I “padrini” della camorra napoletana furono Garibaldi e i Savoia o i capi della polizia borbonica?

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I “padrini” della camorra napoletana furono Garibaldi e i Savoia o i capi della polizia borbonica?

Il salto di qualità la camorra lo fece, scrive qualche storico, nel 1860, quando Liborio Romano le affidò il compito di mantenere l’ordine pubblico negli ultimi mesi del regno di Francesco II e nei primi di Napoli garibaldina e piemontese. La storia ci dice che Liborio Romano chiese l’aiuto dei camorristi Salvatore De Crescenzo, Pasquale Merolla e Antonio Lubrano proprio perché sapeva che la camorra esercitava da decenni un controllo ampio e profondo non solo sulla plebe della città, ma anche sulla polizia borbonica. Le comitive di camorristi nei quartieri più importanti di Napoli.

E proprio della polizia borbonica aveva paura Liborio Romano, nominato da Francesco II prefetto di polizia: egli  riteneva che quella polizia fosse capace di fare ciò che avevano fatto e avrebbero fatto tutte le polizie delle “tirannie“ in disfacimento: agitare le acque attraverso una sistematica campagna di rappresaglie e di provocazioni. Il piano lo aveva già approntato il commissario Schenardi prima dei moti del ’48 (Archivio di Stato di Napoli, Alta Polizia, f. 202). Certo, tra l’estate del 1860 e il gennaio del 1861 Liborio Romano e alcuni “liberali“ adottarono, in favore dei camorristi, disposizioni che sarebbero risultate catastrofiche, se Silvio Spaventa e Filippo De Blasio non avessero tentato di annullarne, o almeno annacquarne, gli effetti, anche attraverso provvedimenti formalmente illegittimi. La camorra napoletana prese coscienza della propria forza tra il 1830 e il 1856. In questi 25 anni essa progettò e realizzò un disegno ambizioso: inquinare la polizia tutta, dai livelli più bassi agli uffici direttivi. Sebbene Ferdinando II avesse disposto, nel 1832, che non si parlasse e non si scrivesse apertamente di certi argomenti, intendenti, sottointendenti, giudici, sindaci e poliziotti onesti, non riuscendo a diventare, contemporaneamente, ciechi, sordi e muti, scrissero centinaia di note riservate sui commissari e sulle guardie che estorcevano danaro ai negozi, alle cantine e ai “café”, e imponevano tangenti sul gioco d’azzardo e sulla prostituzione. Il Commissariato del Porto proteggeva i contrabbandieri, anche se, di tanto in tanto, delinquenti e poliziotti litigavano per ragioni di “sala“, cioè sulla spartizione del bottino.In questa amministrazione del malaffare la polizia borbonica divenne, scrive Francesco Barbagallo, “un preciso paradigma operativo per la già esperta e attiva organizzazione camorristica“ (Storia della camorra, 2010, p.13 ). Nel maggio del ’61 Silvio Spaventa, segretario generale del dicastero di polizia, comunicò al Conte di San Martino, Luogotenente Generale, che la polizia borbonica non aveva lasciato agli atti nessun documento importante sulla camorra. Nei giorni confusi del passaggio da una dinastia all’altra, i poliziotti più compromessi con la dinastia che se ne andava bruciarono migliaia di fascicoli: è accaduto e accade sempre e dovunque, in circostanze analoghe. E tuttavia qualcosa si salvò. Nel giugno del 1861 il questore Tajani fornì al Luogotenente l’elenco delle “comitive“ di camorristi che controllavano, da anni, i quartieri di Napoli. Luigi Capozzi, di una storica famiglia gamorrista, Gabriele Alterio e Luigi Tramontana avevano il controllo dell’ Avvocata; la famiglia Cappuccio dettava legge, e da quasi un secolo, nella sezione Vicaria; il quartiere San Carlo all’Arena era in mano a una comitiva di contrabbandieri, protetta dai Cappuccio, e guidata da due picciotti di sgarro, Carmine detto Passarulo e Giovanni detto lo Sorice. La registrazione negli atti con il solo nome di battesimo seguito dal soprannome era una delle procedure adottate dalla polizia borbonica, quando voleva proteggere qualcuno e confondere le acque.I membri della comitiva più numerosa, quella del Mercato, erano dotati di soprannomi strepitosi, alla Mastriani: Andrea e Gennaro, detti entrambi Carta Carta, Raffaele lo Zeccato, che con Titillo ‘o figlio ‘e Tore, era l’armiere del gruppo; il terribile Domenico Esposito detto Pichicchio, che dieci anni dopo dichiarò guerra alla camorra vesuviana per il controllo del mercato delle carni; Vincenzo detto Micco, ma anche Sfesso, soprannomi entrambi poco dignitosi per un camorrista che nel 1867 la polizia ritenne uno dei capi dell’associazione. I “terribili“ Mazzola, una genìa peggiore delle altre, governavano il quartiere Orefici e attraverso gli Stampo, loro luogotenenti, gestivano il fiorente mercato degli oggetti preziosi rubati nella provincia di Napoli e in Terra di Lavoro. I Mazzola vennero costantemente protetti dalla Direzione stessa della Polizia borbonica, e restarono borbonici anche dopo l’unità d’Italia. Le strade percorse dai flussi dei preziosi rubati erano cosparse di cadaveri, perché i furti dell’oro e dell’argento furono, per decenni, l’attività principale della camorra provinciale, e causa prima di sanguinose battaglie fra comitive avversarie. Il Porto era in mano a Antonio Lubrano, detto di Porta di Massa, capo storico della camorra borbonica, nemico di Salvatore De Crescenzo, Tore ‘ e Criscienzo, che lo fece uccidere in carcere poche ore dopo l’arresto, nella notte tra il 3 e il 4 ottobre 1862. Lubrano controllava, da almeno 20 anni, il mercato degli agrumi e la bonafficiatella, e aveva ai suoi ordini “una ventina di guaglioni di malavita”. Suoi soci “nel negozio dei portogalli“, cioè delle arance, erano il fratello Pasquale, Antonio Fierro, Nicola Di Palma e Giovanni Sacco, detto caparotta, che è camorrista che si appicica.Giova ricordare che i succhi di arancia e di limone svolgevano un ruolo importante nella medicina del tempo, come sostanze ricostituenti, antiscorbutiche e anticoleriche, e i succhi di limone anche come sostanza disinfettante. Legato ai Lubrano era Carmine Rubs, guappo di primo rango, che sotto Ferdinando II era stato caposquadra di polizia. A Toledo imperava, dal 1849, una comitiva di camorristi “alti“, di cui erano capi, secondo una nota del 9 giugno 1861, Salvatore De Mata, proprietario di un negozio di “cappelleria“ in vico Baglivo Uriès e Luigi De Martino, nipote di quel Peppe Aversano che era stato, sotto i Borbone, “famigeratissimo“ capo della camorra e spia della Direzione di Polizia. Dopo l’Unità, il De Mata divenne fornitore ufficiale di cappelli per la Casa Reale.