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Fenimore Cooper, l’autore de “L’Ultimo dei Mohicani”, raccontò, incantato, la “verginità” di Napoli “strepitosa”

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Nel 1826 lo scrittore cercò, e trovò, nella realtà di Napoli quella “verginità” della Natura e della Storia che solo la sua immaginazione era riuscito a “vedere” nelle praterie e nelle selve nordamericane, e nei miti degli ultimi indiani. Egli seppe capire che anche i plebei di Napoli che non sapevano né leggere, né scrivere  erano eredi di un patrimonio di sapienza che veniva dalla storia antica. Lo scrittore “sentì” come pochi il fascino del golfo “chiuso” dalla forma del Vesuvio, e un certo punto si chiese chi fosse lo stolto che aveva osato paragonare alla baia di Napoli la baia di New York.

 

Il fascino della “verginità” della Natura e della Storia, di quei valori primi che la civiltà non è ancora riuscita a intaccare, James Fenimore Cooper, attento studioso di Rousseau, lo cercò in un primo momento attraverso l’immaginazione, scrivendo “L’ultimo dei Mohicani”. Ma proprio mentre scriveva il più celebre dei suoi romanzi, capì che il danaro, l’ipocrisia del potere e il così detto “progresso” tecnologico stavano corrompendo la bellezza ancestrale del paesaggio e della società nelle pianure, nelle selve e lungo i fiumi degli Stati Uniti d’America. E, sollecitato dagli scritti di Goethe e di Chateaubriand, partì per l’Europa nel 1826, subito dopo la pubblicazione del suo capolavoro. Nell’agosto di quell’anno fu a Napoli, e si convinse immediatamente di aver trovato qui quello che cercava. E lo descrisse dodici anni dopo, al ritorno negli Stati Uniti, in un’opera, “Gleanings in Europe”, costruita come un libro di lettere senza destinatario: lettere a sé stesso, frutto di un racconto “memoriale” che fatalmente ampliava l’intensità e lo spazio dei ricordi.  Dunque, Napoli, città “strepitosa”, è un “pezzo di cielo caduto in terra”, e la sera, al termine di una giornata calda, le sue strade, che non hanno marciapiedi, diventano fiumi di folla, e nei palazzi che si alzano lungo di esse, anche per sei, sette piani, non c’è balcone che non ospiti persone, intente a osservare, a parlare, a godersi il fresco. Nessuna città americana avrebbe potuto offrire uno spettacolo simile.

Ogni sera lo scrittore scendeva dal suo alloggio nell’albergo “Crocelle”, che si trovava tra il Castel dell’Ovo e Santa Lucia, e passeggiava lungo strade e vicoli,  cogliendo, nella gente, certi costumi e certi comportamenti che più di un secolo dopo sarebbero stati notati e descritti anche da Walter Benjamin e da Sartre. “I Napoletani fanno all’aria aperta tutte le attività della vita quotidiana: litigare, ridere, cucinare, fare l’amore, mangiare, bere, dormire.” E così, in tempi diversi, osservatori e scrittori di cultura diversa furono concordi nell’osservare che tutti i Napoletani erano padroni della propria vita, del proprio tempo, e degli spazi della città, con una libertà che nemmeno la polizia borbonica, scrive Fenimore Cooper, riusciva a intaccare con la sua arroganza. E di questa condizione egli si ricordò in uno dei suoi romanzi: “Negli altri Paesi gli uomini attingono il saper loro dai libri, mentre in Italia i giovani acquistano cognizioni dallo studio dei luoghi”, perché i luoghi sono carichi di storia, e ogni Napoletano, anche quello che non sa leggere e scrivere, porta in sé la sapienza che viene dal passato. A Sorrento lo scrittore alloggiò in una locanda che occupava la “Casa di Tasso”. Una mattina donò un “grano” (la centesima parte di un ducato) a un vecchio storpio che chiedeva l’elemosina davanti all’ingresso della locanda: quel gesto di carità fece sì che crescesse di giorno in giorno la schiera di mendicanti che aspettavano l’uscita mattutina del generoso americano, e che lo chiamassero quasi subito “ammiraglio”. E quando un mendicante di Sant’ Agata, ricevuto il “grano”, augurò all’”ammiraglio” cento anni di vita, il vecchio che si comportava da capo del gruppo lo rimproverò aspramente: “Uomo di poco valore! A un signore che ti dà un grano al giorno dovresti augurare mille anni di vita, e non cento.”. Una lezione napoletana: con i titoli e con gli auguri bisogna essere generosi, quando è necessario: del resto, è una generosità che non costa niente.

Fenimore Cooper, che era stato marinaio nella marina da guerra degli Stati Uniti, risalì in barca, da Rovigliano, il fiume Sarno, navigò su un brigantino lungo le coste della Campania, non si stancò di ammirare, dal mare, il superbo spettacolo del Vesuvio e della città, ebbe il coraggio di chiedersi chi fosse lo stupido che aveva osato paragonare alla baia di Napoli quella di New York. “Ci dirigemmo verso la parte di Procida esposta al vento, navigando in un mare così limpido che vedevamo ogni vortice e ogni pietra sul fondo, a cinque braccia di profondità.”. La “scena” di Ischia vista dal “canale di Procida” assomigliava “a una fantastica pittura: era la cosa più affascinante di questo viaggio.”. Lo spettacolo dell’ Epomeo, delle rocce a strapiombo sul mare, dei castelli e delle ville “che sembravano collocati là con nessun altro scopo che quello di adornare il paesaggio” diede allo scrittore la prova definitiva del fatto che non c’era al mondo paesaggio che potesse gareggiare con quelli italiani. “La Svizzera stupisce e spesso diletta persino, per la combinazione del pastorale con il sublime; ma la natura italiana vi conquista e fa in modo che l’amiate come un amico…il risultato è l’affluire alla mente di una quantità di sensazioni che sono distinte dai comuni sentimenti di stupore destati dall’immensità e dalla magnificenza” dei luoghi.

Tornato negli Stati Uniti, James Fenimore Cooper citò Napoli non solo negli articoli e nei libri dedicati ai viaggi in Europa, ma in tutti i racconti e i romanzi.