche “donna di vita” con il suo “protettore”, e perfino forestieri che, non potendo o non volendo prendere in affitto una camera d’ albergo, prendevano un caffè e poi si sdraiavano a dormire sui divani del locale. Il proprietario, don Gennaro De Rosa, non aveva neppure una casa, perché passava notte e giorno al “Croce di Savoia”, aiutato nella gestione dal cameriere che, scrive Filiberto Passananti, si chiamava Salvatore. E in questo Caffè, nella notte rumorosa, Falcone – Fieni confidò a Rodolfo Falvo di essere “cotto” di Concettina, e a un tavolo di quel locale scrisse i versi di  “Uocchie c’arraggiunate”, e pregò Rodolfo Falvo di metterli in musica: Mascagnin accontentò l’amico e così nacque una delle più belle canzoni napoletane. Si sa che era la canzone preferita da Eduardo De Filippo, che la inserì nella commedia “Gennareniello”, scritta nel 1932. E il 30 novembre 2015, a Roma, al teatro “Argentina”, durante i funerali di Luca De Filippo, Nicola Piovani eseguì al pianoforte una versione della luminosa canzone.

Il successo di “Uocchie c’arraggiunate” convinse Rodolfo Falvo a fare solo il musicista: e quanto questa scelta fosse giusta lo dimostrò, nel 1914, il trionfo di “Guapparia”. Libero Bovio merita un articolo a parte, perché ha segnato in modo incisivo la storia della poesia e della canzone di Napoli. Ricordiamo solo che nel 1915, il primo anno della Grande Guerra, scrisse i versi di “Napule canta”, musicata da Ernesto Tagliaferri, e quelli di “Tu ca nun chiagne”, messi in musica da Ernesto De Curtis. Nel libro “I boss che hanno cambiato la storia della malavita”, pubblicato nel 2018, Bruno De Stefano racconta che nell’agosto del 1995 il più noto pentito di mafia, Tommaso Buscetta, si imbarcò con la famiglia sulla nave “Monterey” per una crociera nel Mediterraneo: il pentito dichiarò, ovviamente, un nome falso: era autorizzato dai magistrati e dalla polizia. Ma una telefonata anonima avvertì Sergio De Gregorio, giornalista d’assalto del settimanale “Oggi”: sulla “Monterey” c’è Buscetta. E De Gregorio si imbarca, riesce a fare amicizia con Buscetta, lo fotografa, garantisce di avergli fatto dire qualcosa di importante sul destino di Aldo Moro e su certe relazioni pericolose di Andreotti, racconta di averlo spinto a cantare “Guapparia” durante una “serata” condotta da Fabio Canino. E’ facile immaginare cosa successe quando De Gregorio pubblicò l’articolo. Ci limitiamo a dire che a settembre, quando Buscetta entrò nell’aula – bunker del Foro Italico dove si teneva il processo contro le cosche mafiose di Agrigento, gli imputati gridarono in coro: “ Don Masì’, la canti ‘na canzone a noi?”. “Guapparia” ha trovato appassionati interpreti in Mario Merola e in Massimo Ranieri. Un guappo sfortunato è quello del “Turco napoletano”, al quale un ceffone del “turco” Totò fa cadere un molare.