E il poeta Papinio Stazio cantò alla moglie le bellezze della sua Napoli, “città greca”

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Il poeta latino Papinio Stazio (nato a Napoli fra il 40 e 50 d.C., morto a Napoli  dopo il 96) sottolinea più volte, soprattutto nei libri delle “Selve”, il fatto che Napoli ha saputo conservare con rigoroso rispetto delle sue origini i caratteri greci della sua cultura e della visione del mondo propria dei Napoletani. Correda l’articolo l’immagine di un quadro di Alma Tadema, il pittore – archeologo.

 

 

Dopo aver conquistato a Roma un successo notevole e un patrimonio cospicuo e dopo aver riportato una clamorosa vittoria nei ludi Albani con un carme sulle guerre condotte da Domiziano contro i Daci e i Germani, nel 94 Stazio non sopportò di essere stato sconfitto nella terza edizione dei ludi Capitolini, istituiti dallo stesso Domiziano. La delusione, forse problemi di salute e certamente i rapporti sempre più difficili con una parte del mondo culturale di Roma lo indussero a prendere una decisione estrema: tornare a Napoli, nella sua città. Ma alla moglie non piaceva lasciare Roma. Fin dai primi versi del carme che egli dedica alla “mestizia” della donna (Silvarum libri, III, 5) Stazio sgombra il campo da ogni equivoco: la tristezza di Claudia non nasce da un amore che si sta spegnendo. Ella ama questo suo secondo marito con la stessa intensità di sempre: e se a Stazio fosse capitato il destino di Ulisse, questa donna innamorata avrebbe messo in fuga “mille Proci, senza inganni, senza ricorrere all’espediente “adottato da Penelope, quello di “disfare la tela per ritesserla”, ma si sarebbe servita anche delle armi per impedire ai Proci di mettere piede nella camera da letto. “Tu – scrive Stazio, ed è una dichiarazione da applausi -tu passi intere notti a cogliere – “a rapire” – con il tuo vigile orecchio le prime parole delle mie poesie, “ e quando la malattia stava per condurmi alla morte e “già udivo da vicino il mormorio del fiume Lete”, il fiume degli Inferi, gli dei mi hanno salvato “poiché ebbero paura dell’odio che sentivi nei loro confronti”. Claudia non deve avere paura di Napoli e delle città che le fanno corona: la terribile eruzione vesuviana del 79 d.C. non ha cancellato la popolazione, e Cuma, fondata sotto l’auspicio di Apollo, e Pozzuoli ancora accolgono  “sulle loro spiagge ospiti da ogni parte del mondo”. A Napoli tiepidi sono gli inverni, e fresche le estati, “e un mare tranquillo la lambisce con le sue languide onde”: ma sono intraducibili gli effetti musicali del latino “fretum torpentibus adluit undis”. A Napoli regnano una pace serena e l’ozio di una vita tranquilla, vi si dormono lunghi sonni, non c’è nulla di simile alla vita rabbiosa del foro di Roma. “La giustizia viene ai cittadini dai loro comportamenti e per regnare essa non ha bisogno dei fasci” delle autorità. Napoli è la città dei panorami splendidi, dei luoghi incantevoli, dei templi, delle piazze segnate da innumerevoli colonne, dei due teatri, quello aperto e quello coperto: e vi troverai una costa splendida e quella vita libera in cui si intrecciano la dignità romana e l’appassionata libertà dei Greci.  E intorno ci sono le spiagge incantevoli e le fumanti sorgenti di Baia, e l’antro della Sibilla Cumana, i vigneti delle colline di Sorrento e le acque salutari di Ischia, e Stabia “risorta a nuova vita” dopo la catastrofe vesuviana: e c’è Capri, “il cui faro, che gareggia con la luna notturna vagabonda, leva in alto le sue luci care ai naviganti in trepidazione”. “Potrei elencare mille altri aspetti degni di amore della mia terra: ma mi basta, mia sposa, aver dichiarato che essa mi ha fatto nascere per te, e a te mi ha stretto come consorte per una lunga serie di anni. Non merita dunque di apparire come la madre e la nutrice di entrambi?”. Stazio tornò a Napoli, dove morì: e pare probabile che Claudia lo abbia seguito. Il padre di Stazio era di Velia: tenne, prima a Napoli e poi a Roma, una scuola in cui si leggevano soprattutto poeti greci, Omero, Pindaro, Callimaco, Licofrone. Nell’epicedio composto in onore del padre Stazio chiede a Partenope di porre sulle reliquie “del tuo grande figlio, le proprie chiome: se tu, o Partenope, “pur fossi priva di fama, oscura e senza nobiltà, con quel tuo solo cittadino avresti dimostrato che tu sei greca e che il tuo sangue deriva da quello dei tuoi antenati euboici”. Napoli città greca, dice e ripete orgogliosamente Papinio Stazio: e ancora nel Novecento qualcuno dirà che Napoli è la sola città del mondo dei Greci sopravvissuta, ed è greca sostanzialmente ancora oggi.