Nel 1848 incominciò a manifestarsi la crisi profonda dell’amministrazione dei Borbone

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Nel 1848 incominciò a manifestarsi la crisi profonda dell’amministrazione dei Borbone

L'”amalgama” che dopo il ’30 tenne insieme una parte della borghesia e la legò ai destini dei Borbone fu la politica del disordine regolato, della controllata licenza, in cui ciascuno piegava la legge e il bene pubblico al servizio dei suoi interessi particolari. Alla polizia era affidato il compito di impedire che l’esercizio di questa licenza minacciasse, da una parte, la sicurezza della monarchia e , dall’altra opprimesse, oltre il limite della sopportazione, la “classe ultima”, che aveva anch’essa i suoi spazi nel sistema dell’illegalità. Gli Intendenti regolavano gli eccessi e costruivano, soprattutto intorno ai bilanci dei Comuni, una legalità fatta di numeri e di carte.

 Ai primi di aprile del ’48, avendo i Borbone deciso di contribuire all’armamento dei soldati italiani  impegnati in Lombardia contro l’esercito austriaco e dunque di inalberare  la bandiera della “politica libertà””, il ministro delle Finanze, Ferretti, chiese alla “classe agiata” un contributo eccezionale e volontario, poiché  l’erario del regno di Napoli, che “pure per i tanti doni largiti dalla natura non mancava di ricchi espedienti” al momento non era “abbastanza fornito per far fronte a tutte le spese”. Si dichiarò certo, il ministro, che non erano necessarie “soverchie parole per incitare tutti i cittadini, e soprattutto i più agiati, alla santa opera”, e l’Intendente Cianciulli disse di ” viver sicuro” che i Napoletani della Provincia non sarebbero stati secondi a nessuno in generosità e patriottismo. Ma i sindaci del territorio, pur impegnandosi “a tutt’uomo” per trovare “pecuniari mezzi alla causa italiana che si decide nelle terre lombarde”, nulla raccolsero dagli “agiati”, i quali avevano preferito dare il loro contributo a “società particolari e a corpi franchi”. Il Governo fu dunque costretto a contrarre un prestito di 3 milioni, forzoso per due milioni. Una quota di mezzo milione di ducati gravava sulle spalle di “Commercianti Fabbricanti Manufatturieri Agenti di Cambio e Sensali della Città e della Provincia di Napoli”, che i Sindaci dovevano indicare all’Intendente, “istantaneamente”. Turbati dalla novità e dalla risolutezza dell’avverbio, a cui corrispondeva lo spirito dell’intera circolare, i Sindaci, pur suggellando le loro relazioni con il rituale piagnisteo sul crollo del prezzo del vino, la moria dei bachi, la crisi del commercio e il tracollo finanziario delle “più cospicue famiglie”, compilarono “statini di individui industrianti” che non s’erano mai visti prima per la completezza dei dati e per il livello delle rendite indicate. Il Sindaco di Ottajano, dopo aver sottoposto la minuta della sua relazione alla tortura di correzioni più volte corrette, disegnò, della società ottajanese, un’immagine che non corrispondeva in nessun punto a quella elaborata pochi mesi prima dal cancelliere comunale Achille Procida su richiesta del S.Intendente Capece Minutolo. Si disvelò così la solida ricchezza di “canapari liquoristi sensali bottari dettaglieri di cuoiame”. Di costoro 15 avevano un capitale di 1000 ducati, 34 di 400 ducati. Ad Antonio Caravaglios il Sindaco attribuì prima 4000 ducati e poi 2000, e indicò come primo della lista, con 5000 ducati, Raffaele Saggese Matafone, bottaro, sensale del vino, proprietario terriero e pubblico appaltatore, a cui Vincenzo Barone, pochi giorni prima di morire, avrebbe tentato di estorcere 1000 ducati. Noi sappiamo che molti nomi e più cospicue sostanze sfuggirono alla memoria del Sindaco; ma era colpa della fretta. Non si poteva pretendere – si lamentò il Primo Cittadino- che due giorni di lavoro bastassero a preparare accuratamente una statistica tanto nuova e complessa. Ai Borbone non fu più possibile cambiare il sistema. Gli amministratori locali erano in gran parte o corrotti o incapaci, e gli archivi comunali un porto delle nebbie. Quaranta anni dopo la divisione dei demani, i funzionari dell’Intendenza non furono in grado, nei Comuni più grandi della Provincia, di costruire elenchi attendibili degli enfiteuti, dei debitori, dei debiti e delle proprietà dello Stato. I Sindaci non sapevano nemmeno, o non volevano, compilare i quadri statistici della produzione agricola annuale. Di anno in anno comunicavano sempre le stesse cifre, e il monito dei ministeri a “poggiare il lavoro su elementi sussistenti, e non già su un’incongrua abbondanza ” cadeva nel vuoto. Nel 1857 la Giunta Provinciale accusò i sindaci di inventare le statistiche, poiché  in molti Comuni “la media era stata confusa con la metà e nello specchietto delle medie si erano trovate tutte le metà dei totali”.