E Matilde Serao pensava che nemmeno a Carnevale i Napoletani riuscissero a mascherarsi

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La Serao pubblicò “Il Paese di Cuccagna” nel 1890, a puntate, sul “Mattino”: il tema del libro è il racconto di quanto sia rovinoso per tutte le classi sociali di Napoli il gioco del lotto e quanta malizia alimenti in chi ha deciso di esercitare il mestiere di usuraio. Napoli vive in modo particolare il Carnevale e “detta” alla scrittrice un capitolo importante del libro. Scrisse Pietro Pancrazi:” Tra cento anni, quando non si sapesse più nulla di Napoli, questo libro basterebbe a resuscitarla”.

 

Già nel “Ventre di Napoli” Matilde Serao aveva scritto che il popolo di Napoli, “che è sobrio”, verrà corrotto non dall’acquavite, ma dal gioco del lotto. E il veleno di questo gioco si insinua nella mente e nel cuore dei Napoletani, e li smaschera. Don Gennaro Parascandolo, l’usuraio, ha prestato denaro ad usura anche a chi allestisce i carri del Carnevale e in questi giorni di festa ha aggiunto “alla sua collezione di cambiali preziosi autografi principeschi”: e mentre passeggia per Toledo, lo salutano “da cento balconi i suoi clienti passati, presenti e futuri”. E non c’è pugno di coriandoli lanciati in quei giorni la cui provenienza e la cui dispersione non lo interessi. Il verismo della Serao riesce non solo a non essere impersonale, come quello di Verga (anche quello di Verga aspetta di essere definito in modo più preciso), ma porta l’attenzione della scrittrice nelle pieghe degli sguardi e delle parole e la sollecita a svelare e a raccontare. Carmela la sigaraia, appostata all’angolo di un vicolo, guarda i carri e le carrozzelle che passano “con i suoi occhi bistrati, con una mossa impaziente della bella bocca fresca, l’unico lineamento ancora giovanilmente fresco nel volto consumato”. I particolari ci dicono che la donna non è serena, che si accorge dei coriandoli solo perché dai balconi gli cadono addosso e suscitano in lei il fastidio e un breve sorriso: “faceva solo un picciol moto per pararsi e si ripuliva la faccia con un angolo dello scialle”. I moti della donna e la sapiente struttura della prosa ci dicono che Carmela non sta lì per caso, aspetta qualcuno: aspetta di veder passare “il suo eterno fidanzato, detto Farfariello,” che sta in carrozza, con quattro amici, “con vestiti e cappelli uguali”: e per comprare cappello e vestito al suo Farfariello  Carmela ha dovuto rivendere casseruole di rame, un cassettone e fiori artificiali sotto una campana di vetro, “roba tutta che ella conservava per il suo matrimonio” e che aveva comprato “ a furia di stenti”. Ma non aveva saputo dire di no, quando lui aveva chiesto le quaranta lire per comprare vestito e cappello, e aveva insistito “perché si disperava di far cattiva figura con i compagni” e lei non voleva sentirlo bestemmiare, per paura. E alla fine era riuscita anche a sentirsi contenta, perché lui le aveva promesso di portare al Campo, in un’osteria, lei e la madre, l’ultima domenica di carnevale, a patto che “facesse un ambo asciutto”: e Carmela, il sabato, “tutta gloriosa di questa fantastica promessa”, era scesa in strada, dopo aver “rinchiuso nel core la sua amarezza, in quel giorno di festa carnevalesca, sciattata come una poveraccia, col treccione nero che si disfaceva sul collo, senza un soldo in tasca”. Potente e molto lontana dai canoni del verismo l’immagine dell’amarezza “rinchiusa” nel cuore: non cancellata, non dissolta, ma nascosta in un “luogo” da cui sarà fatta uscire se è necessario. La Serao descrive Farfariello guardandolo con gli occhi di Carmela: egli sta “altieramente” seduto in carrozza”, fumando un sigaro napoletano, col vestito e col cappelletto nuovo sull’orecchio, con l’aria di superba indifferenza che è la caratteristica del guappo, e dell’aspirante guappo. Carmela, stordita dai clamori di quel pomeriggio “in cui l’allegrezza napoletana prendeva proporzioni epiche”, vede le carrozze, i carri, le maschere di Napoli, Pulcinella, il Tartaglia, il Don Nicola, Columbrina, Barilotto, il Guappo, la Vecchia. E in una carrozza vede scendere da Toledo un carro assai originale, che suscita “una risata colossale”: è un grande letto borghese, con baldacchino aperto, “dove sulla parete erano attaccate le immaginette della Madonna, e i santarelli protettori”: nel letto stavano coricate “due persone, con due enormi teste di cartone, raffiguranti un vecchione e una vecchiona, con la cuffia, due vecchioni leziosi, smorfiosi, che faceano mille cenni con le grosse teste, che tiravano a  sé la coltre con quel moto egoistico e freddoloso dei vecchi, che si offrivano del tabacco”, facevano starnuti, salutavano, ringraziavano per gli scrosci di coriandoli, “restando incogniti sotto il mistero del cartone”, ma smascherati dalla naturalezza con cui mettevano in pubblico “quella caricatura familiare, quell’angolo di stanza da letto, senza che nessuno trovasse la cosa troppo arrischiata, tanto l’idea di dormire all’aria aperta è naturale ai meridionali, e tanto la vita umana è vita pubblica, nel caldo e bonario paese.”. Tutti ridevano, anche gli ospiti di Don Crescenzo, “il tenitore del Banco lotto 117”, dove, essendo sabato pomeriggio, l’ultimo momento per giocare, si erano radunati tutti i clienti che ogni settimana portavano lì “il miglior frutto della loro vita, un denaro guadagnato a stento, o strappato alla economia domestica, o trovato a furia di espedienti”, maliziosi, o audaci, o vergognosi. Tutti lì, il barbiere Cozzolino, gran cabalista, Michele, uno sciancato lustrino “dalla passione irrefrenabile”, Gaetano, tagliatore di guanti, un giudice del tribunale, un pittore di santi, l’usuraio Parascandolo, il marchese di Formosa, “con la sua aria da gran signore”, il dott. Tafuri, “ rosso di capelli,  di faccia, di barba, turgido come se scoppiasse e con lo sguardo infido dei suoi occhi di un azzurro falso; e il professor Colaneri che, in quel giorno, più che mai, manifestava l’indelebile carattere del sacerdote che non ha voluto più saperne della chiesa.”. Erano persone vere o personaggi in maschera?