Al “tramonto” i Borbone prendono atto della miseria estrema dell’ “ultima classe”

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Certo, i Piemontesi vennero da conquistatori, ma la conquista di Napoli e del Sud fu resa più agevole dalla fragilità del sistema sociale, in cui netta era, sotto tutti gli aspetti, la “distanza” dell’ “ultima classe” dal ceto dei “galantuomini”. Di questo problema incominciarono a parlare, nelle loro relazioni, gli stessi funzionari borbonici, a partire dal 1848. ( Sono citati documenti di Palma, di Sant’Anastasia, di Ottajano)  Correda l’articolo l’immagine di “Case coloniche” di Alfonso Simonetti.

 

Durante la crisi economica del 1853-55 l’Intendente di Napoli inviò nel territorio ispettori fidati, perché controllassero, in incognito, come i Sindaci provvedevano ai bisogni dei miseri. E quelli gli riferirono, all’unanimità, di aver trovato solo “indifferenza davanti alla miseria che affligge la classe infima della popolazione”. Nel fragile sistema del capitalismo napoletano la miseria, come il colera, attaccava anche i galantuomini, i cui beni potevano dissolversi repentinamente per un raccolto bruciato dal Vesuvio, per un investimento poco felice, per un appalto sfortunato. Così scrisse, nel ’55, all’Intendente il Sindaco di Ottajano, chiedendo il permesso di aiutare un ” galantuomo” ridotto in povertà e colpito da apoplessia: “L’umanità soffre immensamente quando vede il povero soffrire – in bella “povero” fu corretto in “umile” sotto l’impulso dell’autocensura- , ma più risente le afflizioni quando quei sciagurati appartengono non all’ultima classe ma bensì a quelle delle persone ben nate e che per volubilità della instabile fortuna trovansi nella massima miseria.”.La povertà della” classe ultima” faceva paura nei momenti di disordine politico. Nell’agitata primavera del ’48 i decurioni di Palma riferirono preoccupati all’ Intendente che le selve del demanio erano “giornalmente danneggiate dalla sfrenata popolazione indigente”. La quale, tre anni dopo, volendo il Decurionato convincere l’Intendente di Caserta che non era giusto vendere il demanio al barone Compagna, venne pateticamente descritta mentre si aggirava tra  i boschi del demanio cercando i “mezzi da vivere con raccogliere i felci, le fronde, l’erba, il fieno, il fieniello, fragole, asparagi, castagne selvagge, ghiande.” Accanto al Santuario di Madonna dell’Arco c’era un ospizio. Gli ospiti, per guadagnare qualche ducato, avevano messo su una banda di 20 suonatori, che si sciolse nel crollo della monarchia borbonica. Nel febbraio del ’61 Carlo Poerio andò a far visita ai 180 pensionati dell’Albergo e ne fu sconvolto: sono tutti vecchi, storpi e malaticci. L’aria è buona per i rachitici, gli scrofolosi e i tignosi. Perciò vi è un gran numero di cotali ammalati e di epilettici, di stupidi, di idioti, gente che fa una vita miseranda per i malori, per la degradazione morale, per il sudiciume. Una ventina hanno il vestito di panno nuovo, tutti gli altri di panno di truppa: abbiamo visto una ottantina di quelle creature stare come a ricreazione in una stanzaccia bassa che pareva un ricovero di animali immondi. Nei documenti ufficiali le prostitute erano classificate come mendicanti. Il che, se da una parte serviva a occultare il problema, dall’altra spingeva i funzionari più sensibili – e ve ne furono, specie tra Intendenti e Sottointendenti – a vedere quanto stretto fosse il vincolo tra miseria e prostituzione. La brutalità della miseria rese non rari gli incesti. I parroci cercavano di prevenire i pericoli della promiscuità, a cui erano esposte le molte famiglie costrette a vivere ciascuna in una sola stanza, e spesso a dormire in un solo letto. Le autorità centrali incalzavano senza sosta i sindaci perché quelle famiglie avessero almeno delle lenzuola, utili non tanto a coprire quanto a separare. La morale e la legge erano implacabili con gli incestuosi; i funzionari, nel descriverne la torbida colpa , si avventuravano in incredibili ghirigori linguistici per non offendere le orecchie del Re, che pure pretendeva di essere informato su tutti i casi. Gli incestuosi venivano processati a porte chiuse, e con sentenza già scritta: i maschi relegati a Ponza, le femmine in qualche casa di correzione. Bisogna anche dire, ad onore della magistratura napoletana, che alcuni giudici esortarono pubblicamente le autorità politiche a intervenire sulle radici sociali del fenomeno, dopo aver affermato il principio che non si poteva automaticamente accusare di incesto due consanguinei, solo perché la miseria li costringeva a dormire nello stesso letto. L’istituto dei “maritaggi” distribuiti dalla Beneficenza e da privati cittadini permetteva alle “donzelle” più  povere di contrarre regolare matrimonio; ma anche l’ammi-nistrazione di queste doti, soprattutto quando venivano attinte da fondi pubblici, non sfuggiva alla rapacità dei Sindaci e degli Eletti. Una donna di Sant’Anastasia, il cui nome era stato estratto dalla “bussola” nel sorteggio del 1851, aspettava ancora nel 1859 i 14 ducati del maritaggio; una sua concittadina, compagna di sventura, raccontò all’Intendente che il Sindaco Chianese prima aveva chiesto per sé 13 dei 14 ducati del “maritaggio”, poi, irritato dal rifiuto della donna, l’aveva per anni sfiancata con la tortura delle carte, dei rinvii, delle eccezioni, e con la spesa “di carrozzelle ed altro”. E così il matrimonio stesso rischiava di fallire, perché il marito aveva sposato l’infelice donzella “con la speme del maritaggio, onde farsi un letticciolo e le lenzuole”: e invece la coppia dormiva ancora sulla nuda terra, “qual’animale”. Il pane era uno dei più importanti “segni” economico-sociali. Durante le indagini sui misfatti della banda Pilone, un proprietario di Terzigno dichiarò di sospettare che il suo concittadino Carmine Pagano fosse un manutengolo dei briganti perché, pur essendo egli un bracciante, mangiava il “pane bianco della Torre Annunziata”. Nel febbraio del 1861, a Nola, le forze dell’ordine circondarono la masseria del Crocefisso con la certezza che il colono Pasquale Iovino ospitava il latitante Domenico Della Gala, fratello di Cipriano, perchè  aveva conmprato fiore per manipolare pasta a mano, aveva fatto un forno di pane e sull’imbrunire comprato in Nola un gran caraffone di vino. Chi gli aveva dato il danaro?