Come nell’ Ottocento resiste un “miracolo”:l’industria “domestica” delle tessitrici ottajanesi

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Dedico l’articolo ai ragazzi dell’I.C. “M. Beneventano”, come anticipazione dell’ “incontro” sui mestieri storici delle donne di Ottajano. Filtrando vini e liquori, modellando il vetro e tessendo fibre gli Ottajanesi hanno imparato a liberare dalla materia informe, che le imprigionava, sostanze pure e perfette. E quindi, se qualcuno si illude di ingannarli con le chiacchiere, legga qualche pagina di storia. Se sa leggere…..Correda l’articolo l’immagine di un quadro di Silvestro Lega.

 

 

Anche l’industria tessile fu favorita dalla politica protezionistica degli ultimi Borbone. Ma tra il ’55 e il ’60 arrivarono al pettine i nodi di un problema non risolto: l’insanabile conflitto tra l’organizzazione famigliare di quell’attività e il sistema industriale, tra il lavoro fatto in casa, a mano, e la macchina. L’industria della seta era da almeno due secoli incardinata nella società contadina, poiché anche i contadini vesuviani allevavano bachi, trattavano bozzoli e li destinavano alla trattura ad aspa lunga. Nel 1826 venne introdotta la trattura ad aspa corta, o alla piemontese, per la seta all’ organzino: le lavoratrici domestiche andarono in difficoltà, perché il loro prodotto non poteva competere con quello delle filande, a cui i contadini preferivano vendere i bozzoli. La crisi colpì anche la lavorazione del lino, del cotone e della canapa. Il cotone prodotto non bastava per l’industria, la canapa delle pianure di Sarno e Caserta era di qualità bellissima, ma per la sua durezza non poteva essere impiegata che nella manifattura di corde e di sartie. La canapa veniva lavorata con lo zolfo: nel 1850 Leonidas Borel, negoziante francese, chiese una privativa per una macchina di sua invenzione, atta a macinare la fibra in condizioni di assoluta sicurezza.  I danni prodotti dallo zolfo erano molteplici: i canapari avevano sempre le mani insanguinate,  le labbra delle donne si ulceravano, e il sangue avvelenato dal minerale portava precocemente alla morte.Il lino, invece, non poteva gareggiare con quelli di Russia e di Fiandra. Nel 1839 Giovanni Fabbri presentò all’annuale Esposizione “batiste”  di seta e di calamo lavorate con i telai Jacquard, e il setificio di Serafino Berretta riscosse un successo notevole con la seta per trama e con quella da orsoio, con le trine e i cordoncini elastici. Ad Angri già funzionavano i due stabilimenti di Wenner e Schlaepfer, in cui 1500 operai fabbricavano sui telai meccanici anche 30000 pezze all’anno di tela wagram: la misura media di una pezza era di 10 canne. La meccanizzazione dell’ industria tessile fino al 1845 non arrecò danni consistenti alle tessitrici vesuviane. Ma dal 1845 le cose cambiarono. Mayer,  Zollinger e Vonwiller costruirono, tra l’Irno e Scafati, un sistema di produzione tessile che era veramente moderno per le tecniche di lavorazione, per la qualità e la quantità del prodotto e per l’organizzazione finanziaria. L’esempio degli svizzeri fu seguito dall’avignonese Carlo Farges, che impiantò a Torre del Greco un filatoio di seta, ove lavoravano, nel ’58, 51 operai. Almeno altri cento operai producevano, nei lanifici di Barra e di San Giovanni a Teduccio, coperte di lana e di bambagia, flanelle, circasse di lana e di cotone, “ferrantine” per tonache di suore, preti e monaci, tele di bambagia a larghe fasce ad uso del wagram. Questi nuovi sistemi demolirono l’ antico pilastro dell’economia vesuviana, la produzione domestica di manufatti  Nel 1847 Achille Procida, cancelliere di Ottajano, illustrò al Sottointendente Gennaro Capece Minutolo i termini del disastro. Ci sono a Ottajano 600 telaj domestici. Ogni telajo occupa due donne e manifattura due canne legali al giorno e in un anno 400 canne, perché il dippiù del tempo si spende per orditura. Ogni donna guadagnava 6 grana al giorno per 200 giorni, ma da qualche tempo il mercato delle sete era diventato più difficile: il prodotto domestico non reggeva più il confronto con la prossima macchina idraulica di Scafati, che aveva stracciato i costi della filatura e il prezzo del filo. Nel marzo del ’48 i disoccupati minacciarono di distruggere le macchine di Sarno, Cava e Pelezzano, e i parroci di Cava chiesero al Ministro degli Affari Interni di ordinare che gli stabilimenti di Scafati, Angri e Cava  non producessero più wagram a basso prezzo, onde tal genere fosse prodotto dai bisognosi lavoratori a mano. Nel ’52 il luddismo vesuviano si colorò di nazionalismo, poiché un esposto anonimo accusò il Vonwiller di drenare oro dalle cassa del Regno per versarlo nei capaci forzieri della sua terra. Inoltre, le pezze di tela della macchina sono di pessima qualità, ma il compratore alla cieca fa acquisto  di quelle che trova a buon mercato. Nonostante tutto, nel 1892 a Ottajano funzionavano ancora 190 telai domestici, riservati alla lavorazione di stoffe “eleganti”, non ordinarie: sette tessitrici di piazza San Giovanni, dirette da Vincenza Mormile, lavoravano camicie “doppie” per gli ufficiali dell’Esercito e rivestivano di “trame in seta” i corsetti delle signore. I contratti matrimoniali ci dicono che nei corredi delle spose “di famiglie cospicue” non potevano mancare “drappi e lenzuola” “ricamate e trattate” a mano dalla tessitrice Erminia Parisi, di “Casalvecchio”, strada storica di Ottajano, e dalle numerose sue collaboratrici.