Frine, Musa di Prassitele, meritava per il suo “colpo di scena” un pittore più raffinato di Géròme

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La doppia versione del “colpo di scena” che permise a Frine, una delle più affascinanti etere dell’antica Grecia, di evitare la condanna dell’Areopago che la stava giudicando per l’accusa di empietà. Jean Léon Géròme dipinse il quadro “Frine davanti all’ Areopago”(80,5x 121) nel 1861: il nudo fu aspramente criticato come pornografico, ma in realtà è una figura spenta, una “figurina di caramello”(Zola).

 

 

Mnesarete di Tespie, figlia di Epicle, nacque intorno al 370 a.C. e dallo splendore mitico del suo corpo e dal temperamento e dall’intelligenza fu destinata a diventare, quando la famiglia si trasferì ad Atene, una delle più famose cortigiane della storia greca. Il suo nome fu collegato a tanti personaggi e a tanti episodi da indurre gli studiosi a sospettare che storici e cronisti antichi avessero sottoposto anche le sue vicende alla pratica dello sdoppiamento, pratica biografica non rara, soprattutto quando il personaggio non apparteneva al mondo della politica alta e tuttavia godeva di una fama “pittoresca”. Ad Atene ella cambiò nome e si chiamò Frine, e cioè “rospo”, con riferimento al colore olivastro della sua pelle, come sostiene Plutarco. Fu un mutamento profetico: la splendida ragazza che prima si chiamava Mnesarete, “Colei che ricorda la virtù”, prese il nome dall’animale che era per i Greci il simbolo del vizio deformante. Il primo a parlare pubblicamente di Frine fu lo scrittore Timocle: in un frammento della commedia” Neera” un personaggio dice che si era innamorato di Frine quando ella raccoglieva capperi, ma ora che la donna si è arricchita, egli è stato messo alla porta. E’ facile capire come la cortigiana si fosse arricchita: le sue “amicizie” furono fruttuose in ogni senso, e probabilmente anche Prassitele sentì il fascino della sua bellezza e perciò la scelse come modella per la statua nuda di Afrodite collocata poi nel tempio di Cnido. Lo scalpore e l’ammirazione suscitati dall’Afrodite Cnidia e dal suo rivoluzionario verismo dovettero produrre fondamentali ripercussioni sulla notorietà di Frine e, verosimilmente, anche sul suo ‘potere contrattuale’. “ I Greci dell’epoca dovevano essere disposti a pagare forti somme per un incontro con la donna le cui sembianze erano state immortalate nella celebre statua. In breve tempo Frine conquistò fama e molte ricchezze; e queste ultime, è da credere, le consentirono di avviare quel processo di ‘autocelebrazione’, che, a quanto sembra, caratterizzò tutta la vita di colei che in seguito sarebbe stata riconosciuta come «la più famosa fra le etère»”.(Eleonora Cavallini). Frine seppe promuovere con saggezza la sua fama commissionando a Prassitele alcune statue destinate a luoghi importanti, che cittadini e forestieri collegavano agevolmente al suo nome. Per il tempio della sua città fece scolpire la statua di Eros, che divenne così famosa da essere citata da Cicerone, nelle Verrine, come l’unica opera che rende la città di Tespie “degna di essere visitata”. Era fatale che la cortigiana attirasse su di sé l’ostilità dei comuni cittadini, ma anche dei politici filomacedoni quando il suo nome comincio ad essere collegato, nel segno dell’eros, a quello di uno dei più grandi oratori ateniesi, Iperide, la cui avversione ai Macedoni ella cominciò a condividere apertamente. Frine non fece nulla per smorzare i toni del contrasto, anzi pronunciò parole destinate ad alimentare il fuoco, come quando – lo dice Ateneo – promise ai Tebani che avrebbe ricostruito a sue spese le mura di Tebe, distrutte da Alessandro, se i Tebani avessero inciso sulla pietra questa iscrizione: Alessandro ha distrutto la città, l’etera Frine l’ha fatta risorgere. Il partito filomacedone trascinò in tribunale la donna spingendo un certo Eurias, che forse era un suo ex amante, come immaginò Alcifrone, e certamente era un sicofante, un calunniatore di professione, ad accusarla, tra l’altro, di aver organizzato incontri orgiastici tra uomini e donne e, soprattutto, di aver tentato di introdurre in Atene il culto di un dio straniero, forse il dio trace Isodaites: l’empietà, se dimostrata, apriva la strada alla pena di morte. Iperide difese la “sua” donna, ma quando si accorse che i giudici inclinavano verso la condanna, “recitò” il colpo di scena più famoso dell’oratoria giudiziaria: narra Ateneo che portò Frine al centro della sala, le denudò il seno, le tolse lentamente le sottovesti, e domandò ai vegliardi sbalorditi se, dopo Platone, potevano ancora credere che la vera Bellezza -e quella di Frine si manifestava come una vera Bellezza – potesse compiere il Male. Frine venne assolta, e il governo di Atene prese provvedimenti per evitare che durante un processo si ripetessero scene del genere. Qualche altra fonte dice che a scoprirsi il seno fu proprio Frine, che si batteva il petto come supplice e piangeva: gesti propri degli accusati che si affidano alla clemenza dei giudici. Questa seconda versione del “colpo di scena” giustificherebbe, in parte, l’impianto che Géròme ha dato al suo quadro e darebbe un senso all’atteggiamento della donna, che sembra vinta dalla vergogna: ma  il disegno del corpo, i toni delle ocre e dei gialli, l’assenza dei contrasti cromatici e gli sguardi e i gesti dei vecchi giudici ci dicono che il pittore non ha saputo dare un senso al calligrafico nudo e ha meritato lo sprezzante giudizio di Zola.