Cosa ci dicono le nuove etichette “futuriste” dei vini di “Villa Dora”

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Il complesso rapporto tra la natura del Vesuvio e i vini vesuviani ha spinto la famiglia Ambrosio a “segnare” le bottiglie e i vini della casa vinicola con etichette ispirate ai moduli formali del “futurismo” di Giacomo Balla, alla sua concezione del movimento.

 

Erano soliti dire Ioseph Vernet e Pietro Fabris – ma è probabile che la riflessione sia stata suggerita ai due grandi pittori da W. Goethe – che l’ “espressione” del Vesuvio, anche quando sta calmo e fa da sfondo alla “cartolina” del Golfo, non è sempre la stessa: le variazioni sono documentate dalle “tavolette” dei pittori della Scuola di Posillipo, a partire da quelle di Pitloo. Chi contempla quel cono sospeso tra il mare e il cielo, o tra il cielo e le selve, non può dimenticare le immagini infernali del vulcano scatenato che sovverte e mescola i confini delle onde, delle nuvole e dei paesi: e forse è proprio questo ricordo che costringe il nostro sguardo a vedere ambigua l’espressione del Vesuvio, perché i nostri occhi percepiscono il mondo che ci circonda anche attraverso la memoria. Del complesso “carattere” del Vesuvio parlarono anche teologi e uomini di scienza, i quali, dopo l’eruzione del 1631, dichiararono che nei Vesuviani era diventata irrefrenabile l’inclinazione alla violenza e che uomini e natura dovevano fare i conti con una nuova forza, il magnetismo “espresso” dalle lave del vulcano. Poi fu il turno degli enologi: essi dissero, già nel ‘700, che le uve e i vini di Terzigno, di Ottajano e di Torre del Greco presentavano, di specie in specie, sottili variazioni di profumi e di sapore che non danneggiavano la qualità dei prodotti, anzi la rendevano più preziosa, e, scriveva Antonio Sannino, “più incantevole”. Se ne accorse anche il Le Maìtre, enologo francese, che il principe di Ottajano, fece venire dalla Provenza a metà dell’’800 perché lo illuminasse sull’origine di un grave problema: l’ “infiacchimento” del sapore e del profumo del vino “Greco” e del “Lacrima”. E l’enologo francese, dopo aver a lungo osservato, concluse che la causa di tutto era l’”invecchiamento” dei terreni: infatti, non avevano subito variazioni i vini di Boscotrecase e dei Camaldoli di Torre, perché lì i terreni erano stati coperti e “ringiovaniti”, durante l’eruzione del 1839, da un fecondo strato di lapillo nero. Non faccio ora l’elogio dei vini di “Villa Dora”, che conquistano allori dovunque, e sono preziosi testimoni di una viticultura che la famiglia Ambrosio vive come arte e come scienza, come pensiero e come passione. Voglio parlare delle nuove etichette. Quelle di un tempo erano “illustrate” dalle tradizionali immagini del Vesuvio “posillipesco”, rasserenante nella sua solida fermezza, sensibile ai moti del mare e delle nuvole: erano quelle etichette immagine simbolica di un prodotto la cui nobiltà era garantita dal culto della storia e delle tradizioni.  Le etichette di oggi, che sono state premiate all’evento Top Award di Fedrigoni, si ispirano al futurismo di Giacomo Balla (v. immagine in appendice), al suo progetto di rappresentare, nelle forme apparentemente astratte e con il sapiente intreccio delle linee, il movimento nel suo compiersi, nel suo realizzarsi. Nemmeno alle superfici dei suoi pastelli Giacomo Balla permetteva di apparire immobili: le graffiava con un temperino, e le variazioni di toni cromatici prodotte dai graffi suggerivano alla percezione gli impulsi del moto. La famiglia Ambrosio conosce i flussi vitali della natura vesuviana e sa attraverso quali meccanismi essi trasmettano la loro energia ai sapori e ai profumi dei vini, senza intaccarne l’essenza. La famiglia sa che la storia non si ferma: essa si muove sempre verso nuovi traguardi, e sempre nel segno della continuità.