Fuoco che non brucia

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Paranzari che montano le bandiere sulla croce di ferro sul Ciglio.

L’assai personale cronaca del Sabato dei Fuochi, la festa devozionale che da epoca immemorabile si svolge sulla cima del Monte Somma in onore della Mamma Schiavona di Santa Maria delle Grazie a Castello a Somma Vesuviana. 

Scrivere del Sabato dei Fuochi non è cosa facile perché non è cosa facile scrivere di emozioni, non lo è facile nel momento in cui lo si deve fare ad una certa età e possibilmente senza sfociare nel ridicolo e nella retorica. Forse anche per questo mi metto alla tastiera giorni dopo la festa, lascio che il tutto sedimenti e lasci sul fondo la sua posa. La metafora enologica in questo caso c’azzecca, e come se c’azzecca! Perché se in vino veritas la verità dell’uomo esce fuori solo in certi contesti e quelli li caccia fuori solo il vino, ‘o Ciglio e, a voi permettendo, ‘a Mamma Schiavona.

Quest’anno sono riuscito, assieme ai miei compagni d’avventura (perché di tale si tratta), Giovanni, Paolo e Vincenzo, ad evitare i gas di scarico delle rombanti Panda 4×4 che ascendono alla Traversa gravide di paranzari. Ci siamo riusciti sì, ma a scapito del sonno; ma chi ci pensa più al sonno quando ti trovi in alto sul Ciglio, al cospetto del Vesuvio e dell’alba incipiente? Chi ci pensa più quando la colazione, alle cinque di mattina, è a base di formaggio e Sangre de toro?

Ma che ne sanno i normali del Ciglio e dei Fuochi? Certe cose le potranno capire solo coloro che le avranno vissute ma, in un mondo di realtà virtuale, di emozioni interposte e verità mediate, spiegare quel che deve essere vissuto con patimento di anima e corpo, risulterà incomprensibile e troverai solo estraneità e derisione. E in un mondo di opportunismo ciò che non è quantificabile non esiste e detto questo mi dispiace per loro.

Partenza da Castello (presso il parcheggio del ristorante Hermes) ore 3.45 clima caldo e secco, quasi estivo, sul tratto Castello-Traversa, il terreno emana calore ma, ancora intorpiditi dal vicino inverno, la cosa ci aggrada e saliamo spediti e contenti verso la fine della carrozzabile e sempre più speranzosi di non incrociare i fumosi catorci della paranza. Una chiacchiera tira l’altra e si parla di tutto, della politica, della società e un passo tira l’altro e d’improvviso, dietro una curva, la lapide con i versi di Gino Auriemma ci annuncia la Traversa. Tempo per qualche foto e di assaporare a torce spente la tenue oscurità del mattino sommano e si riprende di buona lena la salita verso Punta Nasone.

Qui il tragitto, più impervio, ci impegna di più anche a causa dell’oscurità, ma poco male, il sentiero è cosa mia e potrei farlo anche ad occhi chiusi. A metà strada ci rivolgiamo a valle nell’ammirazione (se non nel timore) della galassia luminosa della conurbazione vesuviana. E incominciamo ad avvertire i rumori e le urla festanti della paranza che arriva alla Traversa. Più si sale e più un vento fresco e piacevole ci fa capire quanto si vicina la vetta, il silenzio di nuovo ci attornia e acceleriamo il passo nella speranza di essere i primi della giornata a calcare la sabbia vulcanica do Ciglio. Si sale e si sale ancora ma il buio, nonostante le lampade frontali ci avvolge e non ci lascia intravvedere la cappella che pure dovrebbe avere una luce alimentata a cellule fotovoltaiche a farci da faro ma nulla, solo l’apparizione improvvisa della cisternina mi fa capire che siamo arrivati.

La luce della cappella è spenta, probabilmente la batteria che il sole alimenta è ormai esausta e dura solo poche ore (ci confermeranno fino alle 2.30 del mattino). In salita avevo già avvertito odore di legna bruciata ma non capivo se venisse dal basso o dall’alto del Somma, o forse semplicemente volevo illudermi di salire per primo, e invece no, ci sono due coppie che hanno pernottato con sacco a pelo e tenda davanti la cappella e sotto la baracca della paranza e ad accoglierci con il tepore di un fuoco e del vino più buono, c’è Saverio, colui che appartiene a tutti e a nessuno e pilastro di tutte le devozioni mariane del Monte Somma. Sono le 5.15, ristorati, affrancati e soddisfatti di essere arrivati ancora una volta lì su, purificati dalle nostre vicissitudini mondane, siamo pronti per la Madonna e per l’alba imminente.

Pochi passi verso il punto più alto del Somma e si apre davanti a noi la sagoma inconfondibile del Vesuvio, il Gran Cono che s’erge paterno nella materna caldera del Somma, coronati entrambi dalle luci dell’Agro Nocerino-Sarnese e del Litorale Vesuviano. In fondo, a sud ovest, Capri brilla ancora delle luci di Marina Grande mentre, dietro di noi, l’Ager Nolanus luccica più che mai con i fari del CIS. Pochi minuti e un’aurora flebile delinea il profilo dei monti attorno a noi, a Nord il Matese col Miletto ancora innevato e man mano, in senso orario, i monti del Partenio, quelli di Avella e di Sarno; interrotte dalla sagoma dei Cognoli di Ottaviano, le montagne riprendono a delinearsi con i lontani Picentini e con monte Finestra e il Crocetta che avviano il debutto dei Lattari coperti poi dall’immane presenza del Cratere.

Soddisfatti celebriamo silenti e assorti il rito del Sole nascente; alle nostre spalle, alla spicciolata si aggiungono a noi i primi membri della paranza, ormai giunti anch’essi in vetta e rapiti come noi da ciò che è eterno. La luce sfuma ogni illusione e torniamo alla cappella e alle baracche per incontrare il folto del gruppo, operoso e festante. Il Ciglio diviene gradualmente un paese che, ordinato e gioioso, prepara l’ancestrale rituale.

Alici fritte e uova sode, fagioli, paccheri col baccalà, vermicelli coi purpetielli, olive, e carciffole arrustute. E poi vino, vino, vino a fiumi ma di quello buono e genuino, quello che quando ti sai moderare è tuo amico e non fa male. Ma non tutti capiscono questo semplice versetto e quanti al ritorno runciuleano lungo il sentiero. Il vino è fatto per star bene, non per star male e l’unico sballo che ci piace è quello sobrio e immenso del sorriso delle donne. Il ballo e il canto ci accompagnano per tutta la giornata, il sole e il caldo pure, il calore umano delle paranze presenti, quella del Sabato dei Fuochi e l’antica paranza omonima fanno a gara in ospitalità, così pure quella de L’Urdeme arrivate e della Mamma Altissima. I botti sono anch’essi una costante, la meno simpatica e la più pericolosa.

La compagnia, anche quest’anno, si è arricchita di nuovi amici e nuovi battesimi del vino hanno celebrato ancora una volta la fratellanza del Ciglio.

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